Archive for the 'Politica' Category

Dic 25 2008

Appunti sull’ATTUALITA’ del pensiero di MARX

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Filosofia, Politica

Nella celebre Prefazione a Per la critica dell’economia politica Karl Marx dava brevemente conto della sua elaborazione intellettuale svolta a partire dal momento in cui appena ventiquattrenne s’era permesso di criticare la filosofia del diritto di Hegel. Nella Prefazione Marx abbozzò il risultato generale fino ad allora ottenuto – «filo conduttore» degli studi a venire – nei termini seguenti: «nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato ordine di sviluppo delle forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura economica giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza». Prima di procedere nella lettura, occorre fissare bene l’attenzione su ciò che il filosofo ci ha detto in queste poche righe poiché è su questa intuizione che si fonda l’intera struttura del pensiero marxista. La vita di noi tutti sarebbe regolata da rapporti economici, di scambio, che sono e rimangono indipendenti dalla nostra volontà. È su questi rapporti, su questa struttura economica che si eleva («in generale») una sovrastruttura – che potremmo dire “istituzionale” – avente lo scopo di gestire, garantendone lo status quo, l’esistenza della prima. Marx ci sta dicendo in buona sostanza che ancor prima che la borghesia fondi il parlamento è il parlamento ad essere istituito per consolidare il potere della borghesia che lo ha concepito. Non solo: poiché l’uomo non è estraneo a quel contesto sociale dove egli è inserito – e che rimane regolato da determinati rapporti di produzione – è sulla base di quel contesto che egli si identifica e percepisce sé stesso. Tale riconoscimento avviene e non può che avvenire in funzione del corpo sociale che lo circonda: dunque se l’uomo del Medioevo appartiene al feudo ed è ivi inserito in una scala gerarchica che rispecchia determinati vincoli economici, quello della Rivoluzione Francese diviene socialmente “libero” allorquando si và consolidando, all’interno della struttura, la legge del mercato e l’estirpazione di ogni vincolo feudale. Quello di Marx è un ribaltamento di campo visivo che gli viene ispirato direttamente dalla lettura antropocentrica di Feuerbach il quale ci insegna che non è Dio che inventa l’uomo ma è l’uomo che inventa Dio: per giustificare sé stesso direbbe Feuerbach, per consolidare una determinata struttura di potere, direbbe Marx. Ma se quella di Feuerbach è come detto una visione antropocentrica che tenta di spiegare la storia a PARTIRE DALL’UOMO, come è possibile che Marx arrivi a concepire una sistema filosofico dove l’azione del singolo appare così marginale? Qui nasce il problema vero e proprio. Ancor prima di concepire la società in classi, ricalcando in senso contrario la dialettica hegeliana tesi-antitesi Marx ci dice che «nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà» salvo poi scrivere – e passiamo qui alla lettura prima interrotta – che «a un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l’equivalente giuridico di tale espressione) dentro dei quali esse forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze di produzione, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambio della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura». Il sorgere di contraddizioni all’interno dell’ordine sociale è la causa che spinge a sovvertire quell’ordine per costituirne uno più incline a risolvere le cause delle contraddizioni stesse. Secondo Marx è la «materia» la forza motrice della storia, ma questa materia non è completamente disumanizzata; tanto è vero che la rivoluzione è «sociale» o non è. Se le catene in cui è costretto l’uomo vanno forgiandosi a partire proprio da quei rapporti di produzione che originariamente costituivano forme di sviluppo e di libertà, tali rapporti finiscono progressivamente per imbrigliare coloro che li avevano generati. In questo moto ciclico che Marx percepiva come “progresso” è impossibile non riconoscere quanto l’atto di rottura che libera l’uomo dando il via all’«epoca di rivoluzione sociale» sia atto eminentemente umano. Un atto dunque che prima di tutto deve essere di tipo “conoscitivo”, che permetta quindi all’uomo di riconoscere le catene per poterle così successivamente distruggere. Infatti, coerentemente Marx considerava un’astrazione irreale attribuire alla conoscenza un significato di contemplazione passiva; credeva piuttosto che il processo che veramente ha luogo fosse un processo volto ad AFFRONTARE LE COSE. «Il problema se la verità obiettiva appartenga al pensiero umano non è un problema di teoria, ma di pratica. La disputa sulla realtà o meno di un pensiero che è fuori dalla pratica è una questione puramente scolastica […]. I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi, ma il loro vero compito è di cambiarlo» (Undici tesi su Feuerbach, 1845).

