Nov 11 2008

Testimonianza: La Scuola Cilena

Pubblicato da Monica Girotto nella categoria Una finestra sul mondo

Mi chiamo Monica ed ho 17 anni.
Attualmente sto vivendo in Cile in quanto partecipante ad un semestre di intercambio con l’associazione AFS (American Field Service).
Le cose qui sono piuttosto differenti da quelle a cui ero abituata in Italia, soprattutto per quanto riguarda il mondo della scuola.
Le scuole sono divise in pubbliche o private e maschili, femminili o miste.
Le migliori sono considerate quelle private, perchè hanno uno standard elevato rispetto a  quelle pubbliche in cui vanno tutti quelli che non possono reggere i costi delle private.
Tutti devono indossare l’uniforme, che varia da ‘colegio’ a ‘colegio’ per quanto riguarda gli istituti privati, mentre è uguale in tutto il Paese per i pubblici.
L’obbligo di andare a scuola è a partire dai 4 anni, passando per varie tappe:
·    Jardin (kinder y prekinder)
·    Basica (chica y grande)
·    Media
Fino ai 18 anni.
Tutti gli alunni si ritrovano nel medesimo edificio,  che è solo diviso in settori in base all’età.
In generale le lezioni iniziano alle 8 e le ore sono da 45 min.
L’orario d’uscita è variabile e il più delle volte si mangia a scuola per fermarsi anche il pomeriggio. E il sabato è giorno libero.
Quando sono arrivata io, per la metà di luglio, la mia scuola aveva appena chiuso per le vacanze d’inverno, che sono durate 15 giorni.
In questo periodo ho approfittato per prendermi la divisa: maglia, maglione, gonna, calzini e tuta per educazione fisica.
Le scarpe devono essere rigorosamente nere. Possono essere differenti solo quando ci si veste sportivo.
Il primo giorno di scuola, qundo sono arrivata in classe, il primo pensiero è stato quello che ero capitata in una scuola degli anni ’30: il pavimento in legno, la cattedra rialzata, i tavoli e le sedie di legno e non c’era nemmeno il riscaldamento.
Poi, siamo dovuti andare in palestra perchè la direttrice (una suora) doveva fare il suo discorso di inizio settimana.
Ad un certo punto tutti si sono messi a cantare l’inno cileno, seguito da quello della scuola, mentre io li guardoavo sbalordita perchè non ne sapevo nemmeno uno!
Adesso, tutti i lunedì ci dobbiamo trovare per gli annunci e una preghiera, e un giorno alla settimana si va alla cappella.
Il mio ‘curso’ è il 3º dell’insegnanza media, ovvero il penultimo.
Le materie sono praticamente le stesse che studiavo in Italia, anche se mi si è aggiunta biologia e arte è intesa come disegno e non storia dell’arte.
Non essendoci la distinzione tra scuola media inferiore e superiore, gli alunni hanno un orario strutturato con ore in comune e alcune di ‘electivo’ che sono dedicate al ramo a cui uno si indirizza. Le possibilità di scelta sono:
·    Humanista, con ‘lenguaje’, filosofia e storia,
·    Matematico, con matematica e fisica;
·    Biologo, con chimica, fisica e biologia.
A mio parere, le materie, pur essendo le stesse, non vengono approfondite come in Italia e vengono trattate molto più velocemente.
Di positivo c’è che si fanno molti lavori di gruppo e che si passa abbastanza tempo a fare ricerche.
Il lato negativo è che i prof scrivono tutto alla lavagna e cio’ che non scrivono lo dettano, così gli alunni non partecipano attivamente alle lezioni.
Per quanto mi riguarda, la scuola qui non è male, ma preferisco il mio liceo linguistico che mi dava una preparazione più solida ed una maggiore cultura generale!

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Nov 06 2008

Obama: Una rivoluzione culturale

Barack ObamaUna rivoluzione culturale è in atto con l’arrivo di Barrack Obama.

Il nuovo (prossimo) presidente degli Stati Uniti è nero, il nuovo (prossimo) presidente degli Stati Uniti ha “solo” 47 anni e nel suo programma un tassello fondamentale è la rinascita economica americana puntando nelle fonti energetiche rinnovabili.

Ecco le parole di Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club ed ex consulente del ministro per lo Sviluppo Economico Pierlugi Bersani : “Obama ritiene importante che gli Stati Uniti si impegnino nella lotta ai cambiamenti climatici e propone un rientro del paese nelle negoziazioni internazionali sul clima, senza attendere che Cina e India facciano altrettanto, evitando così una paralisi del processo decisionale”.

