Archive for Marzo, 2008

Mar 21 2008

Malasanità

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Politica

La solita storia all’italiana.
Dobbiamo mobilitarci tutti per rendere questo paese migliore.
Non rimaniamo indifferenti.

Share/Save/Bookmark

Nessun commento presente

Mar 20 2008

CLASS ACTION: PREGI E DIFETTI DI UNA “AZIONE DI CLASSE”

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria InfoConsumo

Con la legge finanziaria per il 2008 (lex n. 244 del 24/12/07) anche nell’ordinamento italiano è stata finalmente inserita la tanto agognata class action.
Sia detto fin da subito che tale definizione, adoperata nel dibattito pubblico per evocare l’analogo istituto di origine statunitense, è pressoché scorretta. Infatti, i due istituti, quello americano e quello ora introdotto in Italia, presentano significative differenze e non è un caso se il legislatore italiano abbia inteso l’ “azione di classe” come “azione collettiva risarcitoria”.
Con tale norma si introduce la possibilità per un insieme di soggetti di agire collettivamente per la tutela di diritti legati al consumo. A rappresentare tali soggetti sono abilitate associazioni e i comitati ritenuti adeguatamente rappresentativi di interessi collettivi, nonché le Associazioni dei Consumatori come Federconsumatori. Il foro di competenza esclusivo coincide con il Tribunale del luogo in cui ha sede l’impresa contro cui si ricorre. Tuttavia, l’azione deve necessariamente passare per il filtro di un giudice che determina l’ammissibilità della stessa nei casi non manifestamente infondati, effettivamente ravvisanti di un interesse collettivo e che non facciano sussistere un conflitto d’interessi. Qualora il giudice decida per l’ammissibilità (ovviamente dopo che alla causa è stato data l’adeguata pubblicità) determina attraverso sentenza i criteri in base ai quali liquidare la somma ai singoli consumatori che hanno aderito alla causa. Se l’impresa non comunica entro 60 giorni la propria proposta di pagamento, oppure in caso di mancata accettazione da parte dei consumatori degli esiti della sentenza, è prevista una procedura ulteriore mediante una Camera di Conciliazione all’uopo istituita.
L’ “azione collettiva risarcitoria” all’italiana è stata in realtà il frutto di successive elaborazioni concepite al fine di rendere compatibile (o minimizzare la rottura) con i principi dell’ordinamento vigenti e per giungere al bilanciamento dei diversi interessi coinvolti. Seppure apprezzabile, è questo un punto d’inizio. Nondimeno, alcuni elementi per ora rimangono vaghi e contradditori. Vediamone alcuni:

  1. Le regole di ammissibilità dell’azione. Alcuni commentatori intravedono nelle competenze del “giudice- filtro” un margine di discrezionalità troppo ampio, facilmente condizionabili dai grandi studi legali.
  2. La clausola di accesso alla causa “opt-in”. Questo dispositivo obbliga ogni consumatore che voglia aderire all’azione a comunicarlo per tempo. È esattamente l’opposto di quanto accade in America, dove i consumatori che hanno ricevuto lo stesso tipo di danno partecipano automaticamente all’eventuale risarcimento, a meno che non si chiamino fuori (“opt-out”). In base a questa logica, in Italia, chi non è a conoscenza dell’azione di classe è destinato a esserne escluso.
  3. Il procedimento e la sentenza risolutiva. Non è chiaro se il giudice fissi i criteri di liquidazione in maniera generale o valutando caso per caso. Nel caso poi che sia attivato il meccanismo conciliatorio, i tempi potrebbero allungarsi di molto. In questa sede l’impresa tratta con le parti individualmente, quindi, le liquidazioni potrebbero essere poco eque.
  4. Completa assenza dell’istituto del “danno punitivo”. E’ previsto dalla legge americana, una volta stabilita la responsabilità di un’impresa, che la giuria possa stabilire un risarcimento molto più alto del danno reale subito dall’acquirente. Il risarcimento ha una doppia finalità: riparare le sofferenze morali e materiali della parte lesa, ma anche scoraggiare comportamenti delittuosi o irresponsabili da parte di altre aziende (celebri applicazioni quello con note aziende produttrici di sigarette). Tutto ciò è da escludersi per quanto riguarda l’Italia poiché il sistema di responsabilità civile italiano è incompatibile con l’introduzione del danno punitivo; le aziende coinvolte verrebbero, in ogni caso, a corrispondere esclusivamente i danni reali.

