Archive for the 'Altra Politica' Category

Dic 23 2008

Il Paese più bello del mondo, se non fosse che è pieno di italiani.

Pubblicato da Marco De Mitri nella categoria Altra Politica

Guardando la televisione e leggendo i giornali, non possiamo che deprimerci nonostante l’imminenza delle festività. Sentiamo parlare di crisi economica, di licenziamenti e cassa integrazione, di giudici e magistrati indagati, di presidenzialismo e federalismo, ma alla fine a noi italiani nulla ci tocca veramente. Siamo troppo abili per farci fregare da queste cose, i soldi chi li aveva li ha mandati a San Marino o li ha messi sotto il materasso; chiunque ci governi, noi siamo pronti a lamentarci, sempre e comunque. C’è un detto un po’ volgare, che mi permetto di inserire tanto vuoi o non vuoi rimaniamo un paese di cattolici che usano le imprecazioni come intercalari. Il detto recita nel seguente modo (la versione originale era in dialetto, ma credo renda bene anche in italiano): “si piange il morto per inculare il vivo”.  Vuoi o non vuoi rimaniamo un paese di egoisti, rimaniamo un paese dove la furbizia, sinonimo di disonestà nell’accezione da noi utilizzata, è un pregio, un paese dove parcheggiare in divieto di sosta è positivo se non ti mettono la multa, un paese dove saltare una fila in posta è una furbata, un paese dove è normale chiedere al negoziante uno sconto se non ci serve lo scontrino fiscale, un paese dove è normale trovare lavoro tramite le amicizie …

Dicevamo, anzi dicevo, perché non credo ve ne siano molti che si troveranno concordi con quanto dico, un paese di egoisti. Permettetemi, un paese a cui devo tutto, la mia istruzione, il mio benessere, il mio carattere, ma un paese in cui non voglio più vivere, non immezzo a tutti voi italiani.

In realtà dovevo solo introdurre un articolo di Carlo Vulpio, il cui link mi appresto ad inserire alla fine del mio sfogo. Leggete questo articolo, riflettete sul fatto che oltre a rimuovere i magistrati ora ci facciamo rimuovere i giornalisti. Il blog di Vulpio  contiene tutte le informazioni per ricostruire la vicenda e perché vi facciate una vostra opinione di ciò che sta accadendo nel vostro paese, che per vostra informazione contiene anche il vostro prezioso giardino di casa, l’unica cosa a cui veramente tenete.

buona fortuna a tutti

Hic et nunc, Marco

Via di qui. Cattivi magistrati e cattivi giornalisti. di Carlo Vulpio

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Dic 10 2008

PIER PAOLO PASOLINI. Poeta “ebbro d’erba e di tenebre”

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica, Letteratura e Poesia


L’intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager otterrai da una delle milioni d’anime della nostra nazione un giudizio netto, interamente indignato.
Irreale è ogni idea, irreale ogni passione di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere e non lo ha mai liberato. Mostrare la mia faccia, la mia magrezza, alzare la mia sola puerile voce non ha più senso. La viltà, avvezza a vedere nel modo più atroce gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio e anche questo mi nuoce.

Se Pasolini avesse ritenuto puerile alzare la voce non in prossimità della sua morte ma all’inizio della sua carriera, agli albori della sua ispirazione di poeta ed artista, oggi la mia esistenza potrebbe dirsi menomata. Fortunatamente Pasolini ha scritto, ha detto, ha insistito ed ha pianto. Tutto ciò gli è costato molto, ed il prezzo che sul finire ha dovuto pagare è stato assai elevato: la vita. Spiace contraddirlo ma la sua opera ha un senso, almeno per me.
Pasolini è stato il regista che troppo s’è calato nel suo soggetti. Il poeta che bagnava di lacrime le pagine che imbrattava. La sua vita, la sua tragica fine ben si potrebbe inserire nell’ambientazione di uno dei suoi racconti. Ironia della sorte. Squallide periferie che covano odio e che lo barattano quasi fosse l’unica merce che possiede valore.
Ieri una “passione irreale” lo uccise, oggi l’ ”obbiettività” della storia lo seppellisce di nuovo. Eppure Pasolini aveva capito, aveva combattuto ed è per questo che è morto. Di una morte spirituale,  fiacca, che si ripete ogni giorno e che lenta logora scottando sotto la brace.
Ad una anno dalla morte, il 7 settembre 1974, subito dopo gli esiti del referendum sul divorzio, Pasolini disse:

«È in corso nel nostro paese questa sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora non sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani. Visti in questa luce, anche i risultati del 12 maggio contengono un elemento di ambiguità. Secondo me ai «no» ha contribuito potentemente anche la televisione, che ad esempio in questi vent’anni ha nettamente svalutato ogni contributo religioso: oh sì, abbiamo visto spesso il Papa benedire, i cardinali inaugurare, processioni e funerali, ma erano fatti controproducenti ai fini della coscienza religiosa. Di fatto, avveniva invece, almeno a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei mass-media e attraverso questa ideologia reale del potere, all’edonismo del potere consumistico.

