Oggi dovevo andare in libreria, e ci sono andato in moto. Sì, lo so, mi ero ripromesso più e più volte di non usare mezzi a benzina per fare Arcella – Centro, ma che ci volete fare? La moto ce l’ho da un mese e mezzo… E’ il mio giocattolo! E siccome da piccolo ho avuto pochi giocattoli (che mio cugino spesso mi faceva il favore di bruciare) quando ho un bel giocattolo ci gioco più che posso. Così, dalla Melbook ho deciso di fare un altro giretto…
Non chiedetemi come, ma sono finito a Longarone.
No. Scusate. Non a Longarone. Non esattamente a Longarone. Ma forse se dico Longarone capite cosa voglio dire. Non ci sono equivoci possibili, visto che non è nemmeno il periodo della Fiera del Gelato.
Non so chi di voi sia mai stato alla diga del Vajont. Non so quanti di voi, all’esser lì, han provato qualcosa… E chissà se qualcuno ha provato lo stesso che ho provato io. Beh, in fondo, chissà se ne sapete qualcosa…
Il mio primo approccio con la tragedia del Vajont fu in quarta elementare. Nel libro di antologia c’era un brano che parlava di quel 9 ottobre 1963, spiegava cos’era successo, ovviamente senza tutti i particolari che un adulto interessato potrebbe sapere. Ma per me fu agghiacciante. A quel tempo. la cosa più vicina alla tragedia per me era quel film in cui un aereo cade nel Potomac ghiacciato e partono i soccorsi ai passeggeri. Oppure il Titanic. Ok, c’entra pur sempre l’acqua, ma non è la stessa cosa: del titanic avevo sempre sentito parlare, era così lontano, così vecchio, e nell’oceano una tragedia – so che suona macabro ma cercate di capire la mia prosa un po’ colorata – è “perdonabile”, “normale”.
Qui si parla di una montagna. Una montagna di nome TOC che prima fa CRAC e poi fa CIUFF. E di tutti gli altri rumori che si sono susseguiti non ne voglio parlare. Non ci voglio pensare. E’ anzi un bene che a quel tempo non ci fosse youtube: per registrare quello che è successo lassù, non bastano 8 megapixel. Per guardare una cosa del genere non bastano i cristalli liquidi. Ci vogliono, perdonatemi la volgarità, le palle.
E le stesse palle ci vogliono anche per guardare quel pezzo di montagna ancora incagliato dietro alla diga. Ci vogliono le palle per pensare a qualcosa di più di “è bellissima” o di “Poverini”. Ci vogliono le palle che ha avuto Marco Paolini, di metter su uno spettacolo di più di due ore, di raccontare a tutti cos’è successo lì, facendo nomi e cognomi; ma soprattutto, a chi ci pensa, e a chi resta lì imbambolato come me dinanzi alla potenza della natura a contrasto con la genialità – la diga intatta – e la bestialità – tutti sapevano ma nessuno ha fatto marcia indietro – dell’uomo; dicevo, ci vogliono le palle anche solo per guardare.
Non ho resistito più di venti minuti. Sono diciott’anni che so del Vajont. Da quel giorno in quarta elementare. Diciott’anni che volevo vederlo. Ma quando sei lì, da solo, non solo senza un amico col quale parlarne, ma anche semplicemente senza la visita guidata che ha chiuso i battenti un’ora fa; quando sei lì insomma pensi a qualcosa da fare. O da dire a te stesso. Guardi la diga. La passerella in alto. Il fondo della vallata. Il monte Toc e la sua parete liscia. Il pezzo di monte Toc nell’ex lago, che sembra fatto di sabbia. Le pareti rocciose scavate, che ti sembra di vedere l’Urlo di Munch dappertutto: pareti violente, non è autosuggestione, è proprio così, le pareti sono diventate violente! La valle sembra una versione verdeggiante della Death Valley. Valle Fantasma, potrebbero chiamarla. Ma tu, lì, in cima alla diga, noti solo una cosa: il silenzio.