Il programma del candidato democratico non si discosta molto infatti dal pacchetto 20-20-20 elaborato da Bruxelles, ma è tarato sulla cifra 10: mettere fine entro 10 anni alla dipendenza dal petrolio, 10% di rinnovabili entro 4 anni, ridurre in 10 anni del 15% i consumi di elettricità. Per questo il successo di Obama rafforzerà inevitabilmente la determinazione europea ad andare avanti, rendendo ancora più debole e isolato il tentativo italiano di bloccare tutto. Qualche settimana fa, Berlusconi, attaccando la direttiva Ue, aveva sentenziato: “I maggiori produttori di C02, che sono Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione”.

Vero, ma solo nel senso che Washington ora intende fare ancora più di Bruxelles, riconquistando la leadership tecnologica della rivoluzione verde. Se a Roma si insiste nel denunciare i presunti costi delle politiche ambientali, la promessa elettorale di Obama è stata invece quella di creare nel giro di dieci anni 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita e di arrivare a un taglio delle emissioni di C02 dell’80% entro il 2050.

Tutto questo è una buona notizia e un cambiamento di rotta visto che noi Italiani facciamo scelte sembre in funzione degli Stati Uniti e ora che abbiamo lanciato il nucleare vediamo come andrà a finire. Purtroppo noi Itlaiani abbiamo una propensione a copiare sempre scelte molto “discutibili”.

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Nov 01 2008

Le Anime Morte dei burattinai

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica, Letteratura e Poesia

Avrei voluto iniziare questo articolo dicendo «per favore, smettiamola di chiamare la nostra una “nazione”. Piuttosto, rendiamoci finalmente conto che una vera nazione non lo è mai stata e mai lo sarà. Ammettiamo una volta per tutte che nessuno di noi si sente italiano e che in cuor suo cova l’ardita speranza di poter, un giorno, evadere: mollare tutto, andarsene lontano. Lontano da questi posti che pure hanno segnato le nostre infanzie, lontano dai nostri cari che pure ci hanno amato, lontano da noi stessi che ancora non abbiamo trovato».
Avrei voluto, avrei potuto. Ma ancora non lo farò.
Mi ostino invece, a perseverare nella mia battaglia contro i mulini a vento. A cercare, imperterrito, una strada che possa portare oltre la storia. E per farlo trovo spunto dalle mie instancabili, quotidiane letture, cercando, forse malamente, di porre sintesi a snervanti riflessioni. «La vita – diceva Gogol’ – mi ha sempre mostrato il volto del mastro di posta, che scuote le testa e ti dice: non ci sono cavalli».
È questa un’allegoria arcaica, che mi permetto di “rubare” ad un maestro di melanconico realismo che seppe descrivere il suo tempo meglio di quanto noi, oggi, riusciamo ad intuire il nostro. Ciascuno s’illude di stabilire un confine alla propria esistenza: di ridurre il tutto nella aleatorietà della parte. Eppure ognuno fa parte del tutto e nulla esiste al di fuori di esso.

Marionette senza vita, uomini dalla psiche degenerata, una società ottusa di proprietari terrieri, contadini e funzionari, immersa in una palude di stupidità e pigrizia provinciale, di mediocrità e di pochezza morale. Questo lo sfondo sul quale “vivono” le anime morte. Ma chi sono queste anime morte? Sono i servi della gleba, venduti nonostante esistessero solamente sulla carta? È Gogol’, che ebbro dell’acre veleno della vita si lascia morire, bruciando la sua opera e sacrificando la sua vita? Sono io che invano batto i tasti di questa tastiera? Siete voi, che leggete per rifuggire subito dopo nel vostro spazio d’ombra?Ad ognuno il compito di formulare la sua personale risposta.