Da ricordare infine che il legislatore ha disposto un periodo di vacatio legis di 180 giorni per cui la class action non sarà operativa prima del 30 giugno.

Share/Save/Bookmark

Nessun commento presente

Mar 17 2008

Armando Cossutta, Una storia comunista

Pubblicato da Francesco nella categoria Politica

…“Al di là del cambiamento di nome del partito, che di fatto occupò gran parte delle polemiche di quegli anni, veniva a maturazione una linea, e non tanto in campo internazionale, ma soprattutto in politica economica e sociale, che rappresentava realmente l’abbandono di un ruolo che il Pci aveva sempre mantenuto. Cioè quello di saper essere sempre e in ogni momento una forza capace di indicare e sostenere le soluzioni più giuste per il Paese senza mai confondersi con posizioni del tutto marginali, di contestazione estremista o banalmente propagandistiche e senza mai appiattirsi su posizioni rinunciatarie, moderate”…

Armando Cossutta, Una storia comunista, Milano, Rizzoli, 2004

Share/Save/Bookmark

Nessun commento presente

Mar 17 2008

Il caro compagno Diliberto

Pubblicato da Francesco nella categoria Politica

La decisione di Diliberto di ritirare la sua candidatura a favore di Ciro Argentino è una notizia che ha fatto abbastanza parlare di sè. Sinceramente non sono ancora riuscito a capire perché il segretario del Pdci abbia fatto una mossa simile. In un’intervista rilasciata al Corriere della sera Armando Cossutta non ha usato parole troppo posate: quello di Diliberto è un plebeismo demagogico. Forse vi chiederete perché io abbia tanto a cuore questa faccenda, soprattutto quando - una tantum - un uomo politico non sembra essere interessato alla poltrona. La risposta può essere anche molto personale: fino a ieri ho fatto parte di questo partito ed ora purtroppo ho qualche pericolosa indecisione. Forse qualcuno mi potrà indirizzare. La questione: è giusto che la figura più importante di un partito (scelta dai quadri dello stesso partito) abbandoni ingiustificatamente la scena parlamentare? Non è antipolitico nel senso negativo del termine candidare un operaio, forse anche bravo, al posto di una persona che di politica certamente non è a digiuno? Mi concedo qualche riserva.

Share/Save/Bookmark

5 commenti presenti

Mar 11 2008

Democrazia: uguaglianza o diversità?

Pubblicato da Francesco nella categoria Filosofia, Storia

Queste mie righe di riflessione sulla democrazia dovrebbero essere lette come un commento all’articolo pubblicato da Matteo, Le radici profonde della politica, anche se per ragioni di spazio le ho inserite in questa sezione. Premetto che l’intento non è assolutamente polemico ma, almeno spero, in parte critico. Questo dipende dal tipo di taglio che ho voluto dare, legato all’analisi di alcuni concetti che a prima vista potrebbero risultare dati, noti o addirittura scontati. Il ragionamento terrà conto dell’aspetto storico-sociale entro cui essi si muovono, con la consapevolezza però che sempre di concetti si sta parlando: su questo piano allora dovrebbe essere condotto il discorso.

Nietzsche diceva che «definibile è solo ciò che non ha storia», e questo potrà essere di una qualche utilità per comprendere l’intento proposto. In altre parole: l’elemento storico ha molta meno realtà di quanto normalmente ci si deve aspettare. Infatti se i concetti non hanno storia, non è nemmeno possibile una storia dei concetti, se per questa intendiamo un resoconto cronologico finalizzato a ripercorrere, secondo un disegno unitario, i significati che si sono sedimentati in alcuni termini attraverso le diverse epoche storiche. Se così fosse, ciò significherebbe pensare i concetti come eterni, dotati di una validità universale a prescindere dal diverso contesto in cui sono inseriti. Se infatti si potesse anche solo tentare un confronto con i vari significati racchiusi in un termine, questo presupporrebbe almeno un nucleo identico atto a permettere tale paragone. Ma non è così, anzi: la diversità concettuale è così spiccata che non è nemmeno corretto parlare di concetti per quel che riguarda l’età antica: è solo nell’orizzonte moderno che questi sono fondamentali per pensare l’agire politico.