Per questo mi è accaduto di dire – in maniera troppo violenta ed esagitata, forse – che nel «no» vi è una doppia anima: da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un italiano che accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del potere borghese, perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore. Ecco perché, per amore di verità e per senso dolorosamente critico, io posso giungere anche a una previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se dovesse prevalere nella massa dei «no», la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia c’è un forte partito comunista, c’è una intellighentsia abbastanza avanzata e progressista; ma il pericolo c’è. La distruzione dei valori in corso non implica una immediata sostituzione di altri valori, col loro bene e il loro male, col necessario miglioramento del tenore di vita e insieme un reale progresso culturale. C’è, nel mezzo, un momento di imponderabilità ed è appunto quello che stiamo vivendo; e qui sta il grande, tragico pericolo. Pensate a cosa può significare in queste condizioni una recessione, e vi corre un brivido se vi si affaccia anche per un istante il parallelo – forse arbitrario, forse romanzesco – con la Germania degli anni Trenta. Qualche analogia il nostro processo di industrializzazione degli ultimi dieci anni con quello tedesco di allora ce l’ha: fu in tali condizioni che il consumismo aprì la strada, con la recessione del ’20, al nazismo.

Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione che ha visto la guerra, i nazisti, le SS, che ne ha subito un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i modelli imposti del capitalismo, e rischiano una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una assenza di capacita critiche, una passività, ricordo che erano le forme tipiche delle SS e vedo stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda dalla croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che lo produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui ».

(Cfr. P. Pasolini, Verso il genocidio, in Rinascita – Dialogo con Pasolini. Scritti 1957-1984, Editrice «l’Unità», Roma 1985, pp. 130-132).

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Dic 07 2008

IL NOSTRO COMPITO SOVRAUMANO. In risposta a “Un buon risarcimento”

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica

Avevo concepito queste righe come commento all’ultimo articolo di Diego, ma visto che mi sono dilungato un po’ troppo lo metto qui alla stragua di articolo autonomo. Si tenga presente che queste considerazioni traggono ispirazione dallo spunto che Diego mi ha offerto, pertanto mi sento in dovere di ringarziarlo.

Nel discutere di questi argomenti credo sia importante fissare bene nella testa un dato di fatto: la storia del principio di maggioranza non coincide con la storia della democrazia come forma di governo. «Il secolare dibattito intorno alla natura, alla funzione, alle modalità della regola della maggioranza si svolge in modo completamente indipendente dal dibattito intorno alla democrazia e alle forme di governo, e il suo campo di applicazione è esclusivamente quello della natura, della funzione, della modalità di funzionamento dei corpi collegiali, la cui esistenza non è minimamente connessa alla forma di regime politico, ed è perfettamente compatibile con regimi non democratici» (Bobbio, 1999). Bastino queste ultime parole a vincere il luogo comune e a “spaventare chi legge”. Utilizzare il principio di maggioranza non vuol dire che il corpo colleggiale che lo adopera sia democratico: caso emblematico è la caduta di Mussolini avvenuta nel luglio del ’43 per un voto espresso secondo la regola della maggioranza dal Gran Consiglio del Fasciamo, organo questo che non era di un regime democratico, era anzi l’organo costituzionale fondamentale di un regime che aveva fatto della lotta contro la democrazia uno dei motivi principali della sua esistenza e del suo successo.
Tutto questo per dire che democraticamente, con un voto a maggioranza, questa, potrebbe addirittura decidere di distruggere la democrazia stessa (abrogando la costituzione o sterminando le minoranze). Ecco con quale repentinità si sfascia d’un tratto il luogo comune di cosa noi s’intende per “democrazia”. Ed ecco perché esiste una carta costituzionale che segna il limite oltre il quale la maggioranza non dovrebbe spingersi.
Lecito è chiedersi quali siano i motivi che mantengono valido questo principio di maggioranza. Ve ne sono molteplici: di natura assiologica (il principio della maggioranza permette meglio di ogni altro la soddisfazione di alcuni valori fondamentali, come la libertà e l’uguaglianza); e di natura tecnica (lo scopo della regola è di raggiungere una decisione collettiva tra persone che la pensano in maniera diversa, dunque permette di governare). La regola della maggioranza in sostanza è principalmente una procedura che funziona bene quando la democrazia è sana, e che diviene arma pericolosa quando la democrazia è malata. A parer mio ( e sottolineo a parer mio) la democrazia funziona bene quando ogni singolo cittadino è disposto a liberarsi dei suoi interessi parziali per ricercare di soddisfare l’interesse generale. Così posto questo obiettivo appare facile e persino bello a dirsi, nella realtà dei fatti comporta una difficoltà “sovraumana” nel senso che compete più a Dio che all’uomo. L’uomo per sua natura è essere parziale che persegue il suo singolo, infimo e meschino tornaconto personale (la mia non è considerazione di valore ma vuole essere il più obiettiva possibile) pertanto neppure gli riesce di concepire quale sia l’interesse generale. Una volta concepito rimane poi da dimostrare se sarebbe disposto ad anteporlo al suo interesse personale. In sostanza la democrazia è il regime politico di chi si accontenta di poco, del popolo che ambisce a porre in equilibrio il maggior numero possibile di interessi personali, e che si impone di non andare oltre: il suo segreto sta tutto qui!
A parer mio è il potere parziale più forte che “impone” alla totalità la sua decisione. Ciò non è un male in senso assoluto, nel senso che se le regole sono condivise e accettate anche dai poteri parziali più deboli (magari però numericamente maggiori) il sistema può funzionare e può dare la possibilità di cambiare sistema di comando. Quando quel potere maggioritario non offre questa possibilità i suoi sudditi hanno tutto il diritto di combatterlo. Il problema vero nasce quando questo potere impone la sua decisone non in maniera chiara o condivisa ma arrogandosi il compito “parlare a nome di tutti” , quando cioè subdolamente utilizza tutte le maniere per falsare le regole del gioco e usa il suo potere allo solo scopo di confermare sé stesso. Quando ciò accade in democrazia, il sistema inizia a degenerare, i poteri costituzionali (legislativo e giudiziario) si combattono, l’esecutivo interferisce con le attività delle associazioni dei cittadini (non regolandole ma influenzandole) e la parte segreta del potere (arcana imperii) inizia ad operare non per la conservazione dello stato e della democrazia dalle minacce esterne, ma per la conservazione di una sola parte politica: quella che detiene il potere. In sostanza, a ben veder mi pare sia quello che sta succedendo da un bel pezzo in Italia; il fatto che il principio di maggioranza sia usato come arma di guerra è sintomatico dello stadio di degrado nel quale la democrazia italiana è piombata: per capirlo non occorrono tanti giri di parole, basterebbe rileggersi Tocqueville che della democrazia moderna fu valido “analista”.
Mi permetto di fare un’ulteriore considerazione: tra i tanti insegnamenti che Tocqueville ci offre ce n’è uno, forse il più banale, che però mi ha colpito: il passaggio da una forma di governo all’altro storicamente è sempre avvenuto attraverso sconvolgimenti violenti. Ciò mi fa pensare questo: la nostra democrazia per come oggi la vediamo è nata dalla guerra al fascismo: quella lotta rappresentò il valore condiviso su cui fondare e salvaguardare la repubblica e i diritti fondamentali dei suoi cittadini. Più si allontanano dalla memoria i sentimenti di quella fondazione e più quella condivisone di valori perde il deterrente etico che l’aveva contraddistinta. L’interesse parziale prevalente si afferma e larvatamente si erge a despota onnipotente continuando tuttavia ad usare la parola “democrazia” alla stregua di un feticcio senza significato. È questo significato che si dovrebbe ora riscoprire così da poter generare un percorso nuovo.
Personalmente aspiro a vivere in un regime politico dove, democraticamente, si decide di affidare il potere ai migliori e non ai mediocri, comprendo però come la strada per arrivare a questo sia impervia o ancora da costruire (per il solo fatto che non si capisce chi siano questi migliori). Ovvero: la democrazia bisogna guadagnarsela, il cittadino deve essere “educato” ad adoperarla. Per come vanno le cose, le strade che ci troviamo davanti sono almeno due: o ci mettiamo in testa di compiere quello «sforzo sovraumano» per riscoprire ciascuno dentro sé, onestamente, l’interesse generale (e teniamo presente che mai come ora l’umanità ha usufruito di strumenti per farlo, si pensi solo alla tv o a internet), oppure attendiamo il prossimo sconvolgimento violento e vediamo cosa succede (in quel caso gli stessi strumenti diverranno l’ennesima arma che i più forti adopereranno per sottometterci)…

