Cerchiamo ora di affrontare, certo non esaustivamente, un argomento assai complesso e variegato, stiamo parlando del disorientamento di cui è avvolta la coscienza politica del cittadino medio all’interno del panorama mediatico contemporaneo. Tale smarrimento è dovuto, a nostro avviso, principalmente a due ragioni: la frantumazione di ogni legame sociale attraverso un’alienazione che si potrebbe definire di secondo grado, e l’asservimento quasi totale ai mezzi che veicolano la comunicazione dell’industria culturale. Entrambe le componenti rivestono una rilevanza primaria per riuscire ad apprezzare adeguatamente il livello “incoscienza politica” di cui il cittadino è oggi afflitto.
Partiamo dalla prima. La società postfordista non si basa più sulla divisione di classe. La rivoluzione industriale e la globalizzazione dei mercati hanno modificato la natura della competizione industriale, la dinamica della divisione del lavoro e la strutturazione della società stessa. La forza delle economie industrializzate non risiede più nelle produzione manifatturiere, bensì nelle attività terziarie e in particolare nei servizi innovativi. La produzione prettamente industriale del secolo scorso è andata via via riformulatesi in fattispecie inedite che privilegiano il settore dei servizi. Ciò significa che il lavoratore occidentale non fa più parte della classe operaia: egli ha perso il contatto materiale con i mezzi di produzione, con gli oggetti prodotti e con gli strumenti che servivano a produrli.
Oggi il lavoro manuale viene delocalizzato dove il “costo del lavoro”, ovvero lo stipendio del lavoratore stesso, risulta più vantaggioso per l’imprenditore. L’avvicinarsi dei mercati, il ridursi delle distanze, l’unificarsi dei gusti dei consumatori fa sì che qualsiasi bene possa essere prodotto in ogni parte del mondo, per poi essere venduto a consumatori appartenenti a contesti socio-economico completamente diversi. Un trasferimento di attività produttive che è incentivato, se non addirittura esasperato, dall’incalzante sviluppo delle tecnologie: quelle informatiche e comunicative su tutte: le quali appianano le diversità culturali propagandando lo stesso, univoco, modello culturale.
A fronte di una manodopera immigrata, che si accontenta di salari più bassi e condizioni di lavoro spesso poco dignitose, al cittadino della società postindustriale, che a quelle condizioni non vuole adattarsi, rimangono poche alternative. La prima consiste nell’abbandonarsi nelle piaghe della burocrazia d’impresa, confinato dietro la scrivania di un ufficio ovvero nel lavoro avulso dalla sua componente manuale. Una sorta di alienazione di secondo grado dove non solo si perde ogni rapporto con i compagni di fabbrica, ma addirittura si viene messi in competizione con loro; come se ogni dipendente fosse un universo a sé che, invece di collaborare, compete. Un’alienazione che si differenzia dall’omonima della società industriale (la quale, frammentando il lavoro in base alla famigerata catena di montaggio impediva di avere il possesso del lavoro finito e dunque della dignità di cui quel lavoro è intriso) per il fatto di avere completamente espunto dal lavoro il lavoro stesso, a fronte di un “sevizio”. Un servizio che è lavoro di grado inferiore: che non può essere appreso o esercitato se non all’interno di strutture che il lavoratore non potrà mai possedere e nemmeno copiare, poiché troppo estese e costose. In breve, il lavoratore ha sì appreso una professione, ma essa rimarrà vincolata per sempre ai mezzi forniti dall’azienda il cui capitale va sempre più estendendosi.
La seconda via che il cittadino può intraprendere è quella più orgogliosa del cosiddetto “libero professionismo” vale a dire l’intraprendere un’attività propria che non obblighi al lavoro subordinato. A tal fine occorrono però risorse economiche e culturali non indifferenti, per non parlare poi di una destrezza, nonché una dimestichezza col mercato globale notevoli. Pena l’essere presto tagliato fuori dal mercato o ghettizzato in una porzione locale dello stesso che talvolta difficilmente garantisce la sussistenza. Più l’economia si fa globale è più erige barriere per ostacolare coloro che vorrebbero proporsi con un attività propria, ecco perché è molto più facile cercare una soluzione “subordinata”. Si tratta di dinamiche complesse che solo in parte sono state studiate, ma che meriterebbero un’ attenzione approfondita.