Sono nato A Sao Paulo, Brasile. E’ una megalopoli, ok, ma è pur sempre in montagna! E in montagna ci sono stato altre volte. C’è quiete, c’è pace, c’è… come dire…beatitudine. Ma vicino alla diga è diverso. Non senti niente di tutto questo. Senti solo il silenzio. Pesante, soffocante, come in una cattedrale gotica, dove ti viene da dire “è bellissimo”, ma non lo dici perché tutto lì è stato costruito con l’intento di farti intimorire.
Il Vajont è una cattedrale gotica. Vi regna il silenzio. E l’essere umano – o forse io soltanto – se ne sente intimorito. Tutto quel silenzio, so che sembra una stupidaggine, è necessario, perché quando sei lì quel silenzio ti parla, ti parla così tanto e così bene, che alla fine te ne vai e non sai più cosa dire e cosa pensare.
Sai solo una cosa.
Sai che a metterci insieme i fili, l’Italia è seeeempre così!
L’Italia non è solo il belpaese, il buon cibo, la gloriosa storia; l’Italia è l’Italia del Vajont e della Torre di Pisa. Pensate alla torre: è in assoluto la torre più famosa al mondo, non c’è Torre di Londra o Torre Gemella che possa competere! Dopo il Colosseo, è probabilmente il monumento italiano più famoso al mondo.
E perché?
Perché è un madornale errore!
Ma ci pensate? I lavori a Pisa restarono interrotti per tutto il XIV secolo “per cause sconosciute”. Che vi viene in mente? Non so voi… Ma a me vien subito da pensare che, fatti i tre primi piani, la torre si è mossa… La soluzione? STOP! Fermi per un secolo, poi, quando nessuno si ricorda più niente, si riparte!
Era il medioevo, sì… Ma questo è il concetto di responsabilità italiano. Nel Trecento come nella prima metà del secolo i nostri governanti hanno sempre potuto contare con la scarsa memoria dell’italiano medio per commettere arbitrariamente i loro errori e poi dire: “Ma noi mica potevamo saperlo!”
Non potevamo sapere che mezza torre storta si sarebbe storta di più da intera. Non potevamo sapere che la marcia su Roma… boh, c’era un che di strano… Non potevamo sapere che Hitler come alleato non era proprio il massimo… Non potevamo sapere che un lago artificiale costruito sulla pastafrolla prima o poi avrebbe sciolto la pastafrolla. Non potevamo sapere che Bush come alleato… boh, c’è qualcosa di strano… E magari domani diremo: non potevamo saperlo che con l’esercito in città… Non potevamo saperlo che col lodo Alfano…
Oggi si parla tanto di revisionismo, di un insegnamento della storia più superpartes, di dialogo, di risolvere i problemi degli italiani: tante belle cose che poi, al prossimo sgarro della Lecciso di turno cadranno nel dimenticatoio (ma per essere eleganti diciamo pure nel cesso!). E non per merito loro, ma per colpa nostra! Perché siamo noi ad avere la pancia piena e volere ancora, così abituati a succhiare il seno asciutto alla madrepatria che se ci gridassero la frase che fece di Kennedy un eroe probabilmente rideremmo a crepapelle e lanceremmo monetine addosso allo sventurato. Bamboccioni? TPS è andato per il sottile! Morfeo a Napolitano? Morfeo a questa Italia – neonato, che dorme sempre, e si sveglia solo per farsi allattare da un qualche politico disposto a mettere in mostra il seno.
Il seno d’Italia. Quel seno così asciutto che i nostri figli dovranno andare all’estero a farsi allattare.
E così, magari, dopo una quarantina d’anni in tranquillità, torneremo ad essere noi gli immigrati, i dagoes, gli ingoia polenta. Ma almeno, Dio lo voglia, impareremo qualcosa. Impareremo che se il Vajont c’è stato, è perché non ci fosse il Mose. Se c’è stata la Torre di Pisa, è perché così non avremmo costruito abusivamente. Che se c’è stato il fascismo, è perché non ci fosse più un governo autoritario, che usa il Parlamento solo quando gli pare e piace, e si appresta a mettere le mani anche nel Potere Giudiziario.
Che se abbiamo vissuto Chernobyl da vicino…
…Che se abbiamo vissuto Ustica, Cermis, Calipari…
Bamboccioni? Io lo prenderei per un complimento!