Dic 07 2008

IL NOSTRO COMPITO SOVRAUMANO. In risposta a “Un buon risarcimento”

Pubblicato da Matteo Cesaretto il 16:57 nella categoria Altra Politica

Avevo concepito queste righe come commento all’ultimo articolo di Diego, ma visto che mi sono dilungato un po’ troppo lo metto qui alla stragua di articolo autonomo. Si tenga presente che queste considerazioni traggono ispirazione dallo spunto che Diego mi ha offerto, pertanto mi sento in dovere di ringarziarlo.

Nel discutere di questi argomenti credo sia importante fissare bene nella testa un dato di fatto: la storia del principio di maggioranza non coincide con la storia della democrazia come forma di governo. «Il secolare dibattito intorno alla natura, alla funzione, alle modalità della regola della maggioranza si svolge in modo completamente indipendente dal dibattito intorno alla democrazia e alle forme di governo, e il suo campo di applicazione è esclusivamente quello della natura, della funzione, della modalità di funzionamento dei corpi collegiali, la cui esistenza non è minimamente connessa alla forma di regime politico, ed è perfettamente compatibile con regimi non democratici» (Bobbio, 1999). Bastino queste ultime parole a vincere il luogo comune e a “spaventare chi legge”. Utilizzare il principio di maggioranza non vuol dire che il corpo colleggiale che lo adopera sia democratico: caso emblematico è la caduta di Mussolini avvenuta nel luglio del ’43 per un voto espresso secondo la regola della maggioranza dal Gran Consiglio del Fasciamo, organo questo che non era di un regime democratico, era anzi l’organo costituzionale fondamentale di un regime che aveva fatto della lotta contro la democrazia uno dei motivi principali della sua esistenza e del suo successo.
Tutto questo per dire che democraticamente, con un voto a maggioranza, questa, potrebbe addirittura decidere di distruggere la democrazia stessa (abrogando la costituzione o sterminando le minoranze). Ecco con quale repentinità si sfascia d’un tratto il luogo comune di cosa noi s’intende per “democrazia”. Ed ecco perché esiste una carta costituzionale che segna il limite oltre il quale la maggioranza non dovrebbe spingersi.
Lecito è chiedersi quali siano i motivi che mantengono valido questo principio di maggioranza. Ve ne sono molteplici: di natura assiologica (il principio della maggioranza permette meglio di ogni altro la soddisfazione di alcuni valori fondamentali, come la libertà e l’uguaglianza); e di natura tecnica (lo scopo della regola è di raggiungere una decisione collettiva tra persone che la pensano in maniera diversa, dunque permette di governare). La regola della maggioranza in sostanza è principalmente una procedura che funziona bene quando la democrazia è sana, e che diviene arma pericolosa quando la democrazia è malata. A parer mio ( e sottolineo a parer mio) la democrazia funziona bene quando ogni singolo cittadino è disposto a liberarsi dei suoi interessi parziali per ricercare di soddisfare l’interesse generale. Così posto questo obiettivo appare facile e persino bello a dirsi, nella realtà dei fatti comporta una difficoltà “sovraumana” nel senso che compete più a Dio che all’uomo. L’uomo per sua natura è essere parziale che persegue il suo singolo, infimo e meschino tornaconto personale (la mia non è considerazione di valore ma vuole essere il più obiettiva possibile) pertanto neppure gli riesce di concepire quale sia l’interesse generale. Una volta concepito rimane poi da dimostrare se sarebbe disposto ad anteporlo al suo interesse personale. In sostanza la democrazia è il regime politico di chi si accontenta di poco, del popolo che ambisce a porre in equilibrio il maggior numero possibile di interessi personali, e che si impone di non andare oltre: il suo segreto sta tutto qui!
A parer mio è il potere parziale più forte che “impone” alla totalità la sua decisione. Ciò non è un male in senso assoluto, nel senso che se le regole sono condivise e accettate anche dai poteri parziali più deboli (magari però numericamente maggiori) il sistema può funzionare e può dare la possibilità di cambiare sistema di comando. Quando quel potere maggioritario non offre questa possibilità i suoi sudditi hanno tutto il diritto di combatterlo. Il problema vero nasce quando questo potere impone la sua decisone non in maniera chiara o condivisa ma arrogandosi il compito “parlare a nome di tutti” , quando cioè subdolamente utilizza tutte le maniere per falsare le regole del gioco e usa il suo potere allo solo scopo di confermare sé stesso. Quando ciò accade in democrazia, il sistema inizia a degenerare, i poteri costituzionali (legislativo e giudiziario) si combattono, l’esecutivo interferisce con le attività delle associazioni dei cittadini (non regolandole ma influenzandole) e la parte segreta del potere (arcana imperii) inizia ad operare non per la conservazione dello stato e della democrazia dalle minacce esterne, ma per la conservazione di una sola parte politica: quella che detiene il potere. In sostanza, a ben veder mi pare sia quello che sta succedendo da un bel pezzo in Italia; il fatto che il principio di maggioranza sia usato come arma di guerra è sintomatico dello stadio di degrado nel quale la democrazia italiana è piombata: per capirlo non occorrono tanti giri di parole, basterebbe rileggersi Tocqueville che della democrazia moderna fu valido “analista”.
Mi permetto di fare un’ulteriore considerazione: tra i tanti insegnamenti che Tocqueville ci offre ce n’è uno, forse il più banale, che però mi ha colpito: il passaggio da una forma di governo all’altro storicamente è sempre avvenuto attraverso sconvolgimenti violenti. Ciò mi fa pensare questo: la nostra democrazia per come oggi la vediamo è nata dalla guerra al fascismo: quella lotta rappresentò il valore condiviso su cui fondare e salvaguardare la repubblica e i diritti fondamentali dei suoi cittadini. Più si allontanano dalla memoria i sentimenti di quella fondazione e più quella condivisone di valori perde il deterrente etico che l’aveva contraddistinta. L’interesse parziale prevalente si afferma e larvatamente si erge a despota onnipotente continuando tuttavia ad usare la parola “democrazia” alla stregua di un feticcio senza significato. È questo significato che si dovrebbe ora riscoprire così da poter generare un percorso nuovo.
Personalmente aspiro a vivere in un regime politico dove, democraticamente, si decide di affidare il potere ai migliori e non ai mediocri, comprendo però come la strada per arrivare a questo sia impervia o ancora da costruire (per il solo fatto che non si capisce chi siano questi migliori). Ovvero: la democrazia bisogna guadagnarsela, il cittadino deve essere “educato” ad adoperarla. Per come vanno le cose, le strade che ci troviamo davanti sono almeno due: o ci mettiamo in testa di compiere quello «sforzo sovraumano» per riscoprire ciascuno dentro sé, onestamente, l’interesse generale (e teniamo presente che mai come ora l’umanità ha usufruito di strumenti per farlo, si pensi solo alla tv o a internet), oppure attendiamo il prossimo sconvolgimento violento e vediamo cosa succede (in quel caso gli stessi strumenti diverranno l’ennesima arma che i più forti adopereranno per sottometterci)…

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Un commento to “IL NOSTRO COMPITO SOVRAUMANO. In risposta a “Un buon risarcimento””

  1. Maicol Casarinon 06 Feb 2009 at 15:54

    Illuminante!

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