Quanto di questa teoria può dirsi oggi attuale? Chi scrive non è studente di filosofia se non per diletto personale ma sa – o crede di sapere – che per quanto i filosofi abbiano ricercato la «verità» tutti siano poi ricaduti in una visione parziale e storicizzata della stessa, Marx compreso. Tuttavia Marx, a differenza di altri, ha voluto trasformare questa intrinseca e soggettiva parzialità nello sprono per cambiare oggettivamente le cose. Per questo più che filosofo a me pare essere un politico, ed è questa un’impressione che trova conferma se si considerano i fattori – la misera condizione operaia delle fabbriche dell’Inghilterra ottocentesca – che ispirarono la sua costruzione filosofica. Marx è indiscutibilmente il filosofo della prassi: prima di lui solo il Cristianesimo era riuscito ad influenzare così profondamente la storia dell’uomo occidentale. E del Cristianesimo, guarda caso, ricalca il modello escatologico di liberazione: quella visione salvifica dell’esistenza sulla quale si fonda il successo stesso di ambo le teorie, nonché la loro reciproca ostilità. Il Marxismo come il Cristianesimo seguendo vie diverse hanno tentato di liberare l’uomo da sé stesso ma entrambe hanno rimandato questa liberazione ad un momento futuro. È qui che sta la pecca del marxismo, perché se il Cristianesimo rimanda la “libertà” ad un mondo che è ultraterreno e dunque indimostrabile, il marxismo ha preteso di rendere l’uomo un dio vivente, promettendo un riscatto e una liberazione terrena. Prima di scovare possibili analogie col presente occorre procedere con alcune puntualizzazioni. Come noto Marx trasse ispirazione della sua esperienza di uomo calato in quella rivoluzione industriale che trasformava il lavoro di molti sfruttati nel guadagno di pochi. Ma paradossalmente nella sua forma realizzata il marxismo prese piede proprio laddove Marx aveva esplicitamente escluso si potesse realizzare ovvero nella Russia zarista, una società dove sì era forte il desiderio di riscatto ma la cui immaturità avrebbe al tempo stesso finito per riprodurre difetti speculari alla società che si andava disgregando. Il positivismo di Marx traslato in una società inadatta al suo recepimento dette adito alle empietà che ben conosciamo. Come Marx sbagliò nel credere di poter eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo semplicemente capovolgendo il sistema di comando, così il comunismo storicamente realizzato ripropose, esasperandole, le sue aporie filosofiche privilegiando, fin da subito, quella visione fideistica della politica alla critica costante della struttura economica. Ma è proprio quest’ultima la parte più valida della dottrina ed è quella che per un motivo e per l’altro si è via via abbandonata. Dunque, se vogliamo approcciarci ora all’opera di questo filosofo, dovremmo fare un’opera di doppia epurazione: la prima di natura esterna, separando il pensiero di Marx da quella che storicamente gli viene attribuita come sua naturale filiazione (l’esperienza comunista). La seconda internamente alla teoria stessa: separando il Marx profeta dal Marx scienziato così da poter “gettare” il primo – una volta contestualizzato – e adoperare il secondo. È questa un’operazione di difficoltà immane, ma è l’unica che ci permetterà di comprendere il presente e COMBATTERE IL MODERNO NICHILISMO. Sbagliano coloro che oggigiorno credono che non ci sia più nulla da fare: costoro hanno chiuso gli occhi davanti alle catene che li tengono prigionieri e che oggi più di ieri sono divenute di natura mentale ancor prima che materiale. Se la catena si è allungata, se il recinto è stato allargato ciò non significa libertà acquisita; significa solamente che un giorno, all’occorrenza, la catena potrà essere ritratta: e quel giorno pare si stia avvicinando. Marx più di ogni altro ci insegna invece che teoria e pratica sono strettamente connesse. Dunque prima di rivendicare l’azione politica occorre come si diceva poc’anzi “comprendere” le cose, andare dentro la materia, decifrare i codici dell’esistente, studiare il mutare dei rapporti di produzione (si pensi, tanto per fare un esempio di tipo metodologico, a come opera Report nelle sue inchieste e al successo che ne trae). Ma per veder la realtà bisogna anteporre la FATICA DEL CONCETTO alla facilità del discorso che fa a meno del pensiero. Rinunciare a questo vuol dire soccombere alla neodittatura mediatica, vuol dire sottomettere i nostri desideri parziali, le nostre idee di riscatto sociale ad un feticcio esposto alla stregua di «pratica universale borghese della vita». Rileggere Marx può servire proprio a questo: a comprendere come opera e si evolve la struttura economica che, nonostante tutto, continua ancor oggi a rispondere alle stesse logiche di accumulazione da Marx studiate. Può servire a farci ben comprendere che la crisi finanziaria che stiamo attraversando altro non è che una crisi ciclica di sovrapproduzione (di denaro, vedi mutui) che Marx concepiva come momento intrinseco alla dinamiche dello sviluppo capitalistico. Rileggere Marx può servire a convincerci del fatto che i politici che ora ci rappresentano sono, e non possono non essere che questi poiché ricalcati sulla legge economica che le moderne concentrazioni economiche dettano. Scrive Marx: «una formazione sociale non perisce finché non si sono sviluppate le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione». Che significa? Significa che per quanto sia eticamente corretto e moralmente giusto rivendicare l’uso di energie non inquinanti, il petrolio continuerà a farla da padrone finché non sarà completamente esaurito. A meno che non intervenga una forza esterna che Marx indicava come la classe dei produttori, sinonimo di progresso, e che io invece ritengo ora ancor da concettualizzare… In sostanza, il bello del marxismo è che le sue categorie esistono e funzionano indipendentemente da Marx stesso. Sbagliano coloro che hanno voluto e vorrebbero tutt’ora usare il marxismo come metro di misura di tutte le cose. Il Capitale non è il libro dei sogni e Marx è un profeta troppo umano per essere attendibile. Pertanto, l’insegnamento primo che oggi rimane valido è che ad organizzazione bisogna contrapporre organizzazione, altrimenti si diviene soggetti passivi della storia. Chi rifiuta l’azione rifiuta il concetto ad essa congiunto, trovando comodo «non pote[r] andare oltre una nobile rassegnazione o un nobile sdegno» (Ivan Turgenev, Padri e figli).