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Dic 05 2008

UN BUON RISARCIMENTO

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Politica

Riporto qui un articolo tratto dal sito “http://www.cascinamacondo.com” di Pietro Tartamella:

Nelle ultime elezioni politiche del 9/10 aprile 2006 lo schieramento di sinistra ha vinto per un pugno di voti.

Tutti i politici hanno saputo dire soltanto: “L’Italia è spaccata in due”.

Un commento di nessun spessore intellettuale. Ciò che è emerso davvero in queste elezioni (e qualunque fosse stato il vincitore) è la profonda contraddizione insita nell’idea di Maggioranza. L’Italia non è assolutamente spaccata in due.  La verità profonda è che la metà degli italiani + uno, non può, non ha nessun diritto (se non in virtù di un principio di forza, e quindi totalitario e prevaricatore) di decidere della vita dell’altra metà degli italiani – uno!  Un conto è decidere quale film andare a vedere stasera, altro conto è decidere della nostra vita.

La Costituzione all’articolo 1 recita:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Non dice che la sovranità appartiene a “metà popolo“.

Ragionare in termini di “maggioranza” è fuorviante, perché preclude all’altra metà del popolo di essere sovrana!

I commenti banali fatti dai politici hanno avallato, in sostanza, il concetto che l’altra metà del popolo non può essere sovrana!  Ci troviamo di fronte ad una insana e mastodontica contraddizione logica. Il concetto di Maggioranza risulta alla fine essere un pensiero totalitario.

Eppure la nostra sensibilità, il nostro buon senso, fa echeggiare nella nostra coscienza questa contraddizione. 

Ma affrontarla è troppo complicato, troppo difficile: meglio relegarla nell’ombra dei nostri recessi più profondi e continuare per sentieri conosciuti e famigliari, anche se insensati e contraddittori.

 

C’è un modo per risolvere questa contraddizione: seguire la via che hanno usato i Nativi Americani.

Metterla in pratica significherebbe dare ai Nativi Americani (che l’uomo bianco ha sterminato con la sua arroganza,  i suoi fucili, le sue coperte intrise di vaiolo) il più alto risarcimento morale, etico, culturale.

Presso i Nativi Americani non esisteva il concetto di “maggioranza”. Esisteva il concetto di “unanimità“.

Le decisioni importanti venivano prese sempre all’unanimità.

Cresciuti con questo pensiero, tutti i membri della tribù, quando si riunivano per votare, se emergevano posizioni divergenti, rifacevano semplicemente, poco dopo, un’altra assemblea. Il sistema obbligava ogni votante a prendere in considerazione le posizioni avversarie e tutti, nella riunione successiva, avevano l’obbligo (per cultura, per atteggiamento mentale, per vocazione morale, per rispetto delle altre esigenze)  di modificare la propria posizione. Dopo alcune votazioni trovavano in fine “l’unanimità“.

Il processo aveva smussato le posizioni rigide avendo ciascuno tenuto conto delle idee contrarie. Via via, per successivi compromessi e aggiustamenti, si raggiungeva un accordo unanime.

Per poter praticare con piacere questo atteggiamento mentale occorre allenarsi.

