Archive for Febbraio, 2008

Feb 21 2008

INTERDIPENDENZA

Pubblicato da Novo Maria Enrichetta nella categoria Letteratura e Poesia, Ricordi

Non cesseremo dall’esplorazione

E il fine di tutto il nostro esplorare

Sarà di arrivare dove siamo partiti

E vedere il luogo per la prima volta…

Una condizione di assoluta semplicità

(che non costa meno di ogni altra cosa)

E tutto sarà bene

Ogni modo di essere delle cose sarà bene

Quando le lingue della fiamma sono inviluppate

Nel nodo coronato del fuoco

E il fuoco e la rosa sono uno.

T. S. Eliot

Nella ricerca delle qualità necessarie per creare una vita migliore, ricca e piena , in cui tutti ci assumiamo la responsabilità per la conservazione di un ambiente vivibile, per la costruzione di una convivenza civile e democratica, per la riscoperta di un impegno comune, scopriamo come esseri mortali e dipendenti, quanto è importante l’interdipendenza gli uni dagli altri, quanto potere abbiamo nel ricercare insieme il bene comune nella solidarietà e nella condivisione.

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Feb 19 2008

FINI & AFFINI

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Politica

Proviamo qui a condurre una breve riflessione su uno dei tasselli che compongono l’attuale scenario partitico.

La scelta di Fini di far confluire il suo partito nel neonato Popolo delle libertà berlusconiano (nome dal sentore populista), è stata una delle mosse più discusse del recente periodo. Apparentemente se consideriamo la tipicità dell’ex Partito in questione (An), i cui votanti sono legati da una chiara identificazione valoriale tale mossa apparirebbe azzardata. Molti, infatti , l’hanno bollata come come sciocca e superficiale, argomentando che gran parte dei voti andrà così a confluire ne “la destra” di Storace: è davvero così?

Probabilmente l’unione Fi-An è solo nuovo cartellone elettorale da sciogliersi ad elezioni concluse che ha l’unico scopo di ottenere la maggioranza elettorale e che certamente avrà ricadute sui voti che l’ex An prenderà se presa singolarmente. Tuttavia, Fini non è certo uno sprovveduto e probabilmente due conti se li è fatti. Berlusconi per motivi anagrafici, non portà essere ancora a lungo sulla cresta dell’onda, ed il suo Partito FI è un partito di cartapesta: senza uno statuto, senza congressi senza i normali apparati dei partiti tradizionali. Ciò vuol dire che quello che decide Berlusconi è legge e che FI coincide escusivamente con lui. Ma quando Berlusconi non ci sarà più che accadrà?

An invece era un partito vero e proprio e se davvero trasferisse le sue strutture nel nuovo Pdl avrebbe la possibilità di far valere la sua forza. Alle prossime elezioni Fini probabilmente ci rimetterà in termini percentuali ma nel lungo periodo, la sua, è una mossa destinata ad avre successo. Almeno per sè stesso.

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Feb 19 2008

Primarie del Partito Democratico a Jesolo: “una nuona stagione”?

Pubblicato da Marco De Mitri nella categoria Comuni d'Italia, Jesolo (VE)

Il 9 febbraio si sono svolte a Jesolo, come in altre cittá, le elezioni per il coordinamento provinciale e locale del Partito Democratico.
Vediamo di porre un po’ di chiarezza; il coordinamento non é altro che il direttivo del partito, che dovrá nominare a sua volta il coordinatore provinciale e locale (quello che una volta si chiamava segretario).
Faccio i miei piu’ sentiti complimenti alle persone elette (per vedere i risultati é possibile consultare il sito www.jesoloforum.com), con un po’ di rammarico per come si sono svolte queste consultazioni.
Le primarie erano un’ opportunitá unica per tutti gli jesolani che si riconoscono nel nuovo progetto del PD, ed é per questo che ritengo vergognoso che il giorno delle consultazioni si sia trasformato ad festa di amici e parenti dei candidati.
Vorrei chiarire che Jesolo forum non é la gazzetta ufficiale del Comune di Jesolo e forse non si doveva dare per scontato che tutti gli Jesolani sono affezzionati lettori della Nuova Venezia. Mi spiace, ma sono abbastanza infelice per l’organizzazione di queste primarie; ritengo che sarebbe stato opportuno inviare una comunicazione a tutti gli elettori delle primarie del 14 ottobre. Mi rendo conto che sarebbe stato uno sforzo organizzativo e finanziario di un certo peso, ma “una nuova stagione” non puó cominciare come le precedenti. Chi vuole far parte di questo “innovativo” progetto deve dimostrare di essere preparato alle novitá e lavorare per le persone e non per un partito ed i suoi “colonnelli”.
Sono contento che sia addirittura aumentato il numero dei partecipanti a questa consultazione rispetto alle primarie del 14 ottobre, ma ho il sospetto che ha partecipare siano stati solo gli amici e i parenti dei candidati.
Per dirla con parole da bar:«gli interessati hanno chiesto ai loro possibili elettori di andare a votarli». E tutti quelli che non fanno attivamente parte della politica jesolana? Forse hanno diritto di partecipare alle primarie solo gli individui imbrigliati negli schemi di partito? Forse questo serve a non sconvolgere un equilibrio che con tanta fatica si ha cercato di disegnare.
Mi spiace, ma non credo che queste primarie siano state l’inizio di “una nuova stagione” e forse il nome degli eletti lo dimostrano ancora di piú delle mie parole. Questa nuova stagione si presenta con le foglie gialle, probabilmente la primavera e l’estate erano superflue e si é deciso di passare subito ad un freddo inverno.
I miei piú sentiti complimenti agli eletti, a cui vorrei ricordare che la politica non é un gioco e nemmeno un lavoro, ma un’attivitá a cui cittadini prestano le loro capacitá per un periodo limitato e con lo scopo di migliorare la vita dei cittadini.

Una saluto a tutti i miei concittadini.
Marco

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Feb 12 2008

Le Tasse in Italia

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Politica

Come ormai tutti sanno, il sig. Valentino Rossi, famoso pilota di Moto GP, dovrà pagare al fisco italiano la modesta somma di circa 19 Milioni di Euro per evasione fiscale (con pagamento rateale). La sentenza è stata fatta oggi 12 febbraio 2008 a Pesaro. A Valentino erano stati accertati più di 100 milioni di Euro di evasione.
Continuo la storia dal mio punto di vista. Mesi fa è arrivato a casa mia il postino (quello delle Poste Italiane SpA), che mi ha recapitato una raccomandata a casa. Io, ovviamente, era al lavoro. Alla sera quando sono tornato, ho visto la notifica della lettera e il sabato successivo mi sono recato in Posta per il ritiro.