Ma veniamo ora al dunque: nonostante la satira grottesca del Maestro russo, proprio non mi riesce di trovare nulla d’ironico in ciò che oggi leggo sui giornali. Sarà per pochezza mentale o piuttosto per quel relativismo che si insinua nelle mie sinapsi impedendomi di stabilire le giuste proporzioni. Trovo però incommensurabilmente più squallore nella nostra di epoca, rispetto a quella che il “buon” Gogol’ mi ha permesso di immaginare. Su tutto, sul quel servo della gleba che curvo sulla zappa attende il suo riscatto, sulle bastonate che gli imbecilli si scambiano a piazza Navona ignari di burattini e burattinai, su tutto ciò ancora prevale in me quel gesto: quel braccio proteso alla ricerca del fuoco, morte voluta o forse inaspettata. Scelta decisa e irreparabile.
Vorrei imitarlo, ma non ho che in mano quei giornali di scarsa fattura che utilizzo per scoprire come, similmente a ieri, anche gli artisti del nostro tempo siano costretti in storie di miseria e disperazione. Non resta che scappare, fuggire da questa Patria che ha deciso di ripescare nel torbido, di rivangare quel terreno che pure i vermi hanno ormai ripudiato. Leggo infatti su «la Repubblica» che l’ispiratore di Google, Massimo Marchiori, sta meditando di andarsene pure lui: c’è da capirlo. 38 anni, mestrino, senza di lui non ci sarebbe Google «per ammissione degli stessi inventori americani, Page e Brin, che hanno applicato una scoperta di Marchiori, l’algoritmo Hyper Search. Un genio. Il colosso di Mountain View lo corteggia da anni. Lui ha preferito rimanere a Padova, dove da ricercatore ha uno stipendio (a rischio) di 2000 euro al mese. L’ultima offerta americana che ha rifiutato era di 600 mila dollari netti all’anno più benefit. “Non posso più presentarmi al bar degli amici sotto casa, a Mestre. Mi dicono: te g’ha inventà gugol e guadagni meno di noi? Ma la ricerca è così da sempre, uno scopre gli altri applicano. Sono una persona felice, godo di una libertà assoluta».
Marchiori pur sostenendo di non “intendersi” di politica, a proposito della pseudo riforma Gelmini dice: «non posso credere che non capiscano quanto stanno facendo. Tagli di questo tipo, indiscriminati dovrebbero realizzare miracolosamente, secondo loro, una gestione virtuosa dei fondi universitari. Al contrario, rafforzano i baronati. Perché è evidente che, senza criteri di merito, a franare sono sempre i più deboli politicamente, cioè quelli che fanno ricerca, mentre i forti, i baroni, se la cavano sempre» [1] .
Occorrono altre parole? Credo di no.
Rileggiamo ora la descrizione poco sopra fatta: «Palude di stupidità e pigrizia provinciale, di mediocrità e di pochezza morale». Viene da chiedersi: è la Russia dell’Ottocento o piuttosto l’Italia contemporanea? «Marionette senza vita, uomini dalla psiche degenerata»: chi sono costoro? I personaggi lucidi e realistici di Gogol’ o le parossistiche idiozie che ci governano? Ha ragione Tronti a dire che «tutta la storia italiana è stata una storia novecentesca minore [poiché] in fondo, tutta l’età pre-fascista fu la caricatura dei sistemi liberali europei e occidentali. [Così] il fascismo fu la caricatura del totalitarismo», e la democrazia post-bellica fu bloccata sulla prepotenza del partito unico. Ciò nonostante, io credo, che una tranquilla, quotidiana decadenza mascherata da trionfo come quella che oggi stiamo vivendo non abbia mai avuto eguali. Dunque, quanto ancora è possibile rimanere spettatori prima di divenirne vittime?
Come se tutto ciò non bastasse riappaiono oggi “burattinai” novantenni ai quali vengono offerti spazi televisivi per confondere le logore trame che loro stessi hanno tracciato. Delirio senile pure questo? A quale pro il burattinaio accorto e riservato assumere ora le spoglie della marionetta istrionica? I ruoli si invertono. «Le stragi arrivano se non c’è ordine. Ora la povertà può far tornare le Br. E se ciò avverrà ci saranno altre stragi»: dice il burattinaio[2]. Ordine-disordine: null’atro che questo!? il servo della gleba scava a fondo e lo zar riappare al posto del verme fuggito.
Stento a spiegarne il motivo, ma immerso in questa lucida follia che ci circonda, il gesto estremo di Gogol’, così libertario e così disperato mi appare ora niente più che un qualcosa di profondamente onesto. Qualcosa che mi affascina e da cui, al tempo stesso, rifuggo.


[1] Curzio Maltese, A Padova l’urlo dell’ispiratore di Google “Guadagno meno degli amici ma resto per tigna”, «la Repubblica», 1 novembre 2008.

[2] Franca Selvatici, Gelli in Tv: Berlusconi può attuare il piano P2, «la Repubblica», 1 novembre 2008.

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Ott 31 2008

Annaviva: Contro gli zar del gas

Pubblicato da Andrea Riscassi nella categoria Altra Politica, Una finestra sul mondo