Conosco il pensiero dei più: “è impraticabile nel nostro sistema occidentale, occorrerebbero troppo tempo e troppe riunioni per approdare ad un accordo condiviso”. Cadono in errore, perché stanno ragionando con una mentalità tradizionale, non con una mentalità nuova che ha cominciato ad allenarsi. In verità il tempo impiegato per prendere decisioni con questo sistema democratico sarebbe minore del gran tempo che si spreca con il sistema attualmente in uso. Il popolo tutto avrebbe inoltre la sensazione di essere davvero un popolo.

E inoltre cadrebbe il concetto di “opposizione“, terminologia anch’essa fuorviante, in quanto suggerisce che il ruolo dell’opposizione deve essere quello di fare appunto “opposizione“. La verità è che occore governare davvero.

 

Non resta che cominciare ad allenarsi usando il sistema, diffondendolo, praticandolo sul serio in tutte le sedi dove gli uomini e le donne si incontrano per prendere decisioni che riguardano la nostra vita.

Accogliamo nella nostra esperienza quotidiana questa pratica degli Indiani delle Praterie: è l’unico modo, grande e importante, per farci perdonare il male immenso che gli uomini bianchi hanno fatto a quel popolo.

 

Se condividi il contenuto di questo messaggio copia incolla inoltra ai tuoi contatti.

Che i politici sappiano che cittadini qualunque possono produrre cultura,

e che i Nativi Americani possono insegnarci qualcosa di veramente democratico.

 Lascio a Voi ogni libero commento.

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Dic 01 2008

SINDACALISMO MISCREDENTE ovvero perchè il sindacato è morto.

Pubblicato da Conrado de Vita nella categoria Altra Politica

Se c’è una cosa che - seppur suoni piuttosto blasfemo - mette d’accordo me e i taliban, è il fatto che loro la televisione l’avevano bandita. L’era catodica coincide con la definitiva morte del sogno Illuminista, con la legittimazione dell’incondizionata delega popolare ai signorotti della prima serata di dettare le linee guida, addirittura di PLAGIARE LA SOCIETA’ di domani.
Oggi non vi parlo da politicante nè da Indignato, nemmeno da pseudo-erudito quale spesso mi definisco. Vi parlo da uomo di fabbrica, da operaio che si appresta ad affrontare l’avventura sindacale: vedete, è proprio nell’assemblea sindacale che spesso assistiamo a questo plagio. Una comunità di lavoratori elegge la sua RSU perchè crede nelle persone - almeno questa è l’idea di fondo - e nelle idee: ma la realtà oggi è ben diversa. (Vedete, la maggior parte degli operai di una fabbrica si crede ignorante, ma questa umiltà così amata da Pasolini spesso fa risaltare proprio la loro accortezza, un pò come succede per i bambini.)

E’ opinione condivisa - verità? Sinceramente non lo so… - che nella maggior parte dei casi i membri di una RSU seguano direttivi di sigla, e abbiano forse un certo interesse nel sottolineare che la propria sigla è quella della salvezza e/o della rottura, e/o quella della voce grossa. Questo, a costo di non difendere le idee giuste, ma piuttosto fabbricarle, e venderle in quantità massicce sotto forma di tessere.

La tessera, certo, in ogni genere di vita associativa, è lo strumento che permette ad un’associazione di sopravvivere; ma io, Conrado de Vita Berlinck, candidato ‘miscredente’ - non fraintendetemi, parlo di sindacato e non di parrocchia - , sento per l’ennesima volta il dovere di Indignarmi di fronte ad una prassi dove si fa sindacato dall’alto.

Per il suscritto sindacalista miscredente, compito del sindacato è informare il lavoratore, renderlo capace di giudicare una determinata situazione, dargli gli strumenti necessari a far sentire la propria voce, creare un territorio di scambio dove dal primo all’ultimo ci si senta liberi di dire la propria, scremare il risultato di tale dibattito e dunque mostrare al pianeta Impresa, coi dati alla mano, l’OPPORTUNITA’ che sorge dall’ascolto dei lavoratori, privo di interesse e demagogia alcuna.

La realtà è invece quella che i miei colleghi di lavoro ben conoscono: un’ora di assemblea che dovrebbe servire ad informare e decidere - contemporaneamente, che paradosso! - se ne va tra le urla di delegati esterni l’uno contro l’altro, per beghe lontane miglia e miglia, laggiù a Roma, nei meandri di quei palazzoni che ci hanno dimenticato…

Per questo il sindacato è morto. Si è dimenticato dei lavoratori, accecato dai riflettori della politica, filogoverno o filopposizione che sia, più impensierito dalle funzioni della liturgia catodica che non del proprio nutrimento spirituale che lo fece scaturire quando i minatori morti erano cibo per i topi. Il sindacato rischia di allontanarsi dai lavoratori come la politica si è allontanata dalla gente.

Nessun albero si è mai dimenticato di affondare le sue radici nella buona terra, di trarre tutta la sua forza da ciò che sta sotto il suolo, invisibile all’occhio nudo.

Per dirla come la direi in fabbrica, ragazzi miei: Un albero trasforma la merda in fiore.

E’ questo che io, sindacalista miscredente, voglio difendere.

Il mio lavoro, se mai inizierà, non consisterà in accontentare nessuno: il mio lavoro, se mai inizierà, non sarà quello di imporre le idee della sigla.

Il mio lavoro sarà rendere tutti scontenti, perchè COSCIENTI. Il mio lavoro sarà quello di non aver niente da fare, perchè chi si rivolgerà a me avrà già fatto il principale. Ci pensate? Non più il lavoratore che chiede al sindacato CHE COSA PENSARE, ma il lavoratore che pensa PER il sindacato, PLASMA il sindacato, CREA il sindacato.

