Dic 01 2008

SINDACALISMO MISCREDENTE ovvero perchè il sindacato è morto.

Pubblicato da Conrado de Vita il 21:29 nella categoria Altra Politica

Se c’è una cosa che - seppur suoni piuttosto blasfemo - mette d’accordo me e i taliban, è il fatto che loro la televisione l’avevano bandita. L’era catodica coincide con la definitiva morte del sogno Illuminista, con la legittimazione dell’incondizionata delega popolare ai signorotti della prima serata di dettare le linee guida, addirittura di PLAGIARE LA SOCIETA’ di domani.
Oggi non vi parlo da politicante nè da Indignato, nemmeno da pseudo-erudito quale spesso mi definisco. Vi parlo da uomo di fabbrica, da operaio che si appresta ad affrontare l’avventura sindacale: vedete, è proprio nell’assemblea sindacale che spesso assistiamo a questo plagio. Una comunità di lavoratori elegge la sua RSU perchè crede nelle persone - almeno questa è l’idea di fondo - e nelle idee: ma la realtà oggi è ben diversa. (Vedete, la maggior parte degli operai di una fabbrica si crede ignorante, ma questa umiltà così amata da Pasolini spesso fa risaltare proprio la loro accortezza, un pò come succede per i bambini.)

E’ opinione condivisa - verità? Sinceramente non lo so… - che nella maggior parte dei casi i membri di una RSU seguano direttivi di sigla, e abbiano forse un certo interesse nel sottolineare che la propria sigla è quella della salvezza e/o della rottura, e/o quella della voce grossa. Questo, a costo di non difendere le idee giuste, ma piuttosto fabbricarle, e venderle in quantità massicce sotto forma di tessere.

La tessera, certo, in ogni genere di vita associativa, è lo strumento che permette ad un’associazione di sopravvivere; ma io, Conrado de Vita Berlinck, candidato ‘miscredente’ - non fraintendetemi, parlo di sindacato e non di parrocchia - , sento per l’ennesima volta il dovere di Indignarmi di fronte ad una prassi dove si fa sindacato dall’alto.

Per il suscritto sindacalista miscredente, compito del sindacato è informare il lavoratore, renderlo capace di giudicare una determinata situazione, dargli gli strumenti necessari a far sentire la propria voce, creare un territorio di scambio dove dal primo all’ultimo ci si senta liberi di dire la propria, scremare il risultato di tale dibattito e dunque mostrare al pianeta Impresa, coi dati alla mano, l’OPPORTUNITA’ che sorge dall’ascolto dei lavoratori, privo di interesse e demagogia alcuna.

La realtà è invece quella che i miei colleghi di lavoro ben conoscono: un’ora di assemblea che dovrebbe servire ad informare e decidere - contemporaneamente, che paradosso! - se ne va tra le urla di delegati esterni l’uno contro l’altro, per beghe lontane miglia e miglia, laggiù a Roma, nei meandri di quei palazzoni che ci hanno dimenticato…

Per questo il sindacato è morto. Si è dimenticato dei lavoratori, accecato dai riflettori della politica, filogoverno o filopposizione che sia, più impensierito dalle funzioni della liturgia catodica che non del proprio nutrimento spirituale che lo fece scaturire quando i minatori morti erano cibo per i topi. Il sindacato rischia di allontanarsi dai lavoratori come la politica si è allontanata dalla gente.

Nessun albero si è mai dimenticato di affondare le sue radici nella buona terra, di trarre tutta la sua forza da ciò che sta sotto il suolo, invisibile all’occhio nudo.

Per dirla come la direi in fabbrica, ragazzi miei: Un albero trasforma la merda in fiore.

E’ questo che io, sindacalista miscredente, voglio difendere.

Il mio lavoro, se mai inizierà, non consisterà in accontentare nessuno: il mio lavoro, se mai inizierà, non sarà quello di imporre le idee della sigla.

Il mio lavoro sarà rendere tutti scontenti, perchè COSCIENTI. Il mio lavoro sarà quello di non aver niente da fare, perchè chi si rivolgerà a me avrà già fatto il principale. Ci pensate? Non più il lavoratore che chiede al sindacato CHE COSA PENSARE, ma il lavoratore che pensa PER il sindacato, PLASMA il sindacato, CREA il sindacato.

Che bisogno avremmo di figure carismatiche, di leader che ci portino a milioni a Roma, di scioperi generali, se ogni lavoratore avesse la sua coscienza e vi potesse fare affidamento? Se il sindacato, anzichè plagiarle con ideologie obsolete o con sacrifici imposti da amicizie potenti, non fosse altro che ciò che è nato per essere: il portavoce dei lavoratori?