Uscito dalla posta, apro la mia raccomandata e trovo questa bellissima sorpresa, devo mandare all’Ufficio delle Entrare del “bel paese” la bellezza di 12,95 Euro per un pagamento in ritardo del 2004 (non ho ancora capito di cosa), inoltre una multa di 6,90 Euro. A conti fatti io devo pagare la bellezza di 19,85 Euro.

Allora visto che la legge è uguale per tutti perchè io non posso pagare al fisco 4 Euro? Io devo pagare una sovratassa perchè ho pagato in ritardo (cmq ho pagato) e non ottengo nessun sconto, ma una penale. Valentino, ragazzo prodigio delle moto, che gli è stato contestato il fatto di non aver pagato tasse per una cifra da capogiro, dovrà versare meno di un quinto dell’ammontare.

Ma in che paese viviamo ? Per fortuna che la costituzione sancisce che le tasse sono in proporzione del reddito e che la legge è uguale per tutti. Ogni giorno questo nostro paese crea molti motivi per capire che è tempo di cambiare. Vi prego, ditemi cosa ne pensate.

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Feb 10 2008

Emergenza Movimento

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Governo Locale

Salve a tutti, sono un ragazzo che ha deciso assieme a qualche amico di iniziare a raccogliere informazioni e denunciare problemi legati all’ambiente in cui viviamo per rendere il posto in cui abitiamo il più vicino possibile al singolo cittadino. Questo perchè ormai penso sia palese il fatto che tutti gli amministratori che passano ad ogni elezione nei Comuni, Provincie, Regioni e Stato non hanno nè obiettivi nè idee, se non l’interesse proprio.
Il nostro obiettivo non è quello di accusare o offendere nessuno, ma quello che creare nelle coscenze della gente quel senso di appartenenza ad un comune, provicia o stato per fare in modo di migliorare la situazione. Tutti sanno che la politica ormai è diventata una fonte di reddito spaventosa.
Il movimento 97 vorrebbe essere uno strumento unico per raccogliere tutte le idee da sottoporre all’attenzione delle persone che ci amministrano per non permettere che il nostro futuro sia lasciato al caso. Scriveteci numerosi dalla pagina contattaci e se avete qualsiasi cosa da dire in merito di Amministrazioni Locali, abusi di qualunque tipo o anche solo suggerimenti, idee, perplessità contattateci. Registrandovi potrete anche commentare gli articoli esistenti. Se raggiungiamo un buon numero di persone affiliate al nostro movimento, vedrete che qualcuno ci ascolterà. Il parere di ognuno di Voi è fondamentale. Potete anche andare nel nostro Forum per discutere di quello che volete, ovviamente senza mai offendere nessuno. Al forum si accede da cliccando qui. Aiutateci a non essere più considerati come “IL PAESE PIU’ TRISTE D’EUROPA”.

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Feb 09 2008

INDIFFERENTI

Pubblicato da Mirko Romanato nella categoria Filosofia

«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti».

ANTONIO GRAMSCI 11 febbraio 1917

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Feb 09 2008

L’INDUSTRIA CULTURALE NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica

Cerchiamo ora di affrontare, certo non esaustivamente, un argomento assai complesso e variegato, stiamo parlando del disorientamento di cui è avvolta la coscienza politica del cittadino medio all’interno del panorama mediatico contemporaneo. Tale smarrimento è dovuto, a nostro avviso, principalmente a due ragioni: la frantumazione di ogni legame sociale attraverso un’alienazione che si potrebbe definire di secondo grado, e l’asservimento quasi totale ai mezzi che veicolano la comunicazione dell’industria culturale. Entrambe le componenti rivestono una rilevanza primaria per riuscire ad apprezzare adeguatamente il livello “incoscienza politica” di cui il cittadino è oggi afflitto.

Partiamo dalla prima. La società postfordista non si basa più sulla divisione di classe. La rivoluzione industriale e la globalizzazione dei mercati hanno modificato la natura della competizione industriale, la dinamica della divisione del lavoro e la strutturazione della società stessa. La forza delle economie industrializzate non risiede più nelle produzione manifatturiere, bensì nelle attività terziarie e in particolare nei servizi innovativi. La produzione prettamente industriale del secolo scorso è andata via via riformulatesi in fattispecie inedite che privilegiano il settore dei servizi. Ciò significa che il lavoratore occidentale non fa più parte della classe operaia: egli ha perso il contatto materiale con i mezzi di produzione, con gli oggetti prodotti e con gli strumenti che servivano a produrli.

Oggi il lavoro manuale viene delocalizzato dove il “costo del lavoro”, ovvero lo stipendio del lavoratore stesso, risulta più vantaggioso per l’imprenditore. L’avvicinarsi dei mercati, il ridursi delle distanze, l’unificarsi dei gusti dei consumatori fa sì che qualsiasi bene possa essere prodotto in ogni parte del mondo, per poi essere venduto a consumatori appartenenti a contesti socio-economico completamente diversi. Un trasferimento di attività produttive che è incentivato, se non addirittura esasperato, dall’incalzante sviluppo delle tecnologie: quelle informatiche e comunicative su tutte: le quali appianano le diversità culturali propagandando lo stesso, univoco, modello culturale.

A fronte di una manodopera immigrata, che si accontenta di salari più bassi e condizioni di lavoro spesso poco dignitose, al cittadino della società postindustriale, che a quelle condizioni non vuole adattarsi, rimangono poche alternative. La prima consiste nell’abbandonarsi nelle piaghe della burocrazia d’impresa, confinato dietro la scrivania di un ufficio ovvero nel lavoro avulso dalla sua componente manuale. Una sorta di alienazione di secondo grado dove non solo si perde ogni rapporto con i compagni di fabbrica, ma addirittura si viene messi in competizione con loro; come se ogni dipendente fosse un universo a sé che, invece di collaborare, compete. Un’alienazione che si differenzia dall’omonima della società industriale (la quale, frammentando il lavoro in base alla famigerata catena di montaggio impediva di avere il possesso del lavoro finito e dunque della dignità di cui quel lavoro è intriso) per il fatto di avere completamente espunto dal lavoro il lavoro stesso, a fronte di un “sevizio”. Un servizio che è lavoro di grado inferiore: che non può essere appreso o esercitato se non all’interno di strutture che il lavoratore non potrà mai possedere e nemmeno copiare, poiché troppo estese e costose. In breve, il lavoratore ha sì appreso una professione, ma essa rimarrà vincolata per sempre ai mezzi forniti dall’azienda il cui capitale va sempre più estendendosi.