Che bisogno avremmo di figure carismatiche, di leader che ci portino a milioni a Roma, di scioperi generali, se ogni lavoratore avesse la sua coscienza e vi potesse fare affidamento? Se il sindacato, anzichè plagiarle con ideologie obsolete o con sacrifici imposti da amicizie potenti, non fosse altro che ciò che è nato per essere: il portavoce dei lavoratori?

Ecco, questo doveva essere il commento ad un articolo sulla gioventù che non si fa avanti rispetto ai vecchi poteri, ed invece diventa un articolo su tutt’altra cosa: sul lavoratore che non si fa avanti rispetto ai vecchi poteri. Ma che volete, mi piace divagare…

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Nov 25 2008

Che fare? Un paese di sessantenni dove la gioventù è scomparsa.

Pubblicato da Marco De Mitri nella categoria Altra Politica

Questo articolo esula un po’ dallo stile che ho tentato di perseguire in questo sito, in questo movimento, stile volto allo sviluppo di una maggiore informazione che porti ad un’adeguata conoscenza ed infine ad una scelta consapevole dei cittadini, dell’elettorato. Un elettorato che allo stato attuale delle cose si limita a rimbecillirsi di fronte alla scatola, ormai un foglio, emettitrice di immagini e suoni. Questa volta vorrei cimentarmi in una riflessione ad alta voce, con oggetto un tema che mi sta particolarmente a cuore: il che fare? Il come farlo?
E’ il caso di fare un passo indietro, è obbligatorio per me delineare la questione che cercherò di trattare. In più di un occasione in questo sito, nella piazza, nei giornali, abbiamo letto e condiviso la necessità di divenire soggetti attivi della vita politica del nostro comune, della nostra università, del nostro paese.
Riprendiamo la frase messa in evidenza nel nostro sito “il cittadino diviene suddito quando si disinteressa dello Stato”, ma quando il suddito diviene cittadino?
E’ sufficiente guardare il telegiornale, leggere un giornale o magari due, parlare di politica con gli amici per essere dei Cittadini?

L’articolo 4.2 della Costituzione italiana afferma:
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

La questione sul “che fare?” trova il suo esaurimento, almeno a livello parziale, in quanto appena scritto, compito come cittadini è quello di concorrere al progresso materiale o spirituale della società, l’accento si deve necessariamente ora spostare sul “come?“.
Viviamo in una situazione difficile, non solo per la crisi finanziaria, ma per lo stato della nostra economia, del nostro grado di civiltà, ciò nonostante siamo ancora immobili; nonostante le lamentele aumentino, continuiamo a essere bloccati. Siamo degli esseri paradossali, siamo delle bambolette che sbraitano e si sbracciano ma che evitano anche solo di compiere un passo in avanti.
Vivo a Jesolo, una località turistica del veneziano e conosco bene cosa sono le lamentele degli imprenditori locali; ogni stagione si apre nelle aspettative più ampie, ma basta un fine settimana piovoso per permettere agli illustri esponenti del motore economico di questa località di urlare: “quest’anno c’è crisi! Mai cominciata così male una stagione!” Guardo sorridendo queste scenette e penso: “avete mai provato a svincolare il turismo dal sole? Lavorare per creare delle integrazioni alla sabbia e all’ombrellone?”.
Viviamo, a mio parere, un periodo storico dove l’individuo è diventato come lo jesolano, pronto alla lamentela quotidiana, ma incapace di compiere quel passo, a sollevare il piede dall’aiuola, timorosi che se non ci stiamo sopra qualcuno ce la possa rubare da sotto il naso.
Continuo però a domandarmi quando si diventa veri Cittadini, è forse sufficiente iscriversi ad un partito politico per poter contribuire al benessere comune, al benessere di tutti?
Ho partecipato recentemente ad un incontro del Partito Democratico di Jesolo in cui mi guardavo attorno e cercavo di capire come avrebbero definito i partecipanti il loro Partito Democratico. Più passava il tempo e  più le domanda dentro la mia testa si sommavano l’una con l’altra senza trovare nessuna risposta. Alla fine esco dalla sala imbarazzato dalla situazione che ha visto uno degli invitati d’onore parlare del PD come di un grande partito riformista e la maggior parte dei presenti nemmeno domandarsi cosa volesse dire quella parola: riformismo. Forse non è nemmeno sufficiente iscriversi ad un partito per essere Cittadini, soprattutto se lo si fa con la sete di successo e non con la fame del progresso accompagnata da una profonda consapevolezza.
Credo una riflessione simile sia possibile anche nell’altro schieramento, dove il Popolo delle Libertà viene partorito dall’iniziativa del suo padre e padrone, per riportare la politica al servizio dei cittadini. Un uomo che urla di voler portare al parlamento europeo solo professionisti e la mia memoria salta alle europee passate, quelle in cui Iva Zanicchi e Cecchi Paone svidavano la Gruber e Santoro. La velocità della mia memoria mi riconduce prontamente alla realtà, realtà dove la memoria storica si fa offuscare dai reality show.
Spesso sentiamo che l’Italia è un paese governato da sessantenni, un  paese che deve aprirsi e dare spazio ai giovani. In questo periodo ho riflettuto molto su tale questione e mi permetto ora di criticare i miei coetanei, coloro che in questo momento vivono un benessere conquistato dai nostri genitori, coloro che danno per scontato il cellulare, lo spritz e la pizza il sabato sera e forse solo quando questo benessere apparente ci crollerà addosso saremo disposti a tirarci su le maniche.
Un uomo noto al pubblico come Che Guevara, che per me è semplicemente un uomo e quindi giudicabile per le sue azioni ed i loro risultati e non per le sue idee, ha parlato dei giovani come di quegli individui contraddistinti dalla passione ed imprevedibilità del pensiero. La gioventù per Che Guevara deve fare ciò che pensa, buttarsi anima e corpo in progetti campati in aria, ma in cui crede, pensiero rivolto ad un’azione.