Il cittadino medio è combattuto tra due prospettive entrambe deludenti: da un lato la subordinazione ad una padrone che spesso non potrà mai identificare, dall’altra l’impervia via dell’emancipazione che può nascondere insidie compromettenti. Soffermiamoci sulla prima: è a tutti noto quanto il capitalismo mondiale si sia recentemente trasformato. Tuttavia non è stata ancora studiata adeguatamente la reazione sociale che la forza lavoro ha dispiegato alla luce delle mutazioni del capitalismo contemporaneo. Si pensi alle dinamiche sociali del secolo scorso. Lo scontro di classe era evidentissimo: il lavoratore sapeva chiaramente da chi dipendeva e a chi doveva indirizzare determinate rivendicazioni. Conosceva il “nemico”, così pure l’ambiente, i tempi di lavoro, i colleghi che erano sempre gli stessi. Seppure monotono, alienante e quant’altro, quel lavoro gli offriva la possibilità di gestire con sufficiente certezza il futuro. Compiendo calcoli sovente avventurosi si potevano progettare spese e pronosticare senza timore eventuali rischi.
Oggi le cose sono molto diverse. Il datore è figura dai contorni alquanto evanescenti: non si sa bene chi sia né dove operi. Spesso, infatti, le aziende non sono altro che parti di corporation multinazionali, filiali d’imprese estere, che partecipano ad operazioni consocietarie attraverso joint ventures. Il padrone è divenuto un manager. Il lavoro saltuario, precario, interinale e via discorrendo. Il che significa: fine dei progetti a lungo termine. Non è raro poi che il “capitale” dell’impresa, che fino a ieri era visto come qualcosa di satanico, sia oggi proprietà dei lavoratori che dispongono di quote delle azioni dell’impresa stessa. Beninteso, non si vuole sostenere che la società del secolo scorso fosse nettamente divisa per classi antagoniste: un operaio della FIAT poteva benissimo non votare a sinistra, tuttavia quella era una società che a differenza della nostra, proprio in virtù dell’evidenza dai rapporti tra le forze che sostenevano il peso della produzione, tracciava steccati, costruiva identità ed obiettivi comuni. I partiti nacquero in funzione di quella divisone: essi rappresentavano interessi ben precisi e perseguivano gli obiettivi corrispondenti, e ciò voleva dire che votarne uno piuttosto che un altro recava delle ben chiare conseguenze.
Oggi, invece, mentre una parte dei lavoratori non sa a chi rivolgere le proprie lamentele non potendo identificare l’avversario, l’altra parte s’illude di potere realizzarsi, di fare il salto di qualità, finanche di diventare un nuovo Berlusconi. L’identificazione con il partito che rappresenta realmente i propri interessi è tutt’altro che immediata. Il cittadino rimane intrappolato nella doppia insicurezza di cui è intimamente gravido il nuovo paradigma economico, e derivante dalla fine delle speranze circa una possibile soluzione (del tramonto delle ideologie si è gia parlato sopra). Egli rimane sommerso nella dimensione della “solitudine del cittadino globale” di cui parla il sociologo Zygmunt Bauman. Un termine quello «Unsicherheit che definisce il complesso delle esperienze del cittadino globale fatte», nel passaggio alla società liquida, «di incertezza (uncertainty), insicurezza esistenziale (insecurity) e mancanza di protezione per la propria persona che suggella la condizione di precarietà (unsafety) ».
L’insicurezza porta ciascun individuo a vedere se stesso come un universo a sé stante e nutrire la convinzione che nulla possa più servire per contrastare lo stato fattuale delle cose. Non è un caso dunque che il welfare state venga abbandonato a fronte del solo investimento finanziario percepito come unico, individuale, strumento valido a costruire un futuro di auto-protezione sociale; né è un caso che la maggior parte dei movimenti spontanei siano innervati da pretese localiste, che nascono unicamente per rivendicare i danni seguiti a determinate scelte politiche percepite come un sopruso (sono i cosiddetti movimenti “N.I.M.B.Y.” si pensi ai movimenti sorti contro l’ampliamento della base Dal Molin, contro le discariche, o a quello No Tav, etc.).
Vi è in sostanza un nichilismo larvato nella società contemporanea che l’avvelena facendone morire ogni speranza di cambiamento, ogni tendenza a pensare in grande a fare progetti che non si appiattiscano esclusivamente sul quotidiano. Un nichilismo egoista che rifugge ogni sana utopia.