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Dic 16 2008

L’AMBIENTE, LA CRISI E L’EVASIONE. Ricercare il progresso nella trasversalità delle istanze politiche - parte 1

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Politica

La scorsa settimana mi è capitato di partecipare ad un incontro organizzato da Legambiente dove i locali esponenti dei vari partiti davano conto della loro azione o dei loro progetti in previsione di un prossimo futuro. Devo ammettere che sulle prime mi sono fatto travolgere dal tenore delle discussione che, seppure volesse essere calata nella realtà locale, travalicava questo confine fino a toccare interessi che locali non sono. L’impressione che ne colsi era dunque buona, ottima direi. Seppure ciascuno dei relatori esponesse il suo personale punto di vista, comune sembrava essere la sensibilità verso le tematiche ambientali.
Poi però, a mente fredda, l’entusiasmo è via via scemato e riflettendoci un po’ su mi sono chiesto: ma come è possibile che tutte queste belle parole rimangano di fatto lettera morta? Se il 90% dei presenti ha manifestato questa sensibilità ambientale perché poi si giunge ad essere comandati da persone che questa sensibilità non hanno o almeno nei fatti dimostrano di non avere? Come’è possibile giustificare il comportamento che Berlusconi ha tenuto al vertice europeo volto ad implementare l’accordo di Kyoto, dichiarandosi prima disposto a mettere il veto salvo poi ratificare «per non fare la parte del cattivo che non si cura dell’ambiente e per non darla vinta alla sinistra» ?
Ho cercato di formulare una risposta compiuta ma ne abbozzo qui soltanto uno spunto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione nella consapevolezza di quanto sia carente oggi un modello d’analisi che ci permetta di afferrare con buona approssimazione la realtà.
L’esempio ambientale rende bene il senso di come funziona (o sarebbe meglio dire non funziona) il nostro sistema politico: poiché ci mostra chiaramente come tutto il dibattio svolto dalla societa civile risulti poi essere fine a se stesso quando addiritura non viene mistificato dai mezzi di comunicazione. Quando Berlusconi dice «non volevo passare come colui che non ha cura l’ambiente» dice una menzogna perché da quello che si legge sui giornali (Sole24ore 13/12/08) l’unico intento perseguito al tavolo delle trattative era quello di difendere alcuni settori produttivi e a tal fine si è eretto «capofila di un gruppo di Paesi che ha imposto una revisione dei meccanismi di emissione». La realtà non è mai così immediata e alla nostra “classe dirigente” poco importa dell’ambiente se non per farci su dei bei soldi. Ma ciò che differenzia Berlusconi dagli altri governanti europei è che loro hanno capito che il tema ambientale, le fonti rinnovabili e le energie alternative possono divenire un grande occasione di guadagno (soprattutto se si considera la concorrenza spietata asiatica e l’ “imperialismo” americano) Berlusconi no. Non è un caso se il vertice è stato chiuso il prima possibile senza dilungarsi troppo in discussioni che avrebbero potuto al resto del mondo far intuire infruttuose divisioni.
Anche in questa trattativa il governo italiano – tenendo fede ad una tradizione che si protrae da secoli – si è dimostrato il parassita che sa sfruttare l’occasione propizia. Ma stavolta Berlusconi è andato addirittura oltre: non solo ha ottenuto quello che voleva la classe industriale, ovvero la possibilità di ottenere «una quota gratuita di permessi di emissione che parte dall’80% nel 2013 per poi fermarsi al 30% nel 2020, passando al pieno regime a pagamento solo nel 2027» con una specificazione ulteriore dei parametri per i settori a rischio delocalizzazione (carta, vetro, ceramica, tondini di ferro). Dicevo, non solo ha ottenuto tutto questo (tra parentesi bisognerebbe chiedersi chi pagherà l’inquinamento eccedente alla quota pattuita) ma addirittura ai giornalisti ha dichiarato: «non volevo darla vinta alla sinistra cosicché potessero dire che a me non sta a cuore l’ambiente»!!! È ovvio quanto tale dichiarazione sia studiata a tavolino e detta al solo scopo di ribaltare - grazie alla televisone - le parti in causa. Se fosse davvero così vorrebbe dire che il tema non era così importante al punto tale da concedere la possibilità a Berlusconi di cambiare idea solo per togliersi lo sfizio di non darla vinta all’opposizione. Ma così ovviamente non è, e Berlusconi è riuscito a dare un colpo al cerchio e uno alla botte! L’opposizione prenda nota e gli ambientalisti esultino!
Personalmente la vicenda mi dice due cose; entrambe presuppongono un idea assai elastica del cosiddetto “progresso”, ovvero che il procedere con il tempo non implica per forza di cose un miglioramento delle condizioni sociali economiche e politiche.
La prima. Il capitalismo italiano si conferma lo straccione di sempre: quello per intendersi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione degli utili. Difatti, chi in una situazione economica come l’odierna si limita a barattare scaglioni di anidride carbonica senza proporre un serio piano di riammodernamento energetico e industriale non si può dire abbia il pregio della lungimiranza. Di certo si sbaglia nel credere che le vacche siano sempre grasse e che l’operato di Berlusconi sarà efficace per sempre.
La seconda. Il nostro sistema partitico ha fatto il suo tempo e non è più valido per l’attuale momento storico in cui viviamo. Mi convinco sempre di più che il partito moderno per come è attualmente strutturato, finanziato è concepito, per i mezzi di comunicazione attraverso cui è obbligato a veicolare il suo messaggio politico non è – e non può essere – uno strumento di vera democrazia. Il partito per come è oggi non è niente di più che un sistema lobbystico di promozione di determinati interessi e che, rispondendo a dinamiche di tipo economico, non può far coincidere gli interessi di chi lo dirige con quelli di quanti sono esclusi dalla direzione del partito stesso.
Si valuti poi che la questione ambientale è soltanto uno delle centinaia di possibili esempi, ma non è l’unica. Altro esempio: quest’anno l’evasione fiscale ha raggiunto una cifra astronomica: 316 miliardi di euro! (fonte http://www.contribuenti.it/) di questi solo 3,4 miliardi, pari al 7,37% vengono effettivamente riscosse dai Concessionari; mentre il 92,63% delle imposte iscritte a ruolo pari a 42,73 miliardi di euro non verranno mai incassate. Non è una casualità ce ciò avviene: il governo Berlusconi ha dato segnali ben precisi che gli addetti ai lavori hanno giustamente inteso come forme di permissivismo. «Ma, stranamente, (cito il comunicato stampa di contribuenti.it) invece di analizzare, individuare e risolvere le inefficienze degli agenti della riscossione, si preferisce premiare gli stessi con l’aumento dell’aggio». Infatti, «il “decreto legge anticrisi” (185/08) premia con un contributo una tantum di 50 milioni di euro Equitalia e prevede l’innalzamento al 10 per cento dell’aggio per tutti i Concessionari che riscuotono tributi. Una maggiorazione che sarà a carico dei contribuenti italiani». Che vuol dire? Lobby che spingono, la politica che risponde, il cittadino che volente o nolente paga.
Spiace di essermi dilungato troppo e di non avere neanche accennato alla “trasversalità delle istanze politiche” cui si riferisce il titolo…appuntamento dunque alla prossima puntata.