Quando Garri Kasparov si è messo a parlare di Anna Politkovskaja e del suo modo di sfidare il regime, la sala della Casa della cultura è stata attraversata da un brivido. Nessuno ha potuto non pensare a cosa rischia l’ex campione del mondo di scacchi a sfidare il regime di Putin.
Annaviva ha realizzato un piccolo miracolo con il convegno “Contro gli zar del gas”.
Un’associazione con poche decine di iscritti, senza finanziamenti né santi in Paradiso, che riesce a mettere dietro lo stesso tavolo, il leader dell’opposizione russa, la figlia di Elena Bonner e due parlamentari italiani, uno dei quali al Parlamento europeo.
Questa è stata la serata organizzata minuziosamente da mesi e che ha visto 200 persone seguire per due ore e mezza gli interventi sulla dittatura strisciante che c’è a Mosca e sul silenzio dell’Europa su quel che accade.
Tatiana Yankelevich (figlia di Elena Bonner che a Boston guida la Fondazione Sakharov) ha ricordato le somiglianze anche di postura tra Putin e Mussolini. Un discorso che sarebbe piaciuto a chi è contro tutti i totalitarismi.
Pia Locatelli (eurodeputata e presidente dell’Internazionale socialista delle donne) ha parlato di Berlusconi e della sua amicizia con Putin. Matteo Mecacci (giovane deputato radicale) ha invece parlato delle connessione economiche tra l’Italia e la Russia, tra Gazprom e l’Eni.
Garri Kasparov infine ha spiazzato tutti dicendo che l’opposizione russa non ha bisogno del sostegno dei governi occidentali. Ma solo della gente. E alla casa della cultura ce n’era tanta.
Poi ha detto una frase molto significativa: “Sarkozy quando viene a Mosca, tratta per Renault e Total, la Merkel quando parla con Putin tratta per Deutsche Bank e Volkswagen, Berlusconi quando viene a Mosca tratta per Berlusconi”: Una frase talmente bella che la sala è esplosa in una risata prima che il Professor Piretto (docente di cultura russa che ha gentilmente fatto da interprete) potesse tradurre.
Annaviva prosegue la sua battaglia per la democrazia nell’Est Europa e per far sì che al più presto un albero venga dedicata ad Anna Politkovskaja nel Giardino dei Giusti. Un’iniziativa che ha il sostegno di Articolo 21.

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Ott 28 2008

Rapido giro di notizie inquietanti

Alcuni articoli de La Stampa odierna mi hanno fatto rabbrividire non solo per la gravità delle notizie, ma per il macabro filo che sembra legarle in uno schema ben preciso di ermetismo e nullafacenza istituzionale.

Mentre in prima pagina il min. Brunetta spiega le sue ragioni riguardo alla recente polemica sui tornelli nei palazzi di giustizia, a pag. 7 Francesco Grignetti così esordisce: “Non sembri una vecchia polemica antiparlamentare, però il primo dei tornelli, il Tornello numero 1, il ministro Brunetta dovrebbe impiantarlo alla Camera.” In effetti, in un dibattito delicato e così importante come quello sulla legge elettorale per le europee, il dibattito è partito con Parisi che parlava, e praticamente solo d’Alema che ascoltava. Aula vuota, mentre i miei colleghi di lavoro, preoccupati con il crescente livello di prodotto finito parcheggiato fuori dalla fabbrica, si domandano che ne sarà dopo Natale. Mentre Epifani denuncia il boom del ricorso alla cassa Integrazione, nella quale ci sono i soldi per altri due mesi! Mentre la trattativa per Alitalia è tutt’altro che chiusa (AD OGGI NON C’E’ ANCORA CERTEZZA SUL PARTNER STRANIERO E LA CORDATA CONTINUA A MODIFICARSI!!!!!), i signorotti da noi eletti, forti dell’anonimato creato loro da una scheda senza preferenze, si danno agli affari loro, diplomaticamente denominati “rapporti con il collegio”, lasciano in secondo piano le esigenze del paese pur di godersi la loro settimana corta che più corta non si può.

Montecitorio, per lo sgomento del presidente Fini, lavora praticamente dal martedì pomeriggio al giovedì mattina. Tutti gli appelli del Presidente della Camera sono finora andati a vuoto. In Italia, per citare un fortunato ritornello spesso ripetuto dai membri del govrno, non è vero che si spende poco per la politica: si spende tanto ma si spende male.

Mi appello al ministro Tremonti: che le risorse che avete tolto a scuola e ricerca per pagare - a nome del popolo italiano - l’avidità della cordata CAI e dei banchieri statunitensi, vengano recuperate dalla paga di questi signori, i veri fannulloni d’Italia.

La seconda notizia potrei considerarla ancor più allarmante: dopo le irresponsabili dichiarazioni del ministro Prestigiacomo in materia di obiettivi di riduzione delle emissioni, la PETROCELTIC INTERNATIONAL si è aggiudicata in via esclusiva NOVE permessi permessi preliminari di esplorazione per giacimenti di petrolio e gas nell’Adriatico. Alla compagnia questi permessi, tutti in zone protette come isole Tremiti, Gran Sasso, Gargano, costeranno la miseria di € 5,16 (Diecimila lire!!!!) al metro quadro in concessione annuale, sia sulla terraferma che in mare.

L’Italia è un buon posto dove fare business. Le condizioni fiscali sono favorevoli, i costi di estrazione bassi, non ci sono rischi politici, le infrastrutture sviluppate, la competizione è limitata ed i produttori possono beneficiare di prezzi elevati per quanto riguarda petrolio e gas.

Ecco il parere del direttore esecutivo della compagnia, John Craven. Una battuta che, letta in questo contesto, assomiglia clamorosamente alle battute di qualche cattivo dei cartoni animati.