Questo disorientamento che la società contemporanea fa sorgere naturalmente nell’animo di ciascun cittadino è poi ben addomesticato, se non addirittura coltivato, esasperato e assecondato da quello che solo in apparenza è un semplice elettrodomestico: la televisione. Vero è che essa esisteva anche prima degli stravolgimento politico-economici di cui si e detto, ma altrettanto vero è che da allora è mutato l’uso che fino a quel momento se n’era fatto.
Nel corso della storia i mezzi di comunicazione hanno modificato il modo di fare politica e hanno rappresentato un vantaggio decisivo per i politici che, per primi, ne hanno compreso le potenzialità. Così negli anni Trenta è stato Roosevelt a comprendere la radio e ad avvantaggiarsene per comunicare con gli americani con i famosi “discorsi del caminetto”. Negli anni Sessanta è stato Kennedy a trarre vantaggio dall’uso della televisione, prima per vincere le elezioni e, poi, per influenzare le percezione della sua Amministrazione da parte dell’opinione pubblica.
Negli ultimi cinquant’anni sono indiscutibilmente cambiati i mezzi di trasmissione con l’avvento della radio prima, della televisione poi e, infine, di internet e delle tecnologie digitali, ma non è cambiato lo scopo: convincere ed ottenere il consenso. La politica non è solo “chi ottiene cosa”, la distribuzione di valori all’interno della società, ma anche “chi dice cosa”, la comunicazione di simboli agli individui che la compongono. Alla domanda chi dice cosa, si può aggiungere attraverso quale canale, a chi, con quale effetto.
Per comprendere a pieno l’intima connessione che lega la politica alla comunicazione è sufficiente rammentare che esse condividono le stesse origini. Anche se Platone e Aristotele non fanno mai uso del termine “comunicazione”, hanno comunque ben chiara l’importanza della persuasione e dei suoi effetti sull’acquisizione, la conservazione ed il controllo del consenso. La retorica, come arte di persuasione, è argomento di discussione tra i filosofi greci ed è nello spazio pubblico della polis che svolge un ruolo fondamentale nel determinare direzione e qualità dei rapporti di forza nella lotta per il potere. Nella Roma Repubblicana le campagne elettorali si svolgono direttamente nelle strade e nelle piazza con una interazione diretta tra protagonisti e destinatari della comunicazione politica. Non a caso il termine “candidato” deriva dalla tunica bianca che chi aspirava ad una carica elettiva doveva indossare come segno di riconoscimento.
Da sempre, ciò che la gente fa e pensa in politica deriva dai significati che dà agli eventi, dalle percezioni che ha delle istituzioni governative e dall’atteggiamento che ha nei confronti delle varie personalità. Tali eventi, istituzioni e personalità, vengono presentati attraverso i mezzi di comunicazione di massa: quotidiani, riviste, film, libri, radio, internet e soprattutto televisione. Significati, percezioni atteggiamenti. È vero, naturalmente, che la gente frequentemente seleziona o reinterpretata per proprio conto comunicazioni che differiscono dalle idee preconcette in loro possesso. Ma non bisogna dimenticare che tali idee preconcette si sono formate attraverso migliaia di precedenti comunicazioni. La comunicazione non è neutrale. La comunicazione è alla base della politica, non può esistere attività politica senza comunicazione tra gli individui. Il mezzo di comunicazione utilizzato e il suo costo sono in grado d’influenzare la natura dell’attività politica.
Dunque, se è vero che politica e comunicazione sono inscindibili è doveroso compiere una riflessione approfondita su quello che ad oggi è il mezzo maggiormente utilizzato per rinsaldare quotidianamente il legame che le tiene assieme: la televisione. Essa è lo strumento più utilizzato e non certo a caso. I ritmi di lavoro pressanti permettono ai lavoratori di dedicare molto poco del loro tempo a mezzi di informazione il cui utilizzo non sia immediato come lo è, invece, quello dello televisione. Ciò può giustificare il fatto che se si sommano le tirature dei vari giornali si raggiungerà una cifra alquanto irrisoria rispetto al numero di coloro che guardano la televisione.
La sola esistenza dei media, indipendentemente dai loro contenuti, ha modificato il nostro sistema di percezione spazio-temporale. Se a ciò aggiungiamo il potere d’interpreta-zione, di decisione su che cosa costituisce notizia e cosa no (vale a dire cosa verremo a conoscere e cosa no di tutto ciò che accade), diventa difficile dissentire dall’esperto di politica estera Bernard Cohen (Cohen, The Press and Foreign Policy, Princeton, 1963) quando dichiara: «i mass media non avranno successo nel dichiarare alle persone cosa, ma hanno un successo sbalorditivo nell’indicare alla loro audience su che cosa pensare».