La seconda via che il cittadino può intraprendere è quella più orgogliosa del cosiddetto “libero professionismo” vale a dire l’intraprendere un’attività propria che non obblighi al lavoro subordinato. A tal fine occorrono però risorse economiche e culturali non indifferenti, per non parlare poi di una destrezza, nonché una dimestichezza col mercato globale notevoli. Pena l’essere presto tagliato fuori dal mercato o ghettizzato in una porzione locale dello stesso che talvolta difficilmente garantisce la sussistenza. Più l’economia si fa globale è più erige barriere per ostacolare coloro che vorrebbero proporsi con un attività propria, ecco perché è molto più facile cercare una soluzione “subordinata”. Si tratta di dinamiche complesse che solo in parte sono state studiate, ma che meriterebbero un’ attenzione approfondita.

Il cittadino medio è combattuto tra due prospettive entrambe deludenti: da un lato la subordinazione ad una padrone che spesso non potrà mai identificare, dall’altra l’impervia via dell’emancipazione che può nascondere insidie compromettenti. Soffermiamoci sulla prima: è a tutti noto quanto il capitalismo mondiale si sia recentemente trasformato. Tuttavia non è stata ancora studiata adeguatamente la reazione sociale che la forza lavoro ha dispiegato alla luce delle mutazioni del capitalismo contemporaneo. Si pensi alle dinamiche sociali del secolo scorso. Lo scontro di classe era evidentissimo: il lavoratore sapeva chiaramente da chi dipendeva e a chi doveva indirizzare determinate rivendicazioni. Conosceva il “nemico”, così pure l’ambiente, i tempi di lavoro, i colleghi che erano sempre gli stessi. Seppure monotono, alienante e quant’altro, quel lavoro gli offriva la possibilità di gestire con sufficiente certezza il futuro. Compiendo calcoli sovente avventurosi si potevano progettare spese e pronosticare senza timore eventuali rischi.

Oggi le cose sono molto diverse. Il datore è figura dai contorni alquanto evanescenti: non si sa bene chi sia né dove operi. Spesso, infatti, le aziende non sono altro che parti di corporation multinazionali, filiali d’imprese estere, che partecipano ad operazioni consocietarie attraverso joint ventures. Il padrone è divenuto un manager. Il lavoro saltuario, precario, interinale e via discorrendo. Il che significa: fine dei progetti a lungo termine. Non è raro poi che il “capitale” dell’impresa, che fino a ieri era visto come qualcosa di satanico, sia oggi proprietà dei lavoratori che dispongono di quote delle azioni dell’impresa stessa. Beninteso, non si vuole sostenere che la società del secolo scorso fosse nettamente divisa per classi antagoniste: un operaio della FIAT poteva benissimo non votare a sinistra, tuttavia quella era una società che a differenza della nostra, proprio in virtù dell’evidenza dai rapporti tra le forze che sostenevano il peso della produzione, tracciava steccati, costruiva identità ed obiettivi comuni. I partiti nacquero in funzione di quella divisone: essi rappresentavano interessi ben precisi e perseguivano gli obiettivi corrispondenti, e ciò voleva dire che votarne uno piuttosto che un altro recava delle ben chiare conseguenze.

Oggi, invece, mentre una parte dei lavoratori non sa a chi rivolgere le proprie lamentele non potendo identificare l’avversario, l’altra parte s’illude di potere realizzarsi, di fare il salto di qualità, finanche di diventare un nuovo Berlusconi. L’identificazione con il partito che rappresenta realmente i propri interessi è tutt’altro che immediata. Il cittadino rimane intrappolato nella doppia insicurezza di cui è intimamente gravido il nuovo paradigma economico, e derivante dalla fine delle speranze circa una possibile soluzione (del tramonto delle ideologie si è gia parlato sopra). Egli rimane sommerso nella dimensione della “solitudine del cittadino globale” di cui parla il sociologo Zygmunt Bauman. Un termine quello «Unsicherheit che definisce il complesso delle esperienze del cittadino globale fatte», nel passaggio alla società liquida, «di incertezza (uncertainty), insicurezza esistenziale (insecurity) e mancanza di protezione per la propria persona che suggella la condizione di precarietà (unsafety) »[1].

L’insicurezza porta ciascun individuo a vedere se stesso come un universo a sé stante e nutrire la convinzione che nulla possa più servire per contrastare lo stato fattuale delle cose. Non è un caso dunque che il welfare state venga abbandonato a fronte del solo investimento finanziario percepito come unico, individuale, strumento valido a costruire un futuro di auto-protezione sociale; né è un caso che la maggior parte dei movimenti spontanei siano innervati da pretese localiste, che nascono unicamente per rivendicare i danni seguiti a determinate scelte politiche percepite come un sopruso (sono i cosiddetti movimenti “N.I.M.B.Y.” si pensi ai movimenti sorti contro l’ampliamento della base Dal Molin, contro le discariche, o a quello No Tav, etc.).

Vi è in sostanza un nichilismo larvato nella società contemporanea che l’avvelena facendone morire ogni speranza di cambiamento, ogni tendenza a pensare in grande a fare progetti che non si appiattiscano esclusivamente sul quotidiano. Un nichilismo egoista che rifugge ogni sana utopia.

Questo disorientamento che la società contemporanea fa sorgere naturalmente nell’animo di ciascun cittadino è poi ben addomesticato, se non addirittura coltivato, esasperato e assecondato da quello che solo in apparenza è un semplice elettrodomestico: la televisione. Vero è che essa esisteva anche prima degli stravolgimento politico-economici di cui si e detto, ma altrettanto vero è che da allora è mutato l’uso che fino a quel momento se n’era fatto.

Nel corso della storia i mezzi di comunicazione hanno modificato il modo di fare politica e hanno rappresentato un vantaggio decisivo per i politici che, per primi, ne hanno compreso le potenzialità. Così negli anni Trenta è stato Roosevelt a comprendere la radio e ad avvantaggiarsene per comunicare con gli americani con i famosi “discorsi del caminetto”. Negli anni Sessanta è stato Kennedy a trarre vantaggio dall’uso della televisione, prima per vincere le elezioni e, poi, per influenzare le percezione della sua Amministrazione da parte dell’opinione pubblica.

Negli ultimi cinquant’anni sono indiscutibilmente cambiati i mezzi di trasmissione con l’avvento della radio prima, della televisione poi e, infine, di internet e delle tecnologie digitali, ma non è cambiato lo scopo: convincere ed ottenere il consenso. La politica non è solo “chi ottiene cosa”, la distribuzione di valori all’interno della società, ma anche “chi dice cosa”, la comunicazione di simboli agli individui che la compongono. Alla domanda chi dice cosa, si può aggiungere attraverso quale canale, a chi, con quale effetto.