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Dic 14 2008

Antonio Piarulli, P.P.A.

Pubblicato da Movimento 97 nella categoria Politica

Movimento97 pubblica il seguente articolo continuando a ritenere prioritario offrire ai cittadini una pluralità di voci nella speranza che li aiuti a conoscere e quindi decidere. L’articolo in oggetto non è stato modificato dai gestori del sito, con la precisazione che la sua pubblicazione nel sito non necessariamente dimostra l’affinità tra la linea del movimento97 e le opinioni espresse dall’autore. La pubblicazione avviene con la speranza di stimolare un dibattito che aiuti e contribuisca ad un Nostro progresso continuo.

Buon dibattito a tutti

Movimento97

“I cittadini devono sentire in particolar modo quanto sia importante l’impostazione data alla struttura dello stato,affinché possa la stessa affermare nella realtà della vita sociale e politica una concezione cristiana.

Basti considerare come è avvenuto in Italia, ed ancor più in Germania, mediante il concorso degli organi costituzionali, il passaggio del regime da democratico a totalitario.

Tutti noi, ricorrendo ad un minimo di ragionamento razionale comprendiamo che la forma nuova di assolutismo, espressa dai diversi tipi di totalitarismo, rivestita dai paludamenti di un governo costituzionale, è la più drastica, è cioè quella che annulla la democrazia e che più stritola ed annienta l’uomo.

L’elemento esteriore attraverso il quale si prospetta costituzionalmente il passaggio da un regime democratico a un regime totalitario è soprattutto caratterizzato dal passaggio da una pluralità di partiti al partito unico;ed il partito unico è precipuamente lo strumento con il quale lo stato totalitario afferra l’uomo per assorbirne la personalità.

Proprio da ciò deriva la necessità di contenere le mire espansionistiche dei partiti, di qui la necessità di rintuzzare con momenti di grande partecipazione popolare la tendenza totalitaria di taluni partiti e conseguentemente agire al fine di imporre il metodo democratico. In considerazione di ciò nel campo politico diviene necessario un grande movimento di centro, che costituisca la spina dorsale di un’ autentico modello democratico.

Di qui nel campo costituzionale il valore delle autonomie attraverso le quali germoglia la spontaneità della vita pubblica.

I partiti politici sono oggi più che mai (seppur a gestione oligarchica) i protagonisti della vita politica democratica: questa ultima però potrà ravvivarsi solo alimentandosi dell’apporto di quelle sorgenti che stanno al di là dei partiti, società civile e organismi pre politici.

Noi cittadini nella visione integrale della personalità umana (fuori da egoismi), nella visione ordinata di cui questa personalità si integra e si espande, sentiamo vivo nella sua naturalità questo spontaneo articolarsi della vita pubblica nei diversi organismi della nostra società.

La nostra partecipazione alla vita pubblica deve essere quindi particolarmente attiva, animata da volontà di far si che le istituzioni diventino effettivamente costume. Quel costume politico in cui il rapporto tra la vita dei partiti e quella dei diversi organismi della società si risolva nella sua spontaneità, con quello spirito di servizio necessario alla costruzione del bene comune.