I media osservano il mondo e decidono di quali eventi e di quali persone si debba parlare (newsmaking). L’attenzione dei media può creare tematiche e personalità portandole a conoscenza dell’opinione pubblica, facendole diventare oggetto di discussione politica. La disattenzione può, al contrario, condannare all’oscurità le stesse tematiche e personalità attraverso la decisione che esse non costituiscono notizia.
Per quanto riguarda l’uso che è stato fatto e viene fatto dei media (il contenuto), nonostante la gran mole di studi rimane, tuttora, difficile stabilire se i media siano in grado di causare cambiamenti nelle opinioni o comportamenti. Tuttavia sembra possibile tentare alcune generalizzazioni sugli effetti dei media che appaiono riconoscibili in tre categorie: 1) cognizione e comprensione; 2) modo di pensare e valori; 3) comportamento.
Gli effetti più forti dei media si hanno nei confronti della prima categoria, nel generare la consapevolezza ed incrementare il livello di informazione. La conoscenza del mondo che ci circonda ed il modo in cui pensiamo e discutiamo è fortemente influenzato dei media. E ciò è particolarmente vero quando non si ha un’esperienza diretta delle cose, come nel caso della politica. Per la maggior parte delle persone la conoscenza degli avvenimenti politici è una conoscenza mediata, che passa attraverso il filtro dei mass media. Per quanto riguarda la seconda categoria, quella del modo di pensare ed i valori, vi è sicuramente un’influenza da parte dei media anche se il loro potere è diminuito da altre fonti di valori e modi di pensare. Infine la terza categoria risulta essere quella in cui è più difficile stabilire gli effetti dei media. L’unica generalizzazione che può essere fatta (visti i risultati degli studi in proposito) riguardo agli effetti dei media sul comportamento, è che essi sembrano avere una maggiore capacità di rinforzo delle tendenze di comportamento piuttosto che di cambiamento.
I media, ed in particolar modo la televisione, hanno trasformato le regole e il terreno di gioco della comunicazione politica ed elettorale. Nella politica moderna e postmoderna costituiscono il terreno di gioco sul quale avviene la maggior parte delle interazioni tra gli attori del sistema politico e il cittadino-elettore. Negli Stati Uniti, a causa della crescente strutturazione della comunicazione politica sulla base delle logiche televisive, si è arrivati a parlare della fine della politica tradizionale e di affermazione dei “media-politics”. Si tratta di un processo che, con tempi e gradi diversi, ha coinvolto tutti i Paesi occidentali: «I media hanno assunto un’importanza centrale nella vita sociale italiana: se fino agli anni Settanta era una politica complessa e talvolta oscura ad imporre il suo linguaggio ad una tv seria e paludata, oggi è il linguaggio dei media ad avere permeato quello della politica».
La mediatizzazione della politica non è un fenomeno a sé stante. Prima è avvenuta la mediatizzazione della società: «I media, soprattutto quelli elettronici, sono un ingrediente essenziale della società postindustriale, più ancora di quanto lo fosse la sola stampa della società industriale […]. L’avvento della televisione, mezzo che somma in se le funzioni di intrattenimento e di svago del cinema e d’informazione della stampa, rappresenta meglio di qualsiasi altro l’insediamento dei media nel tessuto sociale e culturale. Tra i media, soprattutto la televisione influenza la formazione delle mode e dei gusti, ma anche la diffusione delle idee e delle conoscenze. Come era entrata nelle case, entra anche nella politica, grazie alla sua funzione – condivisa ora da altri media – di mezzo d’informazione, di osservatrice della lotta politica, e di palcoscenico di questa».
La presenza dei mass media ha cambiato il rapporto tra visibilità e potere: prima dell’avvento dei mass media il controllo della propria visibilità era legato alle apparizioni pubbliche, alla condivisione dello stesso luogo spazio-temporale, a situazioni di compresenza. La prima trasformazione avviene con la stampa: non è più necessario che le persone assistano ad un evento in prima persona perché esse sia per loro un fatto pubblico. La possibilità di vedere e di ascoltare offerta dalla televisione riconnette su nuove basi pubblicità e visibilità: la notorietà si lega nuovamente alla possibilità di essere visti ed ascoltati. Un pubblico enorme può vedere ed ascoltare senza essere visto, così come un politico può preparare il suo messaggio propagandistico con la tranquillità che la differita gli offre: ovvero con la scioltezza di chi sa di non avere un’unica possibilità da sfruttare e senza una miriade di sguardi che lo giudicano.