Per comprendere a pieno l’intima connessione che lega la politica alla comunicazione è sufficiente rammentare che esse condividono le stesse origini. Anche se Platone e Aristotele non fanno mai uso del termine “comunicazione”, hanno comunque ben chiara l’importanza della persuasione e dei suoi effetti sull’acquisizione, la conservazione ed il controllo del consenso. La retorica, come arte di persuasione, è argomento di discussione tra i filosofi greci ed è nello spazio pubblico della polis che svolge un ruolo fondamentale nel determinare direzione e qualità dei rapporti di forza nella lotta per il potere. Nella Roma Repubblicana le campagne elettorali si svolgono direttamente nelle strade e nelle piazza con una interazione diretta tra protagonisti e destinatari della comunicazione politica. Non a caso il termine “candidato” deriva dalla tunica bianca che chi aspirava ad una carica elettiva doveva indossare come segno di riconoscimento.

Da sempre, ciò che la gente fa e pensa in politica deriva dai significati che dà agli eventi, dalle percezioni che ha delle istituzioni governative e dall’atteggiamento che ha nei confronti delle varie personalità. Tali eventi, istituzioni e personalità, vengono presentati attraverso i mezzi di comunicazione di massa: quotidiani, riviste, film, libri, radio, internet e soprattutto televisione. Significati, percezioni atteggiamenti. È vero, naturalmente, che la gente frequentemente seleziona o reinterpretata per proprio conto comunicazioni che differiscono dalle idee preconcette in loro possesso. Ma non bisogna dimenticare che tali idee preconcette si sono formate attraverso migliaia di precedenti comunicazioni. La comunicazione non è neutrale. La comunicazione è alla base della politica, non può esistere attività politica senza comunicazione tra gli individui. Il mezzo di comunicazione utilizzato e il suo costo sono in grado d’influenzare la natura dell’attività politica.

Dunque, se è vero che politica e comunicazione sono inscindibili è doveroso compiere una riflessione approfondita su quello che ad oggi è il mezzo maggiormente utilizzato per rinsaldare quotidianamente il legame che le tiene assieme: la televisione. Essa è lo strumento più utilizzato e non certo a caso. I ritmi di lavoro pressanti permettono ai lavoratori di dedicare molto poco del loro tempo a mezzi di informazione il cui utilizzo non sia immediato come lo è, invece, quello dello televisione. Ciò può giustificare il fatto che se si sommano le tirature dei vari giornali si raggiungerà una cifra alquanto irrisoria rispetto al numero di coloro che guardano la televisione.

La sola esistenza dei media, indipendentemente dai loro contenuti, ha modificato il nostro sistema di percezione spazio-temporale. Se a ciò aggiungiamo il potere d’interpreta-zione, di decisione su che cosa costituisce notizia e cosa no (vale a dire cosa verremo a conoscere e cosa no di tutto ciò che accade), diventa difficile dissentire dall’esperto di politica estera Bernard Cohen (Cohen, The Press and Foreign Policy, Princeton, 1963) quando dichiara: «i mass media non avranno successo nel dichiarare alle persone cosa, ma hanno un successo sbalorditivo nell’indicare alla loro audience su che cosa pensare»[2].

I media osservano il mondo e decidono di quali eventi e di quali persone si debba parlare (newsmaking). L’attenzione dei media può creare tematiche e personalità portandole a conoscenza dell’opinione pubblica, facendole diventare oggetto di discussione politica. La disattenzione può, al contrario, condannare all’oscurità le stesse tematiche e personalità attraverso la decisione che esse non costituiscono notizia.

Per quanto riguarda l’uso che è stato fatto e viene fatto dei media (il contenuto), nonostante la gran mole di studi rimane, tuttora, difficile stabilire se i media siano in grado di causare cambiamenti nelle opinioni o comportamenti. Tuttavia sembra possibile tentare alcune generalizzazioni sugli effetti dei media che appaiono riconoscibili in tre categorie: 1) cognizione e comprensione; 2) modo di pensare e valori; 3) comportamento.

Gli effetti più forti dei media si hanno nei confronti della prima categoria, nel generare la consapevolezza ed incrementare il livello di informazione. La conoscenza del mondo che ci circonda ed il modo in cui pensiamo e discutiamo è fortemente influenzato dei media. E ciò è particolarmente vero quando non si ha un’esperienza diretta delle cose, come nel caso della politica. Per la maggior parte delle persone la conoscenza degli avvenimenti politici è una conoscenza mediata, che passa attraverso il filtro dei mass media. Per quanto riguarda la seconda categoria, quella del modo di pensare ed i valori, vi è sicuramente un’influenza da parte dei media anche se il loro potere è diminuito da altre fonti di valori e modi di pensare. Infine la terza categoria risulta essere quella in cui è più difficile stabilire gli effetti dei media. L’unica generalizzazione che può essere fatta (visti i risultati degli studi in proposito) riguardo agli effetti dei media sul comportamento, è che essi sembrano avere una maggiore capacità di rinforzo delle tendenze di comportamento piuttosto che di cambiamento.

I media, ed in particolar modo la televisione, hanno trasformato le regole e il terreno di gioco della comunicazione politica ed elettorale. Nella politica moderna e postmoderna costituiscono il terreno di gioco sul quale avviene la maggior parte delle interazioni tra gli attori del sistema politico e il cittadino-elettore. Negli Stati Uniti, a causa della crescente strutturazione della comunicazione politica sulla base delle logiche televisive, si è arrivati a parlare della fine della politica tradizionale e di affermazione dei “media-politics”. Si tratta di un processo che, con tempi e gradi diversi, ha coinvolto tutti i Paesi occidentali: «I media hanno assunto un’importanza centrale nella vita sociale italiana: se fino agli anni Settanta era una politica complessa e talvolta oscura ad imporre il suo linguaggio ad una tv seria e paludata, oggi è il linguaggio dei media ad avere permeato quello della politica»[3].

La mediatizzazione della politica non è un fenomeno a sé stante. Prima è avvenuta la mediatizzazione della società: «I media, soprattutto quelli elettronici, sono un ingrediente essenziale della società postindustriale, più ancora di quanto lo fosse la sola stampa della società industriale […]. L’avvento della televisione, mezzo che somma in se le funzioni di intrattenimento e di svago del cinema e d’informazione della stampa, rappresenta meglio di qualsiasi altro l’insediamento dei media nel tessuto sociale e culturale. Tra i media, soprattutto la televisione influenza la formazione delle mode e dei gusti, ma anche la diffusione delle idee e delle conoscenze. Come era entrata nelle case, entra anche nella politica, grazie alla sua funzione – condivisa ora da altri media – di mezzo d’informazione, di osservatrice della lotta politica, e di palcoscenico di questa».