Ecco, questo doveva essere il commento ad un articolo sulla gioventù che non si fa avanti rispetto ai vecchi poteri, ed invece diventa un articolo su tutt’altra cosa: sul lavoratore che non si fa avanti rispetto ai vecchi poteri. Ma che volete, mi piace divagare…

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4 COMMENTI to “SINDACALISMO MISCREDENTE ovvero perchè il sindacato è morto.”

  1. Matteo Cesarettoon 02 Dic 2008 at 16:05

    Vorrei che chi leggesse questo articolo comprendesse davvero il senso delle tue parole Conrado, a maggior ragione perchè le scrivi tu che di professione sei operaio. Invece non succederà: la gran parte dei lettori butteranno in vacca cavalcando l’onda del populismo “di maniera” e diranno: “ormai il sindacato non vale più nulla, è finito”. Altri leggeranno e non capiranno un fico secco perchè di sindacato ne hanno solo sentito parlare e di fabbriche, neanche col binocolo.
    Io credo che tu al sindacato ci creda davvero, se uno dice il contrario ha capito poco delle tue parole. Dovrebbero iniziare a crederci in molti perchè il sindacato, volenti o nolenti, è l’ultimo baluardo da difendere: perso quello avremmo sprecato 100 anni di storia.
    Purtroppo però è innegabile che anche questa organizzazione sia immersa nella crisi che coinvolge la politica in generale, ed in fondo il suo ruolo di “cinghia di trasmissione” non è mai venuto meno, nel bene e nel male. Affossato in questa crisi l’unica soluzione che viene ai sindacalisti “fedeli alla linea” è quella d’imporre una decisione per paura che gli operai “sbaglino”. Ma così si finisce per perdere via via il contatto con la base, si finisce per cadere nella secca in cui siamo caduti e si finisce col paradosso che l’operaio si schieri dalla parte del padrone perchè quando le decisioni alla fine si rivelano sbagliate diventano doppiamente gravi.
    Il Sindacato è morto? forse. Credo però che abbia ancora qualche possibilità di rinascere, di rinnovarsi di estendersi e di trasformarsi. Parliamo chiaramente: il sindacato era una potenza quando il modello politico-economico dominante si fondava su una visione produttivistica dove la crescita era la variabile indipendente, la fabbrica il centro del mondo, e l’operaio il protagonista della storia. Oggi invece? l’operaio e la fabbrica non appaiono più al centro di nulla (resta da vedere quanto questa mutazione sia stato spontanea o meno) ed il lavoro operaio sembra essere passato in secondo piano. Buona esemplificazione di questo ci viene dalla morti sul lavoro: una tragedia che ci viene mostrata come ineluttabile e che nessuno può contrastare. Di chi è la colpa? delle leggi inutili? dei controlli che non ci sono? di uno stato che non applica le leggi che vota il parlamento? della distrazione dell’operaio? la risposta è alle vittime, ma i morti difficilmente parlano…e allora cos’è che manca?
    A mio parere manca la volontà di ritornare alla fabbrica e di andare oltre la fabbrica. Di calarsi tra la gente e di parlare con loro dei loro bisogni. Di abbandonare privilegi e puntare su altri servizi, di trascinare idee e fuorze nuove, di trovare altri canali di comunicazione…ma non è detto che tutto ciò sia sufficente. La decadenza in cui siamo immersi mi lascia sgomento. Vedi Conrado il sindacato funziona bene quando c’è tra la gente l’idea chiara di cos’è la politica (che vuol dire politica partecipata non certo imposta). Ma perchè ci sia questo tipo di condivisione occorre che ciascun militante, ciascun cittadino, ciascun essere umano abbia una sua visione del giusto e dello sbaglito, occorre che ci sia una volontà comune di stare insieme per perseguire un unico obiettivo condiviso, occorre che ciascuno di noi ammetta che non ci sono solo diritti da rivendicare ma anche doveri da rispettare. Quando tutti vogliono tutto e pensano solo al loro utile personale, non ci può essere altra legge valida che quella del più forte.
    La prima cosa da fare a mio avviso è quella di parlare e di scrivere della condizione operaia di fabbrica, fare inchiesta davanti ai cancelli, “comprendere” una realtà che appare oggi non esistere. Se non a molto almeno ciò servirebbe a dirci cosa vogliono gli operai…
    Spero che le tue parole serviranno a qualcosa, mi piacerebbe che il sindacato aprisse un dibattito al suo interno (non per questo articolo ovviamente, ma per una riflessione sua) e che ne facesse partecipe tutti i lavoratori. E’ forte la retorica che vuole i sindacalisti tutti ladri e tutti uguali ma non è così…se in questa società è onesto chi la racconta meglio beh, ad un certo punto conviene chiamarsi fuori e darsi alla pastorizia. Prima però credo sia un dovere etico quello di tentare la strada del riscatto…abbiamo una zavorra appesa alle caviglie ma, una volta che ce ne saremo liberati, dal basso non si potrà che risalire…