Ma, oltre al panorama mediatico, oggi ad essere cambiato è il consumo delle informazioni con la frammentazione e diversificazione dei formati delle notizie e dei canali di comunicazione. Se una volta le informazioni erano confinati a pochi canali e ad orari definiti (basti pensare ai telegiornali) ora i notiziari e le trasmissioni dedicate alle questioni pubbliche sono integrati da notiziari 24 ore su 24, giornali radio orari, talk show, infotainement, internet. Per chi fa politica il rischio è di cadere nel vortice delle dichiarazioni e delle controdichiarazioni, talvolta troppo semplicistiche, perdendo così di vista il senso generale e strategico della comunicazione, ma anche i destinatari ultimi vale a dire i cittadini-elettori.
Allo stesso modo la moltiplicazione dei canali e la crescente competizione hanno modificato anche lo spazio dedicato all’informazione ed il modo di trattarla: sono nate forme ibride (infotainement) che puntano ad intrattenere oltre che ad informare.
Per analizzare quanto questo circuito informativo contribuisca paradossalmente alla disinformazione e ad incentivare lo stato di disorientamento di cui è vittima il cittadino postmoderno, occorre studiare i mezzi di comunicazione di massa scindendo la comunicazione in base a due ordini di grandezze. La prima è la comunicazione che esplicitamente si occupa di politica, vale a dire le notizie dei telegiornali o i talk show che se ne occupano o che raccontano fatti di cronaca che hanno conseguenza direttamente connesse con scelte politiche. La seconda categoria è quella più subdola dei programmi che apparentemente pretendono di parlare di cose distanti anni luce dal mondo politico, ma che poi per una via o per un’altra gettano addosso al telespettatore una serie di messaggi politici più o meno espliciti, carichi di emotività, che vanno a fissarsi nel suo inconscio. A differenziare un tipo di comunicazione dall’altro non sono le tecniche utilizzate ma soltanto l’oggetto di cui si parla.
Per comodità d’ora in avanti chiameremo queste due forme di comunicazione (che rimangono beninteso politiche) rispettivamente: esplicita ed implicita. Per ciò che riguarda la prima niente di nuovo può essere scritto qui: la televisione ha le sue regole e le si conoscono bene, qualsiasi manuale di teoria comunicativa ce le può fornire. Esse riguardano: il linguaggio utilizzato, che si costruisce secondo una serie di artifizi ed elementi formali; i tempi, sempre frettolosi; gli spazi promozionali, vincolati alla pubblicità che obbligano il politico che vuole far passare un messaggio a proporre al pubblico «soluzioni semplici anche ai problemi più complessi» (volendo così adottare la definizione che Mastropaolo offre dell’antipolitica). Tali logiche mediatiche sono così esplicite ed evidenti anche allo spettatore meno accorto, che abbisognano di una regolamentazione affinché i politici dei diversi schieramenti siano trattati alla stessa maniera. Ed è proprio questo il motivo per cui, si pensi alla campagna elettorale, i tempi di comparizione televisiva dei politici devono essere calcolati sulla base di determinati requisiti, spesso disciplinati da legge (par condicio).
All’interno della comunicazione esplicita vi sono poi altre regole che non sono così note al grande pubblico, ma che gli operatori televisivi utilizzano di continuo. Una di queste è la tecnica che consiste in ciò che i comunicatori chiamano “effetto recency” in base alla quale il pubblico, pur non rendendosene lucidamente conto, è portato ad approvare le spiegazioni che vengono fornite in chiusura di servizio. «Se si discute della legge Tale, la si enuncia poi si da subito la parola all’opposizione, con tutte le argomentazioni. Quindi seguono i sostenitori che obiettano alle obiezioni. Il risultato persuasivo è scontato: ha ragione chi parla per ultimo». Quindi, a seconda dell’ opinione che si vuole sostenere sarebbe sufficiente montare il filmato in una maniera piuttosto che nell’altra.
Non si vuole qui sostenere che l’effetto “recency” sia utilizzato costantemente o, peggio, che dietro ogni servizio del Tg vi si trovi un cospiratore o un partigiano, ciò nondimeno esso deve essere inteso allo stregua di uno dei tanti esempi che si potrebbero apportare di come una semplice tecnica di montaggio televisivo possa essere utile ad influenzare l’opinione dello spettatore-elettore. Occorre peraltro precisare che se una tecnica del genere può dimostrarsi utile a convincere gli indecisi, difficilmente servirà ad aprire una breccia in chi possiede già le idee chiare. Ciò non toglie che alla lunga essa possa sortire non pochi effetti, a maggior ragione se si considera il crescente numero di elettori che per i motivi di cui sopra sono destinati a rimanere perennemente insicuri.