La presenza dei mass media ha cambiato il rapporto tra visibilità e potere: prima dell’avvento dei mass media il controllo della propria visibilità era legato alle apparizioni pubbliche, alla condivisione dello stesso luogo spazio-temporale, a situazioni di compresenza. La prima trasformazione avviene con la stampa: non è più necessario che le persone assistano ad un evento in prima persona perché esse sia per loro un fatto pubblico. La possibilità di vedere e di ascoltare offerta dalla televisione riconnette su nuove basi pubblicità e visibilità: la notorietà si lega nuovamente alla possibilità di essere visti ed ascoltati. Un pubblico enorme può vedere ed ascoltare senza essere visto, così come un politico può preparare il suo messaggio propagandistico con la tranquillità che la differita gli offre: ovvero con la scioltezza di chi sa di non avere un’unica possibilità da sfruttare e senza una miriade di sguardi che lo giudicano.

Ma, oltre al panorama mediatico, oggi ad essere cambiato è il consumo delle informazioni con la frammentazione e diversificazione dei formati delle notizie e dei canali di comunicazione. Se una volta le informazioni erano confinati a pochi canali e ad orari definiti (basti pensare ai telegiornali) ora i notiziari e le trasmissioni dedicate alle questioni pubbliche sono integrati da notiziari 24 ore su 24, giornali radio orari, talk show, infotainement, internet. Per chi fa politica il rischio è di cadere nel vortice delle dichiarazioni e delle controdichiarazioni, talvolta troppo semplicistiche, perdendo così di vista il senso generale e strategico della comunicazione, ma anche i destinatari ultimi vale a dire i cittadini-elettori.

Allo stesso modo la moltiplicazione dei canali e la crescente competizione hanno modificato anche lo spazio dedicato all’informazione ed il modo di trattarla: sono nate forme ibride (infotainement) che puntano ad intrattenere oltre che ad informare.

Per analizzare quanto questo circuito informativo contribuisca paradossalmente alla disinformazione e ad incentivare lo stato di disorientamento di cui è vittima il cittadino postmoderno, occorre studiare i mezzi di comunicazione di massa[4] scindendo la comunicazione in base a due ordini di grandezze. La prima è la comunicazione che esplicitamente si occupa di politica, vale a dire le notizie dei telegiornali o i talk show che se ne occupano o che raccontano fatti di cronaca che hanno conseguenza direttamente connesse con scelte politiche. La seconda categoria è quella più subdola dei programmi che apparentemente pretendono di parlare di cose distanti anni luce dal mondo politico, ma che poi per una via o per un’altra gettano addosso al telespettatore una serie di messaggi politici più o meno espliciti, carichi di emotività, che vanno a fissarsi nel suo inconscio. A differenziare un tipo di comunicazione dall’altro non sono le tecniche utilizzate ma soltanto l’oggetto di cui si parla.

Per comodità d’ora in avanti chiameremo queste due forme di comunicazione (che rimangono beninteso politiche) rispettivamente: esplicita ed implicita. Per ciò che riguarda la prima niente di nuovo può essere scritto qui: la televisione ha le sue regole e le si conoscono bene, qualsiasi manuale di teoria comunicativa ce le può fornire. Esse riguardano: il linguaggio utilizzato, che si costruisce secondo una serie di artifizi ed elementi formali; i tempi, sempre frettolosi; gli spazi promozionali, vincolati alla pubblicità che obbligano il politico che vuole far passare un messaggio a proporre al pubblico «soluzioni semplici anche ai problemi più complessi» (volendo così adottare la definizione che Mastropaolo offre dell’antipolitica). Tali logiche mediatiche sono così esplicite ed evidenti anche allo spettatore meno accorto, che abbisognano di una regolamentazione affinché i politici dei diversi schieramenti siano trattati alla stessa maniera. Ed è proprio questo il motivo per cui, si pensi alla campagna elettorale, i tempi di comparizione televisiva dei politici devono essere calcolati sulla base di determinati requisiti, spesso disciplinati da legge (par condicio).

All’interno della comunicazione esplicita vi sono poi altre regole che non sono così note al grande pubblico, ma che gli operatori televisivi utilizzano di continuo. Una di queste è la tecnica che consiste in ciò che i comunicatori chiamano “effetto recency” in base alla quale il pubblico, pur non rendendosene lucidamente conto, è portato ad approvare le spiegazioni che vengono fornite in chiusura di servizio. «Se si discute della legge Tale, la si enuncia poi si da subito la parola all’opposizione, con tutte le argomentazioni. Quindi seguono i sostenitori che obiettano alle obiezioni. Il risultato persuasivo è scontato: ha ragione chi parla per ultimo»[5]. Quindi, a seconda dell’ opinione che si vuole sostenere sarebbe sufficiente montare il filmato in una maniera piuttosto che nell’altra.

Non si vuole qui sostenere che l’effetto recency” sia utilizzato costantemente o, peggio, che dietro ogni servizio del Tg vi si trovi un cospiratore o un partigiano, ciò nondimeno esso deve essere inteso allo stregua di uno dei tanti esempi che si potrebbero apportare di come una semplice tecnica di montaggio televisivo possa essere utile ad influenzare l’opinione dello spettatore-elettore. Occorre peraltro precisare che se una tecnica del genere può dimostrarsi utile a convincere gli indecisi, difficilmente servirà ad aprire una breccia in chi possiede già le idee chiare. Ciò non toglie che alla lunga essa possa sortire non pochi effetti, a maggior ragione se si considera il crescente numero di elettori che per i motivi di cui sopra sono destinati a rimanere perennemente insicuri.

Possiamo ora alla seconda forma di comunicazione: quella implicita. Questa presenta aspetti molto interessanti che purtroppo non sono stati approfonditi, come invece è stato fatto per quanto attiene al caso precedente. La comunicazione politica implicita avviene quando apparentemente si parla di cose che non hanno a che fare con la politica in senso stretto ma che nascondono una ben determinata visione del mondo. Più che in quella esplicita, nella comunicazione implicita sono presenti messaggi subliminali e condizionamenti inconsci, che risultano ancor più difficilmente smascherabili.

Il motivo sta nel fatto che il telespettatore è nudo, nel senso che è spoglio delle barriere che solitamente utilizza quando si rende conto che il messaggio trasmesso è chiaramente politico. In tal caso la valutazione dell’opinione del commentatore sarebbe filtrata da tutta una serie di valori, idee e pensieri che ognuno di noi possiede; ma se il messaggio che arriva si dichiara essere non-politico ecco che esso giungerà in tutta la sua prepotenza.