È qui opportuno ricordare l’apporto determinante della cosiddetta ”commissione dei 75” , che ebbe a procedere alla stesura del testo base, oggetto poi di discussione dell’assemblea costituente. Figure con grande personalità e lungimiranza quali Dossetti, La Pira, Moro, Mortati, Fanfani, Vanoni solo per ricordare alcuni dei cattolici che concorsero alla stesura, che si distinsero per competenza, progettualità e spirito di servizio.

Uomini, nostri padri, che individuarono tre momenti fondamentali:

-il personalismo, inteso cioè come la centralità della personalità umana, nella struttura della società e nella edificazione stessa dello stato democratico;

-il pluralismo inteso come modello per il superamento dello stato uniforme e accentratore in nome di un diffuso riconoscimento delle variegate realtà dei corpi sociali;

-il garantismo, inteso come la necessità di dotare i diritti dell’uomo di quei meccanismi di garanzia che non erano contemplati in precedenti testi costituzionali e più specificamente non erano contemplati nello statuto Albertino.

Emerge con grande forza un dato incontrovertibile, sinonimo di saggezza e democrazia: la costituzione repubblicana venne approvata dall’ assemblea costituente a larghissima maggioranza(90%).

Si da il caso che in piena crisi economica il Governo taglia i fondi per l’Istruzione.
Se solo i partiti facessero un gesto di responsabilità, riunciando ai rimborsi elettorali derivanti dalle ultime
elezioni politiche del 2008, recupereremmo circa 450 milioni di Euro, pari all’intero importo messo a disposizione per la Social Card. La sovranità appartiene al Popolo, cosi recita l’ artt. 1 della Costituzione. Ora dobbiamo chiederci se il Popolo, titolare della sovranità, la eserciti effettivamente, perchè non basta enunciare solennemente tale principio per renderlo effettivo. Libertà è Partecipazione!

un caro saluto,cordialità”.

Antonio Piarulli. http://it.youtube.com/watch?v=5YlZSLkKgL4

* Antonio Piarulli, segretario nazionale P.P.A.

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Dic 05 2008

UN BUON RISARCIMENTO

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Politica

Riporto qui un articolo tratto dal sito “http://www.cascinamacondo.com” di Pietro Tartamella:

Nelle ultime elezioni politiche del 9/10 aprile 2006 lo schieramento di sinistra ha vinto per un pugno di voti.

Tutti i politici hanno saputo dire soltanto: “L’Italia è spaccata in due”.

Un commento di nessun spessore intellettuale. Ciò che è emerso davvero in queste elezioni (e qualunque fosse stato il vincitore) è la profonda contraddizione insita nell’idea di Maggioranza. L’Italia non è assolutamente spaccata in due.  La verità profonda è che la metà degli italiani + uno, non può, non ha nessun diritto (se non in virtù di un principio di forza, e quindi totalitario e prevaricatore) di decidere della vita dell’altra metà degli italiani – uno!  Un conto è decidere quale film andare a vedere stasera, altro conto è decidere della nostra vita.

La Costituzione all’articolo 1 recita:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Non dice che la sovranità appartiene a “metà popolo“.

Ragionare in termini di “maggioranza” è fuorviante, perché preclude all’altra metà del popolo di essere sovrana!

I commenti banali fatti dai politici hanno avallato, in sostanza, il concetto che l’altra metà del popolo non può essere sovrana!  Ci troviamo di fronte ad una insana e mastodontica contraddizione logica. Il concetto di Maggioranza risulta alla fine essere un pensiero totalitario.

Eppure la nostra sensibilità, il nostro buon senso, fa echeggiare nella nostra coscienza questa contraddizione. 

Ma affrontarla è troppo complicato, troppo difficile: meglio relegarla nell’ombra dei nostri recessi più profondi e continuare per sentieri conosciuti e famigliari, anche se insensati e contraddittori.

 

C’è un modo per risolvere questa contraddizione: seguire la via che hanno usato i Nativi Americani.

Metterla in pratica significherebbe dare ai Nativi Americani (che l’uomo bianco ha sterminato con la sua arroganza,  i suoi fucili, le sue coperte intrise di vaiolo) il più alto risarcimento morale, etico, culturale.

Presso i Nativi Americani non esisteva il concetto di “maggioranza”. Esisteva il concetto di “unanimità“.

Le decisioni importanti venivano prese sempre all’unanimità.

Cresciuti con questo pensiero, tutti i membri della tribù, quando si riunivano per votare, se emergevano posizioni divergenti, rifacevano semplicemente, poco dopo, un’altra assemblea. Il sistema obbligava ogni votante a prendere in considerazione le posizioni avversarie e tutti, nella riunione successiva, avevano l’obbligo (per cultura, per atteggiamento mentale, per vocazione morale, per rispetto delle altre esigenze)  di modificare la propria posizione. Dopo alcune votazioni trovavano in fine “l’unanimità“.

Il processo aveva smussato le posizioni rigide avendo ciascuno tenuto conto delle idee contrarie. Via via, per successivi compromessi e aggiustamenti, si raggiungeva un accordo unanime.

Per poter praticare con piacere questo atteggiamento mentale occorre allenarsi.