Possiamo ora alla seconda forma di comunicazione: quella implicita. Questa presenta aspetti molto interessanti che purtroppo non sono stati approfonditi, come invece è stato fatto per quanto attiene al caso precedente. La comunicazione politica implicita avviene quando apparentemente si parla di cose che non hanno a che fare con la politica in senso stretto ma che nascondono una ben determinata visione del mondo. Più che in quella esplicita, nella comunicazione implicita sono presenti messaggi subliminali e condizionamenti inconsci, che risultano ancor più difficilmente smascherabili.
Il motivo sta nel fatto che il telespettatore è nudo, nel senso che è spoglio delle barriere che solitamente utilizza quando si rende conto che il messaggio trasmesso è chiaramente politico. In tal caso la valutazione dell’opinione del commentatore sarebbe filtrata da tutta una serie di valori, idee e pensieri che ognuno di noi possiede; ma se il messaggio che arriva si dichiara essere non-politico ecco che esso giungerà in tutta la sua prepotenza.
Facciamo subito un esempio. Si pensi a due tipologie di programmi d’informazione: “Studio Aperto” e il “Tg4”. Apparentemente essi non differiscono di molto: sono entrambi (pseudo) telegiornali di due canali diversi ma che tirano entrambi acqua al mulino berlusconiano. Dove sta la differenza? Sta nel fatto che lo spettatore che guarda il Tg4 può farlo unicamente per due motivi antitetici: o perché davvero ammira Emiliano Fede, ne condivide le idee ed è proteso verso la politica di Berlusconi; oppure perché li disprezza e desidera farsi quattro risate con le baggianate di Fede. Entrambi i casi presuppongono però un propensione del conduttore a manifestare esplicitamente la sua posizione politica, ed una attitudine dello spettatore a rapportarsi consapevolmente con una comunicazione che si espone apertamente. È proprio questo che consente al telespettatore di innalzare le proprie barriere conoscitive nell’atto dell’osservazione.
Nel caso di “Studio Aperto” ciò non avviene così palesemente: gli ideali politici che lo foraggiano non sono resi manifesti. Ma basta un po’ di malizia per accorgersi facilmente che la scaletta del Tg è sempre la stessa: si apre con la cronaca, dove si viene a conoscenza che l’immigrato di turno ha commesso il solito reato; poi si passa al meteo, con l’assurdità del collegamento con un inviato in quasi ogni città italiana; infine si arriva al gossip ed è questa la parte che occupa gran parte del tempo a disposizione. In quest’ultima frazione si viene alla conoscenza di come trascorre la notte “la gente che conta” tra feste in discoteca, lusso sfrenato alcolici e belle donne: una vita dunque che sono molti ad ambire. Premesso che il meteo è solo uno stratagemma per raccattare audience, il binomio crimine-gossip è quanto di migliore possa essere concepito per disciplinare il telespettatore. Da un lato gli si indica il nemico da combattere: l’immigrato che assedia le nostre città. Dall’altro il modello da imitare: quello del business e dello spettacolo .
Anche se non vi sono opinioni politiche schiette, alla fine il telespettatore avvertirà un sentimento d’intolleranza nei confronti dagli stranieri che lo spingerà a approvare una politica repressiva, immerso nei messaggi simbolici individualisti, lascivi, consumistici che le donne nude ed il lusso gli hanno lanciato. A meno che il telespettatore non ne comprenda il giochetto ed inizi a munirsi nuovamente delle sue barriere, non occorre un politologo per capire verso quale indirizzo politico sarà portato. D’altronde, sono proprio i pubblicitari che ci insegnano che il messaggio nascosto può essere più importante di quello evidente, poiché questo messaggio nascosto sfuggirà ai controlli della coscienza, non sarà evitato dalle resistenze psicologiche nei consumi e probabilmente penetrerà nel cervello degli spettatori.