Un totale di 2500 metri quadrati sta quindi per essere svenduto ad una compagnia irlandese che non ha certo interesse a migliorare l’offerta energetica, al contrario di quanto afferma il credulone Vito. Se proprio non c’era scelta a far trivellare l’Adriatico pur di supplire all’incommensurabile bisogno italiano di accendere il condizionatore, almeno lo si poteva fare in modo da ottenere un profitto da reinvestire in fonti rinnovabili e pulite. Ma questa generazione politica, ormai per il 70% tra il Parlamento ed il reparto geriatria, non è certo preoccupato per ciò che accadrà al pianeta tra vent’anni. Così come per tutto, pagheremo noi bamboccioni, ed i nostri figli.

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Ott 27 2008

“Benedetta la Storia, quando con i suoi passi da gigante travolge la maledetta quotidianità della cronaca”

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica, Una finestra sul mondo

Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Gli universitari? Lasciateli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provacotori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuochi alle macchine e mettano a ferro e fuocola città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulaze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in opsedale. Non arrestateli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiateli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani certo, ma le maestre ragazzine sì.

http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/JMS/JMSRA.pdf

Quasi difficile a credersi. Queste sono le parole che Francesco Cossiga, ex presidente della repubblica, attuale senatore a vita ha rilasciato a “Il Giorno”, “Il Resto Del Carlino” e “La nazione”! il minuscolo mi sembra d’obbligo, non è un errore.

Tali parole sono ovvie provocazioni. Se Cossiga vive in una sua realtà, noi conosciamo bene la gente che oggi sente il dovere di manifestare: i violenti stanno altrove. Resta il fatto che coloro che più si proclamano per Libertà e la Democrazia, non perdono occasione per ribadirlo.

A Padova le proteste continuano, e molti corsi si svolgeranno in strada come segno di protesta. Chi voleva andare a lezione non può quindi dirsi scontento. Tutti dovrebbero rendersi conto dell’importanza del momento che stiamo vivendo…in questo caso non ci sono schieramenti politici da difendere o pregiudizi da mantenere. C’è in ballo l’autonimia e l’indipendenza del seconda Ateneo più vecchio d’Italia. Mercoledì ci sarà una marcia (con anessi lumini da cimitero) in commemorazione dell’Università morente (17:30 Palazzo del Bo - Prato della Valle), cerchiamo di esserci: riappropiamoci della Storia.

Intanto, possiamo dire che una conquistata è già stata ottenuta… certo non tutto, ma un piccolo scorcio di verità sul passato recente è ora venuto alla luce, ed il merito è tutto di Cossiga.

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Ott 27 2008

INPS: che bello arrivare alla pensione

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Governo Locale

Riporto qui un articolo tratto da “Il Gazzettino” di Rovigo del 12.10.08 sul Gazzettino di Rovigo

“Era nella sua casa di Pezzoli , come gli capita spesso da quando è andato in pensione nel 2001, quando ha sentito suonare alla porta. È andato ad aprire e si è trovato davanti un uomo che gli ha detto: «Guardi che deve andarsene da questa casa, l’ho appena comprata all’asta».

È iniziato così l’incubo che da più di due anni sta vivendo un ex fruttivendolo che abita nella piccola frazione di Ceregnano. Davanti all’annuncio di quello sconosciuto in un primo momento deve aver pensato che si trattasse di un errore. «Guardi è impossibile: la casa è mia, mai l’ho venduta né altro». Ma quello insisteva e allora ha cominciato a cercare spiegazioni.

Il commerciante, dopo una vita di lavoro, aveva deciso di chiudere la sua attività sette anni fa. Per questo il 12 gennaio del 2001 ne aveva chiesto regolarmente la cancellazione alla Camera di commercio. Negli anni seguenti, però, aveva continuato a ricevere dei bollettini di pagamento da parte dell’Inps. Si era preoccupato e aveva chiesto spiegazioni all’ente previdenziale. Niente paura, lo avevano rassicurato, «sono stati emessi per errore, lei ha cessato l’attività e quindi non deve nulla, c’è solo un ritardo nel registrare la sua nuova posizione. Sa, la mole di lavoro…».

Si era tranquillizzato finché si era trovato davanti quello sconosciuto sulla soglia di casa che asseriva di essere il padrone. Era stato costretto a rivolgersi a un legale, l’avvocato Giuseppe Carinci. E così era venuto fuori che l’Inps non aveva mai elaborato la richiesta di cancellazione pervenuta da parte della Camera di commercio e aveva continuato a emettere i bollettini come se l’impresa fosse ancora attiva. Poi aveva dato mandato alla Gest Line, visto che si era accumulato un “debito” di poco meno di ottomila euro, di vendergli la casa.L’avvocato Carinci ha presentato opposizione, anche sulla base di dichiarazioni ufficiali dell’Inps che riconosceva di non essere creditore di nulla. Ottenuta dal tribunale la sospensione del provvedimento, la vicenda sembrava chiarita: bastava attendere il giudizio di merito del giudice civile sulla richiesta di annullamento dell’esecuzione immobiliare e su una simbolica richiesta di risarcimento. E qui la storia si complica di nuovo: il risarcimento, ha decretato la sentenza la settimana scorsa, non è dovuto, perché l’Inps ha sbagliato in perfetta buona fede. E l’annullamento? La sentenza, inspiegabilmente, non ne parla. Il giudice non ha preso in considerazione la domanda. Una “dimenticanza” che, però, costerà cara al fruttivendolo. «È una vicenda surreale - commenta l’avvocato Carinci - a questo punto l’ex commerciante sarà costretto, come prevede la legge, a fare ricorso in Cassazione, coi costi che ne derivano». Oltre al danno, quindi, anche la beffa. Intanto l’uomo che aveva comprato all’asta la sua casa gli ha fatto causa: vuole sfrattarlo.”