Se riteniamo le parole del Che portatrici di una verità in questo caso, ed io lo credo, dovremmo chiederci dove si trova la gioventù di oggi, che fine abbiano fatto coloro a cui spetta di dar vita e forma al Che fare? Al come fare?

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Nov 06 2008

Obama: Una rivoluzione culturale

Barack ObamaUna rivoluzione culturale è in atto con l’arrivo di Barrack Obama.

Il nuovo (prossimo) presidente degli Stati Uniti è nero, il nuovo (prossimo) presidente degli Stati Uniti ha “solo” 47 anni e nel suo programma un tassello fondamentale è la rinascita economica americana puntando nelle fonti energetiche rinnovabili.

Ecco le parole di Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club ed ex consulente del ministro per lo Sviluppo Economico Pierlugi Bersani : “Obama ritiene importante che gli Stati Uniti si impegnino nella lotta ai cambiamenti climatici e propone un rientro del paese nelle negoziazioni internazionali sul clima, senza attendere che Cina e India facciano altrettanto, evitando così una paralisi del processo decisionale”.

Il programma del candidato democratico non si discosta molto infatti dal pacchetto 20-20-20 elaborato da Bruxelles, ma è tarato sulla cifra 10: mettere fine entro 10 anni alla dipendenza dal petrolio, 10% di rinnovabili entro 4 anni, ridurre in 10 anni del 15% i consumi di elettricità. Per questo il successo di Obama rafforzerà inevitabilmente la determinazione europea ad andare avanti, rendendo ancora più debole e isolato il tentativo italiano di bloccare tutto. Qualche settimana fa, Berlusconi, attaccando la direttiva Ue, aveva sentenziato: “I maggiori produttori di C02, che sono Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione”.

Vero, ma solo nel senso che Washington ora intende fare ancora più di Bruxelles, riconquistando la leadership tecnologica della rivoluzione verde. Se a Roma si insiste nel denunciare i presunti costi delle politiche ambientali, la promessa elettorale di Obama è stata invece quella di creare nel giro di dieci anni 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita e di arrivare a un taglio delle emissioni di C02 dell’80% entro il 2050.

Tutto questo è una buona notizia e un cambiamento di rotta visto che noi Italiani facciamo scelte sembre in funzione degli Stati Uniti e ora che abbiamo lanciato il nucleare vediamo come andrà a finire. Purtroppo noi Itlaiani abbiamo una propensione a copiare sempre scelte molto “discutibili”.

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Nov 01 2008

Le Anime Morte dei burattinai

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica, Letteratura e Poesia

Avrei voluto iniziare questo articolo dicendo «per favore, smettiamola di chiamare la nostra una “nazione”. Piuttosto, rendiamoci finalmente conto che una vera nazione non lo è mai stata e mai lo sarà. Ammettiamo una volta per tutte che nessuno di noi si sente italiano e che in cuor suo cova l’ardita speranza di poter, un giorno, evadere: mollare tutto, andarsene lontano. Lontano da questi posti che pure hanno segnato le nostre infanzie, lontano dai nostri cari che pure ci hanno amato, lontano da noi stessi che ancora non abbiamo trovato».
Avrei voluto, avrei potuto. Ma ancora non lo farò.
Mi ostino invece, a perseverare nella mia battaglia contro i mulini a vento. A cercare, imperterrito, una strada che possa portare oltre la storia. E per farlo trovo spunto dalle mie instancabili, quotidiane letture, cercando, forse malamente, di porre sintesi a snervanti riflessioni. «La vita – diceva Gogol’ – mi ha sempre mostrato il volto del mastro di posta, che scuote le testa e ti dice: non ci sono cavalli».
È questa un’allegoria arcaica, che mi permetto di “rubare” ad un maestro di melanconico realismo che seppe descrivere il suo tempo meglio di quanto noi, oggi, riusciamo ad intuire il nostro. Ciascuno s’illude di stabilire un confine alla propria esistenza: di ridurre il tutto nella aleatorietà della parte. Eppure ognuno fa parte del tutto e nulla esiste al di fuori di esso.

Marionette senza vita, uomini dalla psiche degenerata, una società ottusa di proprietari terrieri, contadini e funzionari, immersa in una palude di stupidità e pigrizia provinciale, di mediocrità e di pochezza morale. Questo lo sfondo sul quale “vivono” le anime morte. Ma chi sono queste anime morte? Sono i servi della gleba, venduti nonostante esistessero solamente sulla carta? È Gogol’, che ebbro dell’acre veleno della vita si lascia morire, bruciando la sua opera e sacrificando la sua vita? Sono io che invano batto i tasti di questa tastiera? Siete voi, che leggete per rifuggire subito dopo nel vostro spazio d’ombra?Ad ognuno il compito di formulare la sua personale risposta.