Ma i messaggi della comunicazione implicita non si fermano qui. Essi si celano anche in molti dei prodotti dell’industria culturale postmoderna. In essi il messaggio politico è qualcosa che si staglia sul fondo, di offuscato ma indispensabile a delineare lo scenario sul quale agiscono dei personaggi che solo in apparenza ne sono i protagonisti. Al contrario essi agiscono esclusivamente perché calpestano quel palcoscenico che propaganda di continuo un mondo di relativismo dove assoluta è solo l’etica del consumo e dell’immagine. Una messa in scena che si finge reale (reality) con attori che dicono di essere uguali a noi.
Consapevolmente abbiamo scelto di definire tutto ciò che ruota attorno al mondo dello spettacolo con il termine, caro agli studiosi della scuola di Francoforte, di “industria culturale”. Infatti, mai come nella nostra epoca le teorie della scuola critica appaiono attuali e forse, solo oggi è possibile capire appieno ciò che quei filosofi avevano preannunciato più di mezzo secolo fa. Il termine “industria culturale” venne usato da Horkeimer e Adorno per la prima volta nella Dialettica dell’Illuminismo: in questo testo è illustrata la “trasformazione del progresso culturale nel suo contrario”. Negli appunti precedenti alla stesura definitiva si usava il termine “cultura di massa”. Ma l’espressione venne sostituita con “quella di industria culturale per eliminare fin dall’inizio l’interpretazione consueta e cioè che si trattasse di una cultura che nasce spontaneamente dalle masse stesse, quasi fosse una forma contemporanea di arte popolare” (Adorno, 1967) .
Lo scopo della scuola di Francoforte era quello di penetrare il senso dei fenomeni strutturali primari della società contemporanea: il capitalismo e l’industrializzazione, attraverso lo studio dei fenomeni sovrastrutturali della cultura o del comportamento collettivo. Anche se può senz’altro apparire discutibile oggigiorno l’impianto marxista che stava alla base, in un’epoca, la nostra, caratterizzata dallo sparpagliamento delle classi; crediamo, tuttavia, ciò non sia sufficiente a decretarne la totale infondatezza delle analisi che la scuola critica fece ai mezzi di comunicazione.
Secondo Horkeimer e Adorno, sotto le spoglie della stratificazione dei prodotti culturali si nasconderebbe una logica funzionale ad una strategia di dominio. La stratificazione dei prodotti culturali secondo la loro qualità estetica o il loro impegno è perfettamente in sintonia con l’intero sistema produttivo: « Il fatto di offrire al pubblico una gerarchia di qualità in serie serve solo alla quantificazione più completa»: sotto le differenze, rimane un’identità di fondo appena mascherata, quella del dominio che l’industria culturale persegue sugli individui: «ciò che continuamente nuovo essa offre non è che il ripetersi in forme sempre diverse di un qualcosa di eguale; il cambiamento maschera uno scheletro, in cui muta tanto poco quanto nello stesso concetto di profitto, da quando questo ha conquistato il predominio sulla cultura» (Adorno, 1967). Evidentemente questo sistema condiziona in modo totale la forma e il ruolo del processo di fruizione e la qualità del consumo, così come l’autonomia del consumatore.
Nell’era dell’industria culturale l’individuo ormai non decide più in maniera autonoma: il conflitto tra impulsi e conoscenza è risolto con l’adesione acritica ai valori imposti: «quella che un tempo i filosofi chiamavano vita si è ridotta alla sfera del privato e poi del puro e semplice consumo, che non è più se non un’appendice del processo materiale della produzione, senza autonomia e sostanza propria». L’uomo è in balia di una società che lo manipola a piacere: «il consumatore non è sovrano, come l’industria culturale vorrebbe far credere, non è il suo soggetto bensì il suo oggetto» (Adorno, 1967).
Man mano che le posizioni dei mezzi di comunicazione si fanno solide e salde, più essi possono agire sui bisogni del consumatore, guidandoli e disciplinandoli. La totalità del processo sociale è irrimediabilmente persa di vista, occultata: l’apologia della società è intrinsecamente connessa all’industria culturale. «Divertirsi significa essere d’accordo […]; significa ogni volta: non doverci pensare, dimenticare il dolore anche là dove viene mostrato. Alla sua base è l’impotenza. È, effettivamente, fuga: non, come pretende, fuga dalla cattiva realtà ma dall’ultimo pensiero di resistenza che la realtà può avere ancora lasciato. La liberazione promessa dall’amusement è quella del pensiero come negazione. L’impudenza della domanda retorica: ‘guarda cosa vuole la gente!’ è di appellarsi, come soggetti pensanti, alla stessa gente che è suo compito divezzare dalla soggettività» (Horkheimer-Adorno, 1947).