Conosco il pensiero dei più: “è impraticabile nel nostro sistema occidentale, occorrerebbero troppo tempo e troppe riunioni per approdare ad un accordo condiviso”. Cadono in errore, perché stanno ragionando con una mentalità tradizionale, non con una mentalità nuova che ha cominciato ad allenarsi. In verità il tempo impiegato per prendere decisioni con questo sistema democratico sarebbe minore del gran tempo che si spreca con il sistema attualmente in uso. Il popolo tutto avrebbe inoltre la sensazione di essere davvero un popolo.

E inoltre cadrebbe il concetto di “opposizione“, terminologia anch’essa fuorviante, in quanto suggerisce che il ruolo dell’opposizione deve essere quello di fare appunto “opposizione“. La verità è che occore governare davvero.

 

Non resta che cominciare ad allenarsi usando il sistema, diffondendolo, praticandolo sul serio in tutte le sedi dove gli uomini e le donne si incontrano per prendere decisioni che riguardano la nostra vita.

Accogliamo nella nostra esperienza quotidiana questa pratica degli Indiani delle Praterie: è l’unico modo, grande e importante, per farci perdonare il male immenso che gli uomini bianchi hanno fatto a quel popolo.

 

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Che i politici sappiano che cittadini qualunque possono produrre cultura,

e che i Nativi Americani possono insegnarci qualcosa di veramente democratico.

 Lascio a Voi ogni libero commento.

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Ott 28 2008

Rapido giro di notizie inquietanti

Alcuni articoli de La Stampa odierna mi hanno fatto rabbrividire non solo per la gravità delle notizie, ma per il macabro filo che sembra legarle in uno schema ben preciso di ermetismo e nullafacenza istituzionale.

Mentre in prima pagina il min. Brunetta spiega le sue ragioni riguardo alla recente polemica sui tornelli nei palazzi di giustizia, a pag. 7 Francesco Grignetti così esordisce: “Non sembri una vecchia polemica antiparlamentare, però il primo dei tornelli, il Tornello numero 1, il ministro Brunetta dovrebbe impiantarlo alla Camera.” In effetti, in un dibattito delicato e così importante come quello sulla legge elettorale per le europee, il dibattito è partito con Parisi che parlava, e praticamente solo d’Alema che ascoltava. Aula vuota, mentre i miei colleghi di lavoro, preoccupati con il crescente livello di prodotto finito parcheggiato fuori dalla fabbrica, si domandano che ne sarà dopo Natale. Mentre Epifani denuncia il boom del ricorso alla cassa Integrazione, nella quale ci sono i soldi per altri due mesi! Mentre la trattativa per Alitalia è tutt’altro che chiusa (AD OGGI NON C’E’ ANCORA CERTEZZA SUL PARTNER STRANIERO E LA CORDATA CONTINUA A MODIFICARSI!!!!!), i signorotti da noi eletti, forti dell’anonimato creato loro da una scheda senza preferenze, si danno agli affari loro, diplomaticamente denominati “rapporti con il collegio”, lasciano in secondo piano le esigenze del paese pur di godersi la loro settimana corta che più corta non si può.

Montecitorio, per lo sgomento del presidente Fini, lavora praticamente dal martedì pomeriggio al giovedì mattina. Tutti gli appelli del Presidente della Camera sono finora andati a vuoto. In Italia, per citare un fortunato ritornello spesso ripetuto dai membri del govrno, non è vero che si spende poco per la politica: si spende tanto ma si spende male.

Mi appello al ministro Tremonti: che le risorse che avete tolto a scuola e ricerca per pagare - a nome del popolo italiano - l’avidità della cordata CAI e dei banchieri statunitensi, vengano recuperate dalla paga di questi signori, i veri fannulloni d’Italia.

La seconda notizia potrei considerarla ancor più allarmante: dopo le irresponsabili dichiarazioni del ministro Prestigiacomo in materia di obiettivi di riduzione delle emissioni, la PETROCELTIC INTERNATIONAL si è aggiudicata in via esclusiva NOVE permessi permessi preliminari di esplorazione per giacimenti di petrolio e gas nell’Adriatico. Alla compagnia questi permessi, tutti in zone protette come isole Tremiti, Gran Sasso, Gargano, costeranno la miseria di € 5,16 (Diecimila lire!!!!) al metro quadro in concessione annuale, sia sulla terraferma che in mare.

L’Italia è un buon posto dove fare business. Le condizioni fiscali sono favorevoli, i costi di estrazione bassi, non ci sono rischi politici, le infrastrutture sviluppate, la competizione è limitata ed i produttori possono beneficiare di prezzi elevati per quanto riguarda petrolio e gas.

Ecco il parere del direttore esecutivo della compagnia, John Craven. Una battuta che, letta in questo contesto, assomiglia clamorosamente alle battute di qualche cattivo dei cartoni animati.

Un totale di 2500 metri quadrati sta quindi per essere svenduto ad una compagnia irlandese che non ha certo interesse a migliorare l’offerta energetica, al contrario di quanto afferma il credulone Vito. Se proprio non c’era scelta a far trivellare l’Adriatico pur di supplire all’incommensurabile bisogno italiano di accendere il condizionatore, almeno lo si poteva fare in modo da ottenere un profitto da reinvestire in fonti rinnovabili e pulite. Ma questa generazione politica, ormai per il 70% tra il Parlamento ed il reparto geriatria, non è certo preoccupato per ciò che accadrà al pianeta tra vent’anni. Così come per tutto, pagheremo noi bamboccioni, ed i nostri figli.