Facciamo subito un esempio. Si pensi a due tipologie di programmi d’informazione: “Studio Aperto” e il “Tg4”. Apparentemente essi non differiscono di molto: sono entrambi (pseudo) telegiornali di due canali diversi ma che tirano entrambi acqua al mulino berlusconiano. Dove sta la differenza? Sta nel fatto che lo spettatore che guarda il Tg4 può farlo unicamente per due motivi antitetici: o perché davvero ammira Emiliano Fede, ne condivide le idee ed è proteso verso la politica di Berlusconi; oppure perché li disprezza e desidera farsi quattro risate con le baggianate di Fede. Entrambi i casi presuppongono però un propensione del conduttore a manifestare esplicitamente la sua posizione politica, ed una attitudine dello spettatore a rapportarsi consapevolmente con una comunicazione che si espone apertamente. È proprio questo che consente al telespettatore di innalzare le proprie barriere conoscitive nell’atto dell’osservazione.

Nel caso di “Studio Aperto” ciò non avviene così palesemente: gli ideali politici che lo foraggiano non sono resi manifesti. Ma basta un po’ di malizia per accorgersi facilmente che la scaletta del Tg è sempre la stessa: si apre con la cronaca, dove si viene a conoscenza che l’immigrato di turno ha commesso il solito reato; poi si passa al meteo, con l’assurdità del collegamento con un inviato in quasi ogni città italiana; infine si arriva al gossip ed è questa la parte che occupa gran parte del tempo a disposizione. In quest’ultima frazione si viene alla conoscenza di come trascorre la notte “la gente che conta”[6] tra feste in discoteca, lusso sfrenato alcolici e belle donne: una vita dunque che sono molti ad ambire. Premesso che il meteo è solo uno stratagemma per raccattare audience, il binomio crimine-gossip è quanto di migliore possa essere concepito per disciplinare il telespettatore. Da un lato gli si indica il nemico da combattere: l’immigrato che assedia le nostre città. Dall’altro il modello da imitare: quello del business e dello spettacolo .

Anche se non vi sono opinioni politiche schiette, alla fine il telespettatore avvertirà un sentimento d’intolleranza nei confronti dagli stranieri che lo spingerà a approvare una politica repressiva, immerso nei messaggi simbolici individualisti, lascivi, consumistici che le donne nude ed il lusso gli hanno lanciato. A meno che il telespettatore non ne comprenda il giochetto ed inizi a munirsi nuovamente delle sue barriere, non occorre un politologo per capire verso quale indirizzo politico sarà portato. D’altronde, sono proprio i pubblicitari che ci insegnano che il messaggio nascosto può essere più importante di quello evidente, poiché questo messaggio nascosto sfuggirà ai controlli della coscienza, non sarà evitato dalle resistenze psicologiche nei consumi e probabilmente penetrerà nel cervello degli spettatori.[7]

Ma i messaggi della comunicazione implicita non si fermano qui. Essi si celano anche in molti dei prodotti dell’industria culturale postmoderna. In essi il messaggio politico è qualcosa che si staglia sul fondo, di offuscato ma indispensabile a delineare lo scenario sul quale agiscono dei personaggi che solo in apparenza ne sono i protagonisti. Al contrario essi agiscono esclusivamente perché calpestano quel palcoscenico che propaganda di continuo un mondo di relativismo dove assoluta è solo l’etica del consumo e dell’immagine. Una messa in scena che si finge reale (reality) con attori che dicono di essere uguali a noi.

Consapevolmente abbiamo scelto di definire tutto ciò che ruota attorno al mondo dello spettacolo con il termine, caro agli studiosi della scuola di Francoforte, di “industria culturale”. Infatti, mai come nella nostra epoca le teorie della scuola critica appaiono attuali e forse, solo oggi è possibile capire appieno ciò che quei filosofi avevano preannunciato più di mezzo secolo fa. Il termine “industria culturale” venne usato da Horkeimer e Adorno per la prima volta nella Dialettica dell’Illuminismo: in questo testo è illustrata la “trasformazione del progresso culturale nel suo contrario”. Negli appunti precedenti alla stesura definitiva si usava il termine “cultura di massa”. Ma l’espressione venne sostituita con “quella di industria culturale per eliminare fin dall’inizio l’interpretazione consueta e cioè che si trattasse di una cultura che nasce spontaneamente dalle masse stesse, quasi fosse una forma contemporanea di arte popolare” (Adorno, 1967)[8] .

Lo scopo della scuola di Francoforte era quello di penetrare il senso dei fenomeni strutturali primari della società contemporanea: il capitalismo e l’industrializzazione, attraverso lo studio dei fenomeni sovrastrutturali della cultura o del comportamento collettivo. Anche se può senz’altro apparire discutibile oggigiorno l’impianto marxista che stava alla base, in un’epoca, la nostra, caratterizzata dallo sparpagliamento delle classi; crediamo, tuttavia, ciò non sia sufficiente a decretarne la totale infondatezza delle analisi che la scuola critica fece ai mezzi di comunicazione.

Secondo Horkeimer e Adorno, sotto le spoglie della stratificazione dei prodotti culturali si nasconderebbe una logica funzionale ad una strategia di dominio. La stratificazione dei prodotti culturali secondo la loro qualità estetica o il loro impegno è perfettamente in sintonia con l’intero sistema produttivo: « Il fatto di offrire al pubblico una gerarchia di qualità in serie serve solo alla quantificazione più completa»: sotto le differenze, rimane un’identità di fondo appena mascherata, quella del dominio che l’industria culturale persegue sugli individui: «ciò che continuamente nuovo essa offre non è che il ripetersi in forme sempre diverse di un qualcosa di eguale; il cambiamento maschera uno scheletro, in cui muta tanto poco quanto nello stesso concetto di profitto, da quando questo ha conquistato il predominio sulla cultura» (Adorno, 1967). Evidentemente questo sistema condiziona in modo totale la forma e il ruolo del processo di fruizione e la qualità del consumo, così come l’autonomia del consumatore.

Nell’era dell’industria culturale l’individuo ormai non decide più in maniera autonoma: il conflitto tra impulsi e conoscenza è risolto con l’adesione acritica ai valori imposti: «quella che un tempo i filosofi chiamavano vita si è ridotta alla sfera del privato e poi del puro e semplice consumo, che non è più se non un’appendice del processo materiale della produzione, senza autonomia e sostanza propria». L’uomo è in balia di una società che lo manipola a piacere: «il consumatore non è sovrano, come l’industria culturale vorrebbe far credere, non è il suo soggetto bensì il suo oggetto» (Adorno, 1967).