Ma veniamo ora al dunque: nonostante la satira grottesca del Maestro russo, proprio non mi riesce di trovare nulla d’ironico in ciò che oggi leggo sui giornali. Sarà per pochezza mentale o piuttosto per quel relativismo che si insinua nelle mie sinapsi impedendomi di stabilire le giuste proporzioni. Trovo però incommensurabilmente più squallore nella nostra di epoca, rispetto a quella che il “buon” Gogol’ mi ha permesso di immaginare. Su tutto, sul quel servo della gleba che curvo sulla zappa attende il suo riscatto, sulle bastonate che gli imbecilli si scambiano a piazza Navona ignari di burattini e burattinai, su tutto ciò ancora prevale in me quel gesto: quel braccio proteso alla ricerca del fuoco, morte voluta o forse inaspettata. Scelta decisa e irreparabile.
Vorrei imitarlo, ma non ho che in mano quei giornali di scarsa fattura che utilizzo per scoprire come, similmente a ieri, anche gli artisti del nostro tempo siano costretti in storie di miseria e disperazione. Non resta che scappare, fuggire da questa Patria che ha deciso di ripescare nel torbido, di rivangare quel terreno che pure i vermi hanno ormai ripudiato. Leggo infatti su «la Repubblica» che l’ispiratore di Google, Massimo Marchiori, sta meditando di andarsene pure lui: c’è da capirlo. 38 anni, mestrino, senza di lui non ci sarebbe Google «per ammissione degli stessi inventori americani, Page e Brin, che hanno applicato una scoperta di Marchiori, l’algoritmo Hyper Search. Un genio. Il colosso di Mountain View lo corteggia da anni. Lui ha preferito rimanere a Padova, dove da ricercatore ha uno stipendio (a rischio) di 2000 euro al mese. L’ultima offerta americana che ha rifiutato era di 600 mila dollari netti all’anno più benefit. “Non posso più presentarmi al bar degli amici sotto casa, a Mestre. Mi dicono: te g’ha inventà gugol e guadagni meno di noi? Ma la ricerca è così da sempre, uno scopre gli altri applicano. Sono una persona felice, godo di una libertà assoluta».
Marchiori pur sostenendo di non “intendersi” di politica, a proposito della pseudo riforma Gelmini dice: «non posso credere che non capiscano quanto stanno facendo. Tagli di questo tipo, indiscriminati dovrebbero realizzare miracolosamente, secondo loro, una gestione virtuosa dei fondi universitari. Al contrario, rafforzano i baronati. Perché è evidente che, senza criteri di merito, a franare sono sempre i più deboli politicamente, cioè quelli che fanno ricerca, mentre i forti, i baroni, se la cavano sempre» [1] .
Occorrono altre parole? Credo di no.
Rileggiamo ora la descrizione poco sopra fatta: «Palude di stupidità e pigrizia provinciale, di mediocrità e di pochezza morale». Viene da chiedersi: è la Russia dell’Ottocento o piuttosto l’Italia contemporanea? «Marionette senza vita, uomini dalla psiche degenerata»: chi sono costoro? I personaggi lucidi e realistici di Gogol’ o le parossistiche idiozie che ci governano? Ha ragione Tronti a dire che «tutta la storia italiana è stata una storia novecentesca minore [poiché] in fondo, tutta l’età pre-fascista fu la caricatura dei sistemi liberali europei e occidentali. [Così] il fascismo fu la caricatura del totalitarismo», e la democrazia post-bellica fu bloccata sulla prepotenza del partito unico. Ciò nonostante, io credo, che una tranquilla, quotidiana decadenza mascherata da trionfo come quella che oggi stiamo vivendo non abbia mai avuto eguali. Dunque, quanto ancora è possibile rimanere spettatori prima di divenirne vittime?
Come se tutto ciò non bastasse riappaiono oggi “burattinai” novantenni ai quali vengono offerti spazi televisivi per confondere le logore trame che loro stessi hanno tracciato. Delirio senile pure questo? A quale pro il burattinaio accorto e riservato assumere ora le spoglie della marionetta istrionica? I ruoli si invertono. «Le stragi arrivano se non c’è ordine. Ora la povertà può far tornare le Br. E se ciò avverrà ci saranno altre stragi»: dice il burattinaio[2]. Ordine-disordine: null’atro che questo!? il servo della gleba scava a fondo e lo zar riappare al posto del verme fuggito.
Stento a spiegarne il motivo, ma immerso in questa lucida follia che ci circonda, il gesto estremo di Gogol’, così libertario e così disperato mi appare ora niente più che un qualcosa di profondamente onesto. Qualcosa che mi affascina e da cui, al tempo stesso, rifuggo.


[1] Curzio Maltese, A Padova l’urlo dell’ispiratore di Google “Guadagno meno degli amici ma resto per tigna”, «la Repubblica», 1 novembre 2008.

[2] Franca Selvatici, Gelli in Tv: Berlusconi può attuare il piano P2, «la Repubblica», 1 novembre 2008.

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Ott 31 2008

Annaviva: Contro gli zar del gas

Pubblicato da Andrea Riscassi nella categoria Altra Politica, Una finestra sul mondo