  2. Marco De Mitrion 02 Dic 2008 at 17:58

    A mio parere l’articolo di Conrado non solo si trova a dar una risposta a quello su dei giovani che pigramente non si vogliono alzare dal divano, ma continua a svelare altre facce dello stesso cubo.
    Come dice Matteo, il sindacato dovrebbe essere la cinghia di trasmissione, io oserei dire quella sorta di aspirapolvere, che raccoglie le istanze dei vari lavoratori, raggiunge una linea comune e la presenta al mondo dell’impresa.
    Il lavoro dei sindacati negli ultimi anni si è via via allontanato da quelli che erano i veri bisogni della base, delle basi. Si sente parlare di sindacati quando organizzano gli scioperi contro il governo, quando si oppongono a trattative e quando firmano/non firmano contratti nazionali.
    Io non sono un esperto di sindacati, ma non mi è difficile dire che molto spesso il sindacato si preoccupa tanto del grande disegno, della cornice d’insieme, dimendicandosi però che all’interno di esso vi sono quelle piccole sagome che sono le vite dei suoi iscritti.
    So che si tratta di due cose diverse, ma è anche vero che oltre a tornare davanti alla fabbrica il sindacato dovrebbe incamminarsi verso il call center, verso le aziende che assumono stagisti al posto di impiegati, così come fanno anche le amministrazioni pubbliche.
    Il mercato del lavoro è cambiato molto negli ultimi anni, oggi per essere un efficiente sindacato non basta più rinnovare i contratti nazionali, sorvegliare il grande insieme, ma bisogna, tornare nel piccolo, ai problemi di tutti i giorni.

  3. Conrado de Vitaon 02 Dic 2008 at 18:22

    Leggendo il commento di Matteo, mi è venuta subito in mente una precisazione da fare, che in parte poi Marco ha ben esposto…
    E’ scorretto, retorico ed inutile parlare di operai.
    Una cinghia di trasmissione non collega un pistone solo al resto della macchina: li collega tutti.
    Ecco il primo fallimento - forse più di immagine - del sindacato: dove sono gli impiegati? dove sono gli interinali e i lavoratori a progetto? Perchè l’attività - la parola lotta mi inorridisce - sindacale deve ridursi alla difesa dell’operaio, stereotipandolo come troppo ignorante per difendersi da solo? Cosa assolutamente non vera, la fabbrica è anzi spesso un luogo di scambio dove il lavoratore può entrare con una noce di cocco sulle spalle, ma può usare la pausa caffè per confrontarsi con realtà e idee diverse, che possono svelargli verità a lui prima sconosciute. Non è diversa, se non sprechiamo questa occasione bellissima, dal confronto che si accende in sede universitaria di fronte alle plemiche dei giorni scorsi (a proposito ragazzi… è tutto finito?)
    Attenti quindi alle parole usate: lavoratori e non operai. E da parte dei sindacalisti di oggi e di domani, fatevi assistere dalle sigle, non comandare. I problemi aziendali siete voi a saperli, non chi vi ha dato - anzi venduto - la tessera.

  4. Maicol Casarinon 06 Feb 2009 at 15:32

    E’ sempre la valutazione di facce diverse dello stesso cubo: lasciamo che facciano altri perchè è più comodo, ma poi ci lamentiamo se non fanno come vogliamo.
    Un sindacato, essendo una entità sigola, dovrebbe portare quello che la maggioranza dei rappresentati indica, e qui ci vorrebbe una sorta di vera DEMOCRAZIA DAL BASSO. Ma è evidente come la rappresentanza di questo tipo debba, per forze di cose, livellare i pensieri, cogliendo il filone primario, preponderante del pensiero e mediando quelle posizioni, non fraintendetemi, estremiste dal pensiero. Insomma non può rappresentare tutto e tutti.
    L’unico modo per ovviare a questo problema è il continuo confronto attraverso una partecipazione attiva e consapevole, inserita in un sistema che, come un albero, si radica nel terreno per coglierne i frutti, e più in alto produce i suoi frutti.. come già avete detto voi!

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