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Ott 26 2008

Le contraddizioni della democrazia moderna - Parte I

Pubblicato da Conrado de Vita nella categoria Altra Politica, Politica

Ne LA STAMPA del 22 ottobre è stato pubblicato uno stralcio della dissertazione che Barbara Spinelli ha esposto all’Aula Magna dell’Università del Piemonte Orientale (Alessandria) in occasione del ricevimento della laurea honoris causa in studi europei.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200810articoli/37543girata.asp

La lucidità dell’analisi della scrittrice ed editorialista del giornale torinese salta agli occhi, almeno io la trovo sorprendentemente realistica. Per chi non ha tempo di andarsi a leggere l’articolo (troppo impegnati su facebook?), cercherò di riassumere in due righe l’idea centrale: ciò che differenzia la democrazia dal dispotismo è che, scegliendo i propri rappresentanti in base alla loro coerenza ed aderenza a ciò in cui ognuno crede, il popolo si tutela, attraverso il voto, dal pericolo che l’opinione di un singolo si imponga sulla collettività grazie al maggior potere di questo singolo rispetto alle masse. Questo garantisce, insomma, che la MAGGIOR PARTE della popolazione votante sia rappresentata e tutelata. Ma la maggior parte, come sappiamo, non è la totalità, e spesso accade che ci si trovi in situazioni conflittuali nelle quali l’azione governativa si riduce ad eseguire il proprio programma, senza tenere conto che gran parte della popolazione può venire talvolta penalizzata. Rifacendosi a pensatori come Tocqueville, Humboldt e Mill, (che premetto di non conoscere) la Spinelli asserisce che ” Il ‘popolo’ che esercita il potere non sempre coincide con coloro sui quali quest’ultimo viene esercitato.” Tralasciamo il fatto che più che spesso lo stesso “popolo in carica” non si sente rappresentato, in quanto il potere politico è spesso incline alla demagogia ed a promesse elettorali folli, populiste e di carattere puramente promozionale.

L’importanza di costruire un’informazione superpartes e di dare a tutti la possibilità di contribuire alla costruzione della felicità collettiva, dell’armonia sociale, attraverso la partecipazione attiva e l’uso della ragione, della coscienza e della buona fede, dovrebbero essere fondamentali in una società moderna dove l’avvento del relativismo - che non è necessariamente il demone dipinto dalla Chiesa Cattolica - ha reso oramai impossibile un’unitarietà del pensiero che non scivoli nel totalitarismo. Sento spesso citare l’art.3 con un’immensa lacuna: tutti ripetono sempre che LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, dimenticandosi delle parole realmente scritte dalla Costituente:

TUTTI I CITTADINI HANNO PARI DIGNITA’ SOCIALE e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ quindi lecito considerare incostituzionali certi provvedimenti governativi che non tengono conto dei problemi di quella parte non sufficientemente rappresentata in sede Parlamentare, visto che il comma 2 dell’art. 3 sancisce anche l’obbligatorietà della difesa del pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione DI TUTTI I LAVORATORI all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Se poi ci appelliamo al buonsenso, uno stato che tutela le minoranze LINGUISTICHE (art. 6) non può non tutelare le minoranze sociali stesse.

Per dirla come Beppe Grillo, che non apprezzo se non per la schiettezza con la quale provoca ed accusa, IL GOVERNO NON HA OBBLIGHI CON I PROPRI ELETTORI, BENSI’ CON TUTTO IL POPOLO ITALIANO. VIENE PROFUMATAMENTE PAGATO PER QUESTO.

E’ probabilmente giunta l’ora di interrogarsi non sui poteri dell’esecutivo e del Parlamento, ma se essi sono veramente rappresentativi del popolo italiano: i governi fatti su base politica ci hanno portato Ingegneri al Ministero di Giustizia e sciacquette a quello delle pari opportunità. Forse i governi di unità nazionale dovrebbero diventare una regola, una sfida che dopo un periodo di transizione abitui la classe politica a collaborare in nome del popolo italiano e non dei PROPRI elettori. Così come al popolo italiano auspico un cambio di mentalità, alla classe politica che mi auguro presto sostituisca questa classe vecchia e demente che oggi ci ritroviamo auspico anzi imploro più pluralismo, meno paraocchi quando si tratta di pensare agli italiani ed a temi di urgenza mondiale quali ambiente, povertà, relazioni internazionali.

Mi auguro governi dove anche le opposizioni sono presenti.

Mi auguro una concertazione dove nessuno porta proposte blindate, ma la proposta si costruisce assieme.

Mi auguro un Parlamento che legge ciò che vota.

Mi auguro un elettorato che sa chi vota.

Mi auguro una società dove i corrotti sono consegnati alla giustizia, che punisce, e poi allo Stato che redime.

Mi auguro che noi giovani si parli meno della vittoria della Juve due ore fa, e più della sconfitta che, round dopo round, l’Italia sta subendo ininterrottamente ed anche un po’ inconsciamente, dal 1921 ad oggi.

