Dic 10 2008
PIER PAOLO PASOLINI. Poeta “ebbro d’erba e di tenebre”
L’intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager otterrai da una delle milioni d’anime della nostra nazione un giudizio netto, interamente indignato.
Irreale è ogni idea, irreale ogni passione di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere e non lo ha mai liberato. Mostrare la mia faccia, la mia magrezza, alzare la mia sola puerile voce non ha più senso. La viltà, avvezza a vedere nel modo più atroce gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio e anche questo mi nuoce.
Se Pasolini avesse ritenuto puerile alzare la voce non in prossimità della sua morte ma all’inizio della sua carriera, agli albori della sua ispirazione di poeta ed artista, oggi la mia esistenza potrebbe dirsi menomata. Fortunatamente Pasolini ha scritto, ha detto, ha insistito ed ha pianto. Tutto ciò gli è costato molto, ed il prezzo che sul finire ha dovuto pagare è stato assai elevato: la vita. Spiace contraddirlo ma la sua opera ha un senso, almeno per me.
Pasolini è stato il regista che troppo s’è calato nel suo soggetti. Il poeta che bagnava di lacrime le pagine che imbrattava. La sua vita, la sua tragica fine ben si potrebbe inserire nell’ambientazione di uno dei suoi racconti. Ironia della sorte. Squallide periferie che covano odio e che lo barattano quasi fosse l’unica merce che possiede valore.
Ieri una “passione irreale” lo uccise, oggi l’ ”obbiettività” della storia lo seppellisce di nuovo. Eppure Pasolini aveva capito, aveva combattuto ed è per questo che è morto. Di una morte spirituale, fiacca, che si ripete ogni giorno e che lenta logora scottando sotto la brace.
Ad una anno dalla morte, il 7 settembre 1974, subito dopo gli esiti del referendum sul divorzio, Pasolini disse:
«È in corso nel nostro paese questa sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora non sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani. Visti in questa luce, anche i risultati del 12 maggio contengono un elemento di ambiguità. Secondo me ai «no» ha contribuito potentemente anche la televisione, che ad esempio in questi vent’anni ha nettamente svalutato ogni contributo religioso: oh sì, abbiamo visto spesso il Papa benedire, i cardinali inaugurare, processioni e funerali, ma erano fatti controproducenti ai fini della coscienza religiosa. Di fatto, avveniva invece, almeno a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei mass-media e attraverso questa ideologia reale del potere, all’edonismo del potere consumistico.
Per questo mi è accaduto di dire – in maniera troppo violenta ed esagitata, forse – che nel «no» vi è una doppia anima: da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un italiano che accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del potere borghese, perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore. Ecco perché, per amore di verità e per senso dolorosamente critico, io posso giungere anche a una previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se dovesse prevalere nella massa dei «no», la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia c’è un forte partito comunista, c’è una intellighentsia abbastanza avanzata e progressista; ma il pericolo c’è. La distruzione dei valori in corso non implica una immediata sostituzione di altri valori, col loro bene e il loro male, col necessario miglioramento del tenore di vita e insieme un reale progresso culturale. C’è, nel mezzo, un momento di imponderabilità ed è appunto quello che stiamo vivendo; e qui sta il grande, tragico pericolo. Pensate a cosa può significare in queste condizioni una recessione, e vi corre un brivido se vi si affaccia anche per un istante il parallelo – forse arbitrario, forse romanzesco – con la Germania degli anni Trenta. Qualche analogia il nostro processo di industrializzazione degli ultimi dieci anni con quello tedesco di allora ce l’ha: fu in tali condizioni che il consumismo aprì la strada, con la recessione del ’20, al nazismo.
Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione che ha visto la guerra, i nazisti, le SS, che ne ha subito un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i modelli imposti del capitalismo, e rischiano una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una assenza di capacita critiche, una passività, ricordo che erano le forme tipiche delle SS e vedo stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda dalla croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che lo produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui ».
(Cfr. P. Pasolini, Verso il genocidio, in Rinascita – Dialogo con Pasolini. Scritti 1957-1984, Editrice «l’Unità», Roma 1985, pp. 130-132).