E riporto un articolo sempre tratto da “Il Gazzettino” di Rovigo del 15.10.08 in replica al primo articolo

“«L’Inps non ha sbagliato: la nostra azione è stata corretta e trasparente». Il direttore provinciale dell’Istituto, Marinella Cavallari, interviene sul caso del fruttivendolo di Pezzoli che ha avuto la casa messa all’asta in base a presunti debiti verso l’ente, cifre in realtà non dovute perché riferite a un periodo, tra il 2001 e il 2006, in cui l’uomo aveva già cessato l’attività. «L’ex fruttivendolo afferma Cavallari ha chiesto la cancellazione alla Camera di commercio con effetto retroattivo il 6 giugno 2006, non il 12 gennaio 2001, e non ha mai notificato all’Inps il provvedimento di cancellazione. Tanto è vero che la notizia di cancellazione è pervenuta con un flusso telematico periodico che contiene mediamente 600-700 notizie del genere. Non appena il flusso è entrato nel database, l’Inps, il 25 settembre 2006, ha provveduto a effettuare la cancellazione e nello stesso giorno è stato comunicato a Equitalia lo sgravio delle cartelle esattoriali». L’Inps quindi provvede alla cancellazione e riconosce che le quattro cartelle non dovevano essere pagate il 25 settembre, ma il 22 la Gest-line aveva già venduto all’asta la casa. Una vicinanza di date che quantomeno dimostra che nel caso in questione si è lavorato per compartimenti stagni. L’Inps avrebbe dovuto sapere di aver passato la pratica alla Gest-line.

«Il commerciante dice il direttore non ci ha mai comunicato la cancellazione né si è opposto alle cartelle esattoriali, non mettendoci in grado di conoscere la sua cessazione di attività. Il suo comportamento non ha consentito, quindi, l’interruzione della procedura esecutiva, cui peraltro l’Inps non ha neppure partecipato». A riprova della propria buona fede, l’Istituto cita il rigetto della richiesta di risarcimento da parte del giudice civile. Resta, al di là di quello che sarà l’esito del processo in Cassazione, che ora l’uomo dovrà affrontare per ottenere l’annullamento della vendita della casa, la sensazione che questa vicenda giudiziaria poteva essere evitata. Anche se il commerciante, infatti, non avesse effettuato tutte le procedure per la cessazione indicate dall’Inps, le cancellazioni rimangono adempimenti non semplici, come ben sanno molti commercialisti che seguono giorno per giorno l’evolversi delle situazioni dei loro clienti.”

Stando ai fatti la mia preoccupazione è questa: cosa succede se l’INPS ha sbagliato? Chi dovrà pagare? Il problema è che se la magistratura ammette l’errore dell’INPS pagherà il dipendente pubblico o i dipendenti pubblici che hanno commesso l’errore o pagherà l’INPS come istituto?
Se pagherà l’INPS e quindi tutti noi contribuenti, qualcuno dovrà giustificare perchè i responsabili (termine a quanto pare non corretto) prendono stipendi alti e poi in caso di errori paga la collettività.. vedremo come andrà a finire.

Segnalo qui i link degli articoli originali dal sito del gazzettino
Articolo del 12.10.08
Articolo del 15.10.08

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Ott 26 2008

Le contraddizioni della democrazia moderna - Parte I

Pubblicato da Conrado de Vita nella categoria Altra Politica, Politica

Ne LA STAMPA del 22 ottobre è stato pubblicato uno stralcio della dissertazione che Barbara Spinelli ha esposto all’Aula Magna dell’Università del Piemonte Orientale (Alessandria) in occasione del ricevimento della laurea honoris causa in studi europei.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200810articoli/37543girata.asp