Guardare alla democrazia dei greci per notare delle affinità con la nostra, o peggio ancora, dei traguardi positivi che a noi mancano, è a mio avviso fuorviante. Un approccio del genere porta inevitabilmente a distinzioni che travisano la natura politica sia antica che moderna: dire infatti che la democrazia greca era “diretta”, mentre la nostra è “rappresentativa”, collocherebbe sullo stesso piano due tradizioni di pensiero che secondo questo riguardo non possono nemmeno sfiorarsi. Diretta e rappresentativa sono diverse declinazioni della nostra democrazia, che è nostra proprio in quanto caratterizzata dai concetti di libertà, uguaglianza, e rappresentanza. Questi non erano però a disposizione degli antichi, e di conseguenza essi non potevano comprendere il significato di democrazia come noi oggi la intendiamo. A quel tempo infatti essa era intesa come forma di governo, e non significava sovranità del popolo. Il partecipare attivamente alla vita pubblica non aveva nulla a che fare con l’esercitare direttamente – ammesso e non concesso che questo sia possibile - la volontà del popolo, cioè di tutti: nel secondo caso bisogna infatti prima fondare e legittimare la volontà generale, e questo si dà solo attraverso un rappresentante che dia forma a questa volontà.

Spero che quanto detto finora risulti abbastanza chiaro, anche se mi rendo conto di non aver sufficientemente giustificato le mie affermazioni, cosa che forse avrò modo di fare entrando nello specifico. Una cosa però vorrei chiarirla da subito: non voglio dire che Matteo si sia sbagliato a riguardo. Questo perché in primo luogo non è vero, e in secondo perchè gran parte della letteratura sul tema va spesso in questa direzione, tanto che in moltissimi libri non si avrà difficoltà a trovare paragoni come quelli che ho criticato. Ma come dicevo all’inizio, questo discorso vorrebbe prendere una strada diversa – che ovviamente non ho scoperto io – la cui forza argomentativa sta soprattutto nella lettura e nello studio dei classici del pensiero.

All’inizio avevo detto che alcuni concetti possono risultare talvolta scontati, così noti da non essere neppure messi in discussione. Sarebbe interessante provare a farlo. Un esempio molto illuminante è il nostro sentirci tutti democratici, tant’è vero che dare dell’antidemocratico a qualcuno è grossomodo un insulto, o perlomeno è politicamente scorretto. La politica è collegata inscindibilmente alla democrazia. La cosa non ci disturba affatto, anzi ci sembra naturale e assolutamente giustificata. Inoltre “democrazia” è qualcosa di assolutamente rassicurante, parlando di essa si presuppongono sempre valori unanimemente condivisi come quelli di libertà ed uguaglianza. Tanto per fare due nomi, sia Barack Obama che George W. Bush, pur appartenendo l’uno al partito democratico e l’altro a quello repubblicano, fanno della democrazia la loro bandiera, e, riducendo il discorso ai minimi termini, entrambi affermano che tutti sono e devono essere uguali – che poi questo corrisponda effettivamente ai loro pensieri è un’altra questione. Ma per un greco non era così.

Platone ed Aristotele vedevano la democrazia come una tra le tante forme di governo. La palma - con i dovuti distinguo - spettava all’aristocrazia, il governo dei migliori, di chi cioè sapeva ed aveva le capacità per governare la polis. Così di primo acchito potrebbe apparire sconcertante che proprio due uomini vissuti nella cosiddetta culla della democrazia considerassero quest’ultima come un piano inclinato verso l’anarchia, il male peggiore che ci si possa augurare. Bisogna sapere infatti che il demos non era esattamente ciò che noi chiamiamo popolo: se per noi tale termine significa la totalità dei cittadini, per gli antichi greci designava solamente una parte della polis, ovvero quella parte di uomini liberi che era relativamente povera. Democrazia era dunque il governo del demos, ed ora si capisce il riferimento all’anarchia: se è il “popolo” a governare è molto facile che la situazione gli sfugga di mano, dal momento che governare non è nella sua natura. Tanto per fare un esempio tradizionale, è di gran lunga più opportuno che a guidare la nave sia il timoniere piuttosto che un semplice marinaio. Ma più che parlare delle varie forme di governo, è meglio capire cos’è il governo.