Quando Garri Kasparov si è messo a parlare di Anna Politkovskaja e del suo modo di sfidare il regime, la sala della Casa della cultura è stata attraversata da un brivido. Nessuno ha potuto non pensare a cosa rischia l’ex campione del mondo di scacchi a sfidare il regime di Putin.
Annaviva ha realizzato un piccolo miracolo con il convegno “Contro gli zar del gas”.
Un’associazione con poche decine di iscritti, senza finanziamenti né santi in Paradiso, che riesce a mettere dietro lo stesso tavolo, il leader dell’opposizione russa, la figlia di Elena Bonner e due parlamentari italiani, uno dei quali al Parlamento europeo.
Questa è stata la serata organizzata minuziosamente da mesi e che ha visto 200 persone seguire per due ore e mezza gli interventi sulla dittatura strisciante che c’è a Mosca e sul silenzio dell’Europa su quel che accade.
Tatiana Yankelevich (figlia di Elena Bonner che a Boston guida la Fondazione Sakharov) ha ricordato le somiglianze anche di postura tra Putin e Mussolini. Un discorso che sarebbe piaciuto a chi è contro tutti i totalitarismi.
Pia Locatelli (eurodeputata e presidente dell’Internazionale socialista delle donne) ha parlato di Berlusconi e della sua amicizia con Putin. Matteo Mecacci (giovane deputato radicale) ha invece parlato delle connessione economiche tra l’Italia e la Russia, tra Gazprom e l’Eni.
Garri Kasparov infine ha spiazzato tutti dicendo che l’opposizione russa non ha bisogno del sostegno dei governi occidentali. Ma solo della gente. E alla casa della cultura ce n’era tanta.
Poi ha detto una frase molto significativa: “Sarkozy quando viene a Mosca, tratta per Renault e Total, la Merkel quando parla con Putin tratta per Deutsche Bank e Volkswagen, Berlusconi quando viene a Mosca tratta per Berlusconi”: Una frase talmente bella che la sala è esplosa in una risata prima che il Professor Piretto (docente di cultura russa che ha gentilmente fatto da interprete) potesse tradurre.
Annaviva prosegue la sua battaglia per la democrazia nell’Est Europa e per far sì che al più presto un albero venga dedicata ad Anna Politkovskaja nel Giardino dei Giusti. Un’iniziativa che ha il sostegno di Articolo 21.

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Ott 28 2008

Rapido giro di notizie inquietanti

Alcuni articoli de La Stampa odierna mi hanno fatto rabbrividire non solo per la gravità delle notizie, ma per il macabro filo che sembra legarle in uno schema ben preciso di ermetismo e nullafacenza istituzionale.

Mentre in prima pagina il min. Brunetta spiega le sue ragioni riguardo alla recente polemica sui tornelli nei palazzi di giustizia, a pag. 7 Francesco Grignetti così esordisce: “Non sembri una vecchia polemica antiparlamentare, però il primo dei tornelli, il Tornello numero 1, il ministro Brunetta dovrebbe impiantarlo alla Camera.” In effetti, in un dibattito delicato e così importante come quello sulla legge elettorale per le europee, il dibattito è partito con Parisi che parlava, e praticamente solo d’Alema che ascoltava. Aula vuota, mentre i miei colleghi di lavoro, preoccupati con il crescente livello di prodotto finito parcheggiato fuori dalla fabbrica, si domandano che ne sarà dopo Natale. Mentre Epifani denuncia il boom del ricorso alla cassa Integrazione, nella quale ci sono i soldi per altri due mesi! Mentre la trattativa per Alitalia è tutt’altro che chiusa (AD OGGI NON C’E’ ANCORA CERTEZZA SUL PARTNER STRANIERO E LA CORDATA CONTINUA A MODIFICARSI!!!!!), i signorotti da noi eletti, forti dell’anonimato creato loro da una scheda senza preferenze, si danno agli affari loro, diplomaticamente denominati “rapporti con il collegio”, lasciano in secondo piano le esigenze del paese pur di godersi la loro settimana corta che più corta non si può.

Montecitorio, per lo sgomento del presidente Fini, lavora praticamente dal martedì pomeriggio al giovedì mattina. Tutti gli appelli del Presidente della Camera sono finora andati a vuoto. In Italia, per citare un fortunato ritornello spesso ripetuto dai membri del govrno, non è vero che si spende poco per la politica: si spende tanto ma si spende male.

Mi appello al ministro Tremonti: che le risorse che avete tolto a scuola e ricerca per pagare - a nome del popolo italiano - l’avidità della cordata CAI e dei banchieri statunitensi, vengano recuperate dalla paga di questi signori, i veri fannulloni d’Italia.

La seconda notizia potrei considerarla ancor più allarmante: dopo le irresponsabili dichiarazioni del ministro Prestigiacomo in materia di obiettivi di riduzione delle emissioni, la PETROCELTIC INTERNATIONAL si è aggiudicata in via esclusiva NOVE permessi permessi preliminari di esplorazione per giacimenti di petrolio e gas nell’Adriatico. Alla compagnia questi permessi, tutti in zone protette come isole Tremiti, Gran Sasso, Gargano, costeranno la miseria di € 5,16 (Diecimila lire!!!!) al metro quadro in concessione annuale, sia sulla terraferma che in mare.

L’Italia è un buon posto dove fare business. Le condizioni fiscali sono favorevoli, i costi di estrazione bassi, non ci sono rischi politici, le infrastrutture sviluppate, la competizione è limitata ed i produttori possono beneficiare di prezzi elevati per quanto riguarda petrolio e gas.

Ecco il parere del direttore esecutivo della compagnia, John Craven. Una battuta che, letta in questo contesto, assomiglia clamorosamente alle battute di qualche cattivo dei cartoni animati.

Un totale di 2500 metri quadrati sta quindi per essere svenduto ad una compagnia irlandese che non ha certo interesse a migliorare l’offerta energetica, al contrario di quanto afferma il credulone Vito. Se proprio non c’era scelta a far trivellare l’Adriatico pur di supplire all’incommensurabile bisogno italiano di accendere il condizionatore, almeno lo si poteva fare in modo da ottenere un profitto da reinvestire in fonti rinnovabili e pulite. Ma questa generazione politica, ormai per il 70% tra il Parlamento ed il reparto geriatria, non è certo preoccupato per ciò che accadrà al pianeta tra vent’anni. Così come per tutto, pagheremo noi bamboccioni, ed i nostri figli.

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