La lucidità dell’analisi della scrittrice ed editorialista del giornale torinese salta agli occhi, almeno io la trovo sorprendentemente realistica. Per chi non ha tempo di andarsi a leggere l’articolo (troppo impegnati su facebook?), cercherò di riassumere in due righe l’idea centrale: ciò che differenzia la democrazia dal dispotismo è che, scegliendo i propri rappresentanti in base alla loro coerenza ed aderenza a ciò in cui ognuno crede, il popolo si tutela, attraverso il voto, dal pericolo che l’opinione di un singolo si imponga sulla collettività grazie al maggior potere di questo singolo rispetto alle masse. Questo garantisce, insomma, che la MAGGIOR PARTE della popolazione votante sia rappresentata e tutelata. Ma la maggior parte, come sappiamo, non è la totalità, e spesso accade che ci si trovi in situazioni conflittuali nelle quali l’azione governativa si riduce ad eseguire il proprio programma, senza tenere conto che gran parte della popolazione può venire talvolta penalizzata. Rifacendosi a pensatori come Tocqueville, Humboldt e Mill, (che premetto di non conoscere) la Spinelli asserisce che ” Il ‘popolo’ che esercita il potere non sempre coincide con coloro sui quali quest’ultimo viene esercitato.” Tralasciamo il fatto che più che spesso lo stesso “popolo in carica” non si sente rappresentato, in quanto il potere politico è spesso incline alla demagogia ed a promesse elettorali folli, populiste e di carattere puramente promozionale.

L’importanza di costruire un’informazione superpartes e di dare a tutti la possibilità di contribuire alla costruzione della felicità collettiva, dell’armonia sociale, attraverso la partecipazione attiva e l’uso della ragione, della coscienza e della buona fede, dovrebbero essere fondamentali in una società moderna dove l’avvento del relativismo - che non è necessariamente il demone dipinto dalla Chiesa Cattolica - ha reso oramai impossibile un’unitarietà del pensiero che non scivoli nel totalitarismo. Sento spesso citare l’art.3 con un’immensa lacuna: tutti ripetono sempre che LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, dimenticandosi delle parole realmente scritte dalla Costituente:

TUTTI I CITTADINI HANNO PARI DIGNITA’ SOCIALE e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ quindi lecito considerare incostituzionali certi provvedimenti governativi che non tengono conto dei problemi di quella parte non sufficientemente rappresentata in sede Parlamentare, visto che il comma 2 dell’art. 3 sancisce anche l’obbligatorietà della difesa del pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione DI TUTTI I LAVORATORI all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Se poi ci appelliamo al buonsenso, uno stato che tutela le minoranze LINGUISTICHE (art. 6) non può non tutelare le minoranze sociali stesse.

Per dirla come Beppe Grillo, che non apprezzo se non per la schiettezza con la quale provoca ed accusa, IL GOVERNO NON HA OBBLIGHI CON I PROPRI ELETTORI, BENSI’ CON TUTTO IL POPOLO ITALIANO. VIENE PROFUMATAMENTE PAGATO PER QUESTO.

E’ probabilmente giunta l’ora di interrogarsi non sui poteri dell’esecutivo e del Parlamento, ma se essi sono veramente rappresentativi del popolo italiano: i governi fatti su base politica ci hanno portato Ingegneri al Ministero di Giustizia e sciacquette a quello delle pari opportunità. Forse i governi di unità nazionale dovrebbero diventare una regola, una sfida che dopo un periodo di transizione abitui la classe politica a collaborare in nome del popolo italiano e non dei PROPRI elettori. Così come al popolo italiano auspico un cambio di mentalità, alla classe politica che mi auguro presto sostituisca questa classe vecchia e demente che oggi ci ritroviamo auspico anzi imploro più pluralismo, meno paraocchi quando si tratta di pensare agli italiani ed a temi di urgenza mondiale quali ambiente, povertà, relazioni internazionali.

Mi auguro governi dove anche le opposizioni sono presenti.

Mi auguro una concertazione dove nessuno porta proposte blindate, ma la proposta si costruisce assieme.

Mi auguro un Parlamento che legge ciò che vota.

Mi auguro un elettorato che sa chi vota.

Mi auguro una società dove i corrotti sono consegnati alla giustizia, che punisce, e poi allo Stato che redime.

Mi auguro che noi giovani si parli meno della vittoria della Juve due ore fa, e più della sconfitta che, round dopo round, l’Italia sta subendo ininterrottamente ed anche un po’ inconsciamente, dal 1921 ad oggi.

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Ott 24 2008

Padova Università Aperta

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica

PADOVA. Si sono svolte ieri in tutte le Facoltà dell’Università di Padova le Assemblee studenti-docenti che la delibera del Senato Accademico del 20 ottobre scorso (vedi allegato) aveva promosso per discutere di quei provvedimenti impropriamente definiti “riforma della scuola”. Questo articolo vuole essere un breve resoconto di quella svoltasi ieri a Scienze Politiche.