Il punto fondamentale sta nel comprendere il significato attribuito al verbo archein, il cui corrispettivo italiano è più o meno “governare”. Questo è proprio ciò attorno cui ruota la politica antica. Per Aristotele è naturale che ci sia chi governa e chi invece è governato. Tale rapporto di sottomissione è necessario per l’uomo, animale politico. Quest’ultimo termine racchiude un significato di estrema importanza per intendere ciò che la politica era per un greco. Politikos era tutto ciò che aveva a che fare con la polis, e questa era l’unico orizzonte entro cui l’uomo poteva trovare la sua realizzazione: senza di essa l’uomo era solo un animale, uno schiavo, un barbaro. Già da queste poche righe si può toccare con mano l’abisso che ci separa dagli antichi: noi possiamo vivere anche senza occuparci di politica, abbiamo un nostro spazio privato da coltivare come meglio crediamo. Certo qualcuno potrebbe dire, e a ragione, che è doveroso interessarsi alla politica, ma già dire “interessarsi alla politica” rileva quanto essa sia solo una parte della nostra vita. Per un greco questo andava al di là dell’immaginazione: non esisteva uno spazio privato, tutto era politikos. Se dunque la polis era tutto, essa doveva anche essere concepita come un tutto, e il tutto, si sa, è dotato di parti. Ciò ovviamente ha anche a che fare con la mancata distinzione tra morale, politica, ed economia. Potrebbe infatti risultare fuori luogo agli occhi di chi legga oggi la Politica di Aristotele che in essa si parli dei rapporti tra lo schiavo e il padrone, dell’uomo saggio, di come si debba amministrare la casa, del legame tra l’uomo e la donna, dell’educazione dei figli e così via. Invece tutto questo è assolutamente funzionale alla polis, nel senso che è parte di essa: è dunque ad una sorta di microcosmo che bisogna pensare, meglio ancora ad un organismo ordinato. Ovviamente le relazioni degli uomini sono diverse in base all’importanza che esse rivestono per formare quella piramide politica il cui vertice è occupato dal governo di uomini liberi su altri uomini liberi.

La diversità è un elemento assolutamente determinante: per l’esistenza stessa del governo deve esserci una specifica differenza tra chi governa e chi è governato. Ad Atene non c’erano solo gli uomini liberi ma anche i bambini, i vecchi, le donne, gli schiavi, gli stranieri, i poveri, gli aristocratici. Non erano uguali tra loro, anzi il solo pensarlo sarebbe stato contro natura. Ma è proprio nella differenza che è possibile quel sistema di relazioni umane che va sotto il nome di polis. Qui il principio del governo è un collante che tiene unite e allo stesso tempo regolamenta le relazioni, permettendo il loro corretto funzionamento nel contesto politico, diventando inoltre una sorta di principio ordinatore nell’educazione dell’uomo verso la sua libertà. Infatti in ogni sfera politica, secondo una certa gradualità, l’uomo è educato al vivere politico: dapprima imparerà a comandare sugli schiavi, a governare la propria casa, ad educare i figli, per prepararsi poi ad affrontare il governo vero e proprio. Naturalmente se si parla di governo non si può escludere l’altra faccia della medaglia, ovvero l’essere governati. Anzi questo è più che mai utile all’educazione dell’uomo: certamente prima di essere padri si è stati figli e questo comporta obbedienza, la stessa che bisogna riservare in un contesto di governo a chi è più esperto, più anziano, ma anche semplicemente più nobile. Abbiamo visto che se si parla di disuguaglianza, si parla automaticamente anche della molteplicità che forma la polis. È vero che Platone parlava di come il bravo uomo politico fosse quello in grado di ricondurre la polis all’unità, però non eliminando le parti – in sé sostanzialmente diverse – ma facendole sviluppare secondo armonia grazie al principio del governo.

Brevemente, per concludere. La democrazia antica oltre ad essere solo una tra le varie forme di governo, si dà solo grazie alla diversità mediante cui si compone la polis. Da qui a capire quanto essa sia diversa dalla nostra, basata sull’uguaglianza, il passo è breve. L’elemento che ci potrebbe forse risultare più strano è quello dell’essere governati: vivere in una democrazia significa per noi non dover essere sottomessi a nessuno, dal momento che tutti sono uguali. Certo non posso dire di aver detto molto sull’argomento, dato che per farlo bisognerebbe affrontare molti altri temi sia del mondo antico che di quello moderno. Spero almeno che quanto ho scritto possa far riflettere su quanto questi due mondi siano distanti.

Ad ogni modo, per chi fosse interessato ad un approfondimento, segnalo un paio di testi specifici a mio avviso molto buoni: A. Biral, Platone e la conoscenza di sé, Roma-Bari, Laterza, 19982; G. Duso, La logica del potere, Bari, Laterza, 1999 [disponibile ora anche nella pubblicazione on-line di Polimetrica al seguente link - basta inserire la propria e-mail, per scaricare gratuitamente l'intero libro].

Share/Save/Bookmark

Nessun commento presente