Man mano che le posizioni dei mezzi di comunicazione si fanno solide e salde, più essi possono agire sui bisogni del consumatore, guidandoli e disciplinandoli. La totalità del processo sociale è irrimediabilmente persa di vista, occultata: l’apologia della società è intrinsecamente connessa all’industria culturale. «Divertirsi significa essere d’accordo […]; significa ogni volta: non doverci pensare, dimenticare il dolore anche là dove viene mostrato. Alla sua base è l’impotenza. È, effettivamente, fuga: non, come pretende, fuga dalla cattiva realtà ma dall’ultimo pensiero di resistenza che la realtà può avere ancora lasciato. La liberazione promessa dall’amusement è quella del pensiero come negazione. L’impudenza della domanda retorica: ‘guarda cosa vuole la gente!’ è di appellarsi, come soggetti pensanti, alla stessa gente che è suo compito divezzare dalla soggettività» (Horkheimer-Adorno, 1947).

L’individualità è sostituita dalla pseudo-individualità: il soggetto si trova vincolato a una identità senza riserve con la società. L’ubiquità, la ripetitività e la standardizzazione dell’industria culturale fanno della moderna cultura di massa un mezzo di inaudito controllo psicologico. Se «nel XVIII secolo il concetto stesso di cultura popolare, diretto verso l’emancipazione dalla tradizione assolutistica e semifeudale, aveva un significato di progresso, accentuando l’autonomia dell’individuo come essere capace di prendere le sue decisioni» (Adorno, 1954), nell’epoca attuale l’industria culturale e una struttura sociale sempre più gerarchica e autoritaria rendono il messaggio di un’obbedienza irriflessiva il valore dominante e invadente.

Più indistinto e diffuso sembra essere il pubblico dei moderni mass media, più i mass media tendono ad ottenere la loro «integrazione. Gli ideali di conformismo e formalismo erano connessi ai romanzi popolari fin dal loro inizio. Ora, comunque, questi ideali sono stati tradotti in piuttosto precise prescrizioni di ciò che si deve e di ciò che non si deve fare. L’influenza dell’industria culturale, in tutte le sue manifestazioni, porta ad alterare la stessa individualità del fruitore»[9].

I prodotti dell’industria culturale sono costruiti apposta per un consumo distratto, non impegnativo. Essi fingono di dire una cosa e invece ne dicono un’altra, fingono di essere frivoli e invece, ponendosi oltre la consapevolezza del pubblico, pubblicizzano un “mondo” piuttosto che un altro. I messaggi che agiscono a livello latente continuamente indicano allo spettatore cosa comprare, come comportarsi, quali abiti indossare, quale auto si deve possedere e così via. Valori.

Il riconoscimento e la comprensione devono coincidere. Il riconoscimento diventa un fine invece che un mezzo. La comunicazione perde di espressività appiattita su di un linguaggio che serve da ricettacolo per bisogni istituzionalizzati. La comprensione ovvero l’atto che ogni individuo dovrebbe autonomamente compiere è soppressa, sostituita da un messaggio immediato, spesso banale ma che colpisce. Infatti, se la «lettura come atto di percezione e di appercezione porta probabilmente con sé un certo tipo di interiorizzazione – l’atto di leggere un romanzo è abbastanza prossimo a un monologo interiore – la visualizzazione dei moderni mass media si orienta verso la esternalizzazione. L’idea di interiorità […] cede di fronte ai segnali ottici inequivocabili che possono essere afferrati con un’occhiata» (Adorno, 1954).

Viene da chiedersi: cosa c’entra tutto questo con l’antipolitica? Ad una lettura superficiale ben poco. Ma se ci si sofferma un attimo a riflettervi si noterà che il cittadino, isolato, espunto da qualsiasi rete sociale e bersagliato dai messaggi televisivi non può più essere “politico”. Bombardato quotidianamente da quelle che potremmo definire armi di distrazione di massa egli si abitua a disimpegnarsi, a farsi carico solo di quei problemi che lo toccano da vicino.

Il linguaggio dei media rende poi irriconoscibile la soglia tra ciò che è politico e ciò che è antipolitico. I discorsi antipolitici o demagogici assumono influenza politica solo quando qualcuno decide di renderli notiziabili. La c.d. “antipolitica” (quella che viene sbraitata) pur continuando ad essere nient’altro che manifestazione di un rapporto di forza finisce per confondersi con la politica vera e propria. I media ne hanno confuso il confine. Pertanto il cittadino che sente parlare di antipolitica, anche se volesse ricercarlo, non può più distinguerlo, a maggior ragione perchè egli ha dimenticato il suo ruolo politico. È paradossale che non si riesca più a capire se sia la politica ad essere antipolitica, o piuttosto se l’antipolitica sia divenuta un’altra forma di politica.

Tutto ciò fa si che le scelte politiche che ogni cittadino, giuste o sbagliate, dovrebbe compiere dentro di sé, siano spodestate dalla prepotenza dell’agenda setting mediatica che gli dice: esplicitamente riguardo cosa pensare e implicitamente come pensarlo.


[1] P. Andruccioli, L’uomo insicuro, in Diciottesimo parallelo – La ripresa del conflitto sociale in Italia, Manifestolibri, Roma 2002

[2] M. Cacciotto, All’ombra del poter-Strategie per il consenso e consulenti politici, Casa Editrice le Lettre, Firenze, 2006

[3] M. Cacciotto, All’ombra del poter-Strategie per il consenso e consulenti politici, Casa Editrice le Lettre, Firenze, 2006

[4] Qui ci siamo limitati ad una riflessione sulla televisione poiché essa è stata la principale responsabile del processo di mediatizzazione della politica ed è il canale che tutt’ora mantiene un potere incontrastato sugli altri media e perfino sulla politica stessa; tuttavia, l’estensione di tale riflessione ad internet e ad altre forme inedite di comunicazione potrebbe fornire risultati molto interessanti.

[5] Cfr. Umberto Eco, Le regole del potere nel regime mediatico, La Repubblica, 9 gennaio 2004

[6] Chi scrive è certo di avere udito pronunciare testuali parole dal conduttore di Studio Aperto all’apertura di un servizio risalente a qualche anno fa.

[7] Molti sono gli studi condotti a riguardo; uno su tutti quello fatto in un cinema americano degli anni ‘60 dove venne proiettato all’interno di una scena di un film un solo fotogramma di un recipiente di pop corn. Nonostante il fotogramma risultasse impercettibile all’occhio il risultato fu che durante l’intervallo le vendite dei pop corn aumentarono notevolmente.