Ad aprire le discussioni il professor Gianni Riccamboni, Preside della Facoltà di Scienze Politiche, che espone la posizione comune di tutti i professori. Due i punti sotto accusa: la trasformazione delle Università pubblica in fondazioni private; la riduzione del Fondo per il Finanziamento Ordinario con tagli ai finanziamenti per gli Atenei di oltre 400 milioni di euro all’anno e la riduzione del turn over con assunzione di personale docente e tecnico-amministrativo solo nella misura del 20% delle cessazioni dell’anno precedente.

Molte delle scelte attuate dal governo sono andate nella direzione di sfavorire l’istruzione: la riduzione del’ICI ad esempio, di cui a beneficiare è stata soprattutto la fascia media alta dei cittadini, dovrà sopperita dal fondo della ricerca.

Il combinato disposto di tagli indiscriminato dei fondi e la trasformazioni delle Università pubblica in fondazione privata è “destinato a modificare il sistema nazionale pubblico in un sistema debole con accessi differenziati in base al censo”. Nei decreti approvati non si parla di formazione e si rischia di selezionare i corsi di laurea non sulla base del loro valore scientifico ma sulla base del contesto socio-economico in cui operano. L’Università sarebbe così costretta ad elemosinare fondi dai privati, i quali ovviamente elargiranno fondi in base al loro personale tornaconto. È questo un cambiamento epocale. Si passa dunque ad una condizione patrimonialistica e privatistica delle Università dove il diritto di tutti a studiare diviene prerogative di pochi.

La politica che il governo applica per la scuola è la medesima che si rintraccia anche in altri versanti politici. Il paese – dice Riccamboni – non può rinunciare al capitale umano e di ricerca che negli atenei viene formato. Occorrono sì riforme, ma che siano fatte in maniera seria e una volta per tutte e senza partire dal taglio indiscriminato delle risorse (economiche e umane).

La strada è in salita e l’opinione pubblica è contraria. Occorre spingere per modificare quel pregiudizio che vede l’Università come qualcosa di irrecuperabile e da lasciare al proprio destino, bisogna far comprendere alle forze sociali che la cultura è un bene di tutti, non offriamo – conclude Riccamboni – a quelle forze che vedono nel declino dell’Università il pretesto di confermarsi nel loro pregiudizio.

Molti sono gli interventi che sono seguiti, ci limitiamo a riportare gli spunti più interessanti. In questa lotta per conservare l’Università pubblica e per iniziare da qui ad imbastire un processo migliorativo, bisogna trovare la strategia per “portare la gente all’interno dell’università”, ovvero per far capire che questa è una battaglia per cui vale la pena combattere. Bisogna dunque allontanarsi dei luoghi comuni e saper districarsi da quei pregiudizi che riportano a modalità vetuste di lotta, oggi inadatte. Per combattere il nemico occorre conoscerne le armi. Non si possono riproporre vecchi slogan e vecchi simboli. Secondo molti – parere che io condivido – sbagliato sarebbe occupare le Facoltà. In questo modo si farebbe solo il gioco dei media offrendo loro la più classica delle notizie, utile solo a riempire i buchi dei palinsesti. Occorre piuttosto dare lo stimolo al cambiamento, trovare forme nuove di collaborazione e di protagonismo. L’errore anche in questo caso è di fare il gioco dei potenti, e stavolta la posta in palio sono 786 anni di Universa Universis Patavina Libertas.

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Ott 23 2008

Marangon: l’assessore ai lavori pubblici

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Governo Regionale, Veneto

Lunedì scorso, 6 ottobre, ho partecipato ad una riunione fatta dall’assessore Marangon!
La riunione aveva come tema le attività che la regione Veneto sta facendo per promuovere il territorio polesano, terra molto arretrata se paragonata alle altre provincie del Nord Est.
L’introduzione dell’Assessore è stata molte ben costruita perché ha fatto una piccola cronaca degli ultimi 50 anni di storia con riferimenti all’alluvione, all’economia basata principalmente sull’agricoltura e alla carenza di infrastrutture che avrebbero permesso sviluppi diversi.
Ora per il nostro assessore e per la nostra regione, le possibilità di sviluppo sono basate su 5 punti:
Il passaggio al carbone della centrale di Polesine Camerini, la costruzione di una vetraia e una fabbrica di carta in basso Polesine, la costruzione di un centro tecnologico in alto Polesine e la realizzazione di un centro di ricerca a Rovigo.
Inoltre sono presentate le 2 nuove arterie che saranno la nogara-mare e la nuova romea!
Vorrei lasciare a voi i commenti su queste opere, ma vorrei concludere che nel dibattito nato al termine della presentazione l’assessore si è un pò lasciato andare nel parlare dell’amministrazione provinciale che è di sinistra e dell’amministrazione comunale di Rovigo che è sempre di sinistra.
A mio avviso questo incontro che era iniziato con argomentazioni interessanti si è quindi concluso con allusioni politiche e di propaganda in un contesto dove non era presente la controparte e quindi non c’era la possibilità di replica! Tutto troppo facile!

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