L’individualità è sostituita dalla pseudo-individualità: il soggetto si trova vincolato a una identità senza riserve con la società. L’ubiquità, la ripetitività e la standardizzazione dell’industria culturale fanno della moderna cultura di massa un mezzo di inaudito controllo psicologico. Se «nel XVIII secolo il concetto stesso di cultura popolare, diretto verso l’emancipazione dalla tradizione assolutistica e semifeudale, aveva un significato di progresso, accentuando l’autonomia dell’individuo come essere capace di prendere le sue decisioni» (Adorno, 1954), nell’epoca attuale l’industria culturale e una struttura sociale sempre più gerarchica e autoritaria rendono il messaggio di un’obbedienza irriflessiva il valore dominante e invadente.
Più indistinto e diffuso sembra essere il pubblico dei moderni mass media, più i mass media tendono ad ottenere la loro «integrazione. Gli ideali di conformismo e formalismo erano connessi ai romanzi popolari fin dal loro inizio. Ora, comunque, questi ideali sono stati tradotti in piuttosto precise prescrizioni di ciò che si deve e di ciò che non si deve fare. L’influenza dell’industria culturale, in tutte le sue manifestazioni, porta ad alterare la stessa individualità del fruitore».
I prodotti dell’industria culturale sono costruiti apposta per un consumo distratto, non impegnativo. Essi fingono di dire una cosa e invece ne dicono un’altra, fingono di essere frivoli e invece, ponendosi oltre la consapevolezza del pubblico, pubblicizzano un “mondo” piuttosto che un altro. I messaggi che agiscono a livello latente continuamente indicano allo spettatore cosa comprare, come comportarsi, quali abiti indossare, quale auto si deve possedere e così via. Valori.
Il riconoscimento e la comprensione devono coincidere. Il riconoscimento diventa un fine invece che un mezzo. La comunicazione perde di espressività appiattita su di un linguaggio che serve da ricettacolo per bisogni istituzionalizzati. La comprensione ovvero l’atto che ogni individuo dovrebbe autonomamente compiere è soppressa, sostituita da un messaggio immediato, spesso banale ma che colpisce. Infatti, se la «lettura come atto di percezione e di appercezione porta probabilmente con sé un certo tipo di interiorizzazione – l’atto di leggere un romanzo è abbastanza prossimo a un monologo interiore – la visualizzazione dei moderni mass media si orienta verso la esternalizzazione. L’idea di interiorità […] cede di fronte ai segnali ottici inequivocabili che possono essere afferrati con un’occhiata» (Adorno, 1954).
Viene da chiedersi: cosa c’entra tutto questo con l’antipolitica? Ad una lettura superficiale ben poco. Ma se ci si sofferma un attimo a riflettervi si noterà che il cittadino, isolato, espunto da qualsiasi rete sociale e bersagliato dai messaggi televisivi non può più essere “politico”. Bombardato quotidianamente da quelle che potremmo definire armi di distrazione di massa egli si abitua a disimpegnarsi, a farsi carico solo di quei problemi che lo toccano da vicino.
Il linguaggio dei media rende poi irriconoscibile la soglia tra ciò che è politico e ciò che è antipolitico. I discorsi antipolitici o demagogici assumono influenza politica solo quando qualcuno decide di renderli notiziabili. La c.d. “antipolitica” (quella che viene sbraitata) pur continuando ad essere nient’altro che manifestazione di un rapporto di forza finisce per confondersi con la politica vera e propria. I media ne hanno confuso il confine. Pertanto il cittadino che sente parlare di antipolitica, anche se volesse ricercarlo, non può più distinguerlo, a maggior ragione perchè egli ha dimenticato il suo ruolo politico. È paradossale che non si riesca più a capire se sia la politica ad essere antipolitica, o piuttosto se l’antipolitica sia divenuta un’altra forma di politica.
Tutto ciò fa si che le scelte politiche che ogni cittadino, giuste o sbagliate, dovrebbe compiere dentro di sé, siano spodestate dalla prepotenza dell’agenda setting mediatica che gli dice: esplicitamente riguardo cosa pensare e implicitamente come pensarlo.
Qui ci siamo limitati ad una riflessione sulla televisione poiché essa è stata la principale responsabile del processo di mediatizzazione della politica ed è il canale che tutt’ora mantiene un potere incontrastato sugli altri media e perfino sulla politica stessa; tuttavia, l’estensione di tale riflessione ad internet e ad altre forme inedite di comunicazione potrebbe fornire risultati molto interessanti.