[8] M. Wolf, Teorie delle Comunicazioni di massa, Bompiani, Milano, 1994

[9] M. Wolf, Teorie delle Comunicazioni di massa, Bompiani, Milano, 1994

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Feb 09 2008

Concorsi Pubblici

Nel mio comune, grazie a dei “trasparenti” concorsi pubblici per l’assunzione del personale fatti in passato, un sacco di persone percepisce uno stipendio pagato dai cittadini. A mio avviso, quindi potrei anche sbagliarmi, il numero di persone assunte dal comune per la fruizione dei servizi e nettamente sproporzionati in funzione del numero degli abitanti e al numero di servizi erogati. Tutti i dipendenti comunali hanno regolarmente vinto il concorso per meritocrazia e nessuno vuole mettere in discussione il fatto della vittoria. Quello che mi fa riflettere è il mistero della famigliarità dei concorsi. Mi spiego. Per pura casualità tutti i vincitori sono figli o al massimo nipoti di persone che già lavoravano in questo comune, che fortuna! Io no voglio accusare nessuno, nè tanto meno ritengo che ogni singolo dipendente non sia all’altezza della propria funzione amministrativa. Valutando con attenzione e con un occhio alla statistica, qui ci sono famiglie di 4 persone con il 50% dei famigliari che vincono un concorso pubblico e altre, che non hanno mai avuto un dipendente comunale in tutte le generazioni. Chi organizza i concorsi, chi li gestisce, chi la approva, non è in grado di farsi delle domande? Forse anche queste persone sono state fortunate e in quanto tali pensano che non sono stati gli unici. La Dea della Fortuna nella nostra zona ha avuto problemi a baciare molta gente. Il problema è che se si va in giro a far presente questa cosa, la gente ti guarda come stessi offendendo e dicendo delle fesserie.. ma in che paese viviamo? Come ho già detto, io voglio solo far presente che ci sono persono fortunate, che io in qualche occasione definirei raccomandate! Ora ho capito che la legge del codice civile che prevede che un concorso pubblico dovrebbe essere fatto in modo da poter assumere la persona che per competenze e attitudini risulti la migliore per il ruolo da ricoprire, qua non l’ha mai letta nessuno. Ritengo che si dovrebbe anche pensare che le persone vanno assunte in funzione di reali esigenze, qua non capisco cosa ci fanno tutte queste persone e quali ruoli ricoprano. Il nostro comune ha più di 20 dipendenti con una popolazione di circa 4000 persone.. cose mai viste!!

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Feb 09 2008

Prevenzione Stradale

A San Martino di Venezze come in tutti i comuni d’Italia, le multe fatte con gli autovelox sono una fonte economica sulla quale ormani da anni si fanno delle previsioni per fare degli investimenti. Giorni fa mi chiedevo come mai, visto il susseguirsi di incidenti mortali vista su TG e giornali dovuti all’eccesso di velocità e soprattutto all’abuso di alcol e stupefacienti, le amministrazioni locali della mia zona con l’ausilio della pulizia municipale effettua pattugliamenti sulle strade con i soli autovelox e senza possibilità di effettuare alcol test. La risposta che mi sono dato è molto semplice. L’acquisto di autovelox può non essere a carico dell’amministrazione comunale, ma di un’azienda privata che effettua l’investimento e percepisce il 30% degli incassi. In questo modo il rimanente 70% va nelle casse del comune che non ha speso nemmeno un euro. Per quanto riguarda il problema dell’alcol, non esiste ancora la possibilità di far finanziare da un’azienda privata l’acquisto, questo semplicemente perchè gli introiti delle multe fatte per lo “stato di ebrezza” non vanno nelle casse del comune, ma direttamente al ministero. Quindi i comuni non hanno nessun interesse (ovviamente economico) ad effettuare controlli di questo tipo, ne tanto meno di acquistare questi strumenti. E poi vengono a dire che tutte le scelte delle amministrazioni per la sicurezza stradale sono per scopi di prevenzione, per tutelare i cittadini che viaggiano nelle nostre strade?? Ma a chi lo raccontate?

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Feb 09 2008

Le nuove generazioni

Tempo fa ho partecipato ad una “assemblea” popolare indetta da un gruppo di persone del mio paese per un pubblico confronto sulla situazione locale. La riunione nata senza alcun scopo politico apparente è risultata dal mio punto di vista inaspettatamente interessante. La questione principale è stato il dibattito sulla carenza di servizi e infrastrutture tali da permette uno sviluppo del territorio. Ora non voglio analizzare la riunione, ma una frase che una persona ha detto nei miei confronti dopo che io avevo sollevato un problema reale presente nel nostro territorio. Questa persona, indicandomi, ha detto: “Lui è giovane e forse non sa”. Con tutto il rispetto che porto per le persone più anziane di me e ovviamente anche per quelle più giovani, io non capisco quanti anni deve avere un persona per essere ascoltata o per considerarla una “che sa”. Agli occhi di questo, le mie osservazioni, che comunque possono anche non essere condivise, forse non sono molto importanti o comunque tutte le mie scelte e idee le dovrei far approvare da qualcuno “che sa”. Da un punto di vista giuridico al compimento dei 18 anni ogni persona diventa maggiorenne, pertanto titolare di una serie di diritti e doveri. Questo significa che posso effettuare scelte di qualunque tipo e ne subisco le conseguenze in quanto “responsabile” delle azioni che compio. Quello che mi fa scattare su tutte le furie è questa mancanza di fiducia che le persone che si considerano “adulte” e portatori di “saggezza”, non abbiamo fiducia nella gioventù.

E’ vero che ci sono tanti giovani che purtroppo hanno comportamenti non da persone mature, come comunque che è vero che ci sono molti adulti con dei limiti.

Il dramma di questa situazione è che in ogni località piccola o grande che sia non ci sono giovani impegnati in attività di amministrazione locale o se ci sono vengono trattati come burattini mandati in pasto alla “massa”. Dovrebbe invece essere un diritto di noi giovani essere partecipi alle attività politico/amminstrative del nostro paese e un dovere di chi ha esperienza assistere le nuove leve. Sento dire a volte, ma i giovani dove sono? Pensano solo a ubriacarsi, drogarsi, corre in auto.. peccato che l’informazione attuale non è portatrice di buone notizie, ma solo di cronaca.

La mia speranza non è quella di avere giovani che governano il mondo, ma almeno che vengano ascoltati e considerati alla pari. Sono le idee giovani e dinamiche che creano sviluppo e benessere. Alla fine i giovani di oggi, se vengono trattati male, come si comporteranno in un futuro quando i giovani saranno altri? L’esempio che si da alla nuove generazioni dovrebbe servire per fare in modo che imparino, e da questi esempi, cosa si impara?

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