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Ott 20 2008

Lega Nord: a tutela della Salute

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Politica

In questi giorni il ministro Maroni con tutta la sua squadra del carroccio ha presentato un emenadamento in Senato che mira a togliere il comma 5 del articolo 35 del Testo Unico sull’immigrazione.

Spiego per chi non lo sapesse cosa definisce questo comma: la cura gratuita nelle strutture pubbliche sanitarie alle persone immigrate anche se clandestine senza la comunicazione alla autorità di polizia.
Grazie a questo articolo un clandestino può recarsi al pronto soccorso per essere medicato o curato senza alcun costo (come per noi Italiani). I sanitari non hanno nessun obbligo di avvisare le autorità e non possono essere accusati di nessun reato (tipo favoreggiamento, ecc. ecc.).

La Lega per rispondere all’elettorato che ha come cavallo di battaglia la lotta contro l’immigrazione e la secessione ha deciso di togliere questo comma per evitare che le nostre aziende sanitari curino queste persone in quanto non iscritte al servizio sanitario nazionale.

La cosa è molto rischiosa, perchè se è vero che un servizio non deve essere fornito a chi non paga è anche vero che per i cittadini iscritti che pagano regolarmente le tasse non possono essere contagiati da malattie infettive per colpa di un clandestino che per paura o per mancanza di soldi non si è rivolto al pronto soccorso.

L’Italia che è ritenuta tra i paesi più prestigiosi al mondo in ambito economico (siamo membri ONU, G8..) deve, a mio avviso,  come segno di civiltà e di aiuto verso i più “poveri” dare la massima disponibilità e offrire le nostre risorse. Non credo che curare qualche clandestino porti alla rovina il nostro sistema sanitario.

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Ott 18 2008

Grazie di aver demolito anche l’Art. 33 della Costituzione

Pubblicato da Maicol Casarin nella categoria Politica

Cito a proposito dell’interessante art. di De Mitri del 3 ottobre sulle politiche assunte in ambito di istruzione, un’ altro pezzetto della Costituzione Italiana per completare il quadro d’insieme:

Art. 33:

[...]

[2] La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

[3] Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

[4] La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali [n.d.r. cosiddetto Principio di Parità].

[...]

Spesso quando leggo la Costituzione penso che mi stia prendendo in giro, a tal punto che forse ora la butterò nel cestino. In ogni caso è evidente che questi tagli continui alla scuola pubblica e il finanziamento degli istituti privati rientra nel quadro generale di privatizzazione dei servizi prima garantiti dallo stato. Un po’ come sta avvenendo per la sanità (Lombardia in testa), per le aziende statali come Telecom, Enel e gas alcuni anni fa, Poste Italiane, e così via. Si pensi che addirittura sono stati privatizzati i servizi di conservazione dei dati anagrafici della popolazione italiana (!!!).

La questione è che si sta volontariamente spingendo le persone a scegliere le scuole private attraverso un abbassamento della qualità del pubblico ed un minor onerosità del privato attraverso i finanziamenti statali. Tutto questo contro il principio costituzionale previsto dall’art. 33, che prevede la formazione di istituti privati, senza oneri per lo stato. Ciò è permesso dal fatto che i contributi alle scuole private citati come Contributi alla spesa, durante il periodo Moratti vennero rinominati in Partecipazione alla spesa per ottenere il via libera dalla Corte Costituzionale, in nome dell’allargato Principio di Parità in capo all’art. 33 co. 4 . Cambia la parola ma il vizio resta.

La privatizzazione, se fatta a modo, porta beneficio agli utenti. Ma farla a modo non è banale; allineare l’interesse della collettività all’interesse delle imprese che erogano il servizio è il punto critico.

Ok, liberalizziamo, per me va bene, ma almeno a 3 condizioni:

  • che si garantisca a tutti (anche a coloro con un reddito pari a zero) di potersi permettere un’istruzione adeguata minima (almeno fino a 16 anni), e di permettere il raggiungimento di un livello desiderato ulteriore qualora la persona lo desideri;

  • che si garantisca e si persegua la qualità non del servizio in sé, ma della preparazione dello studente, che dovrà uscire preparato e pronto al mondo del lavoro;

  • che il profitto delle imprese venga dal mercato e dalla qualità di raggiungimento dei due punti sopracitati, e non dal mero sostentamento indiscriminato delle stesse da parte dello Stato, come il caso dell’editoria ci insegna.

La privatizzazione e il mercato garantirebbero poi efficienza operativa e qualità del servizio offerto attraverso la competizione delle imprese. Ma se perseguissimo questa interpretazione del Principio di Parità ci avvicineremmo pericolosamente al modello statunitense, dove la competizione spetta alle famiglie e dove le banche finanziamo le carriere scolastiche dei figli, nella più totale disparità sociale.

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Ott 17 2008

Carfagna: il ministro perfetto

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Altra Politica, Politica

Volevo fare una riflessione sul disegno di legge “Misure contro la prostituzione” promosso dal nostro ministro Carfagna On. Mara.
Per il ministro la prostituzione è un fenomeno vergognoso che spesso è scenario di schiavitù.  Sempre per il nostro ministro questo decreto dovrà essere un modo per togliere risorse al mercato della prostituzione.
Come al solito i presupposti sono buoni, ma veniamo all’analisi del decreto.
Con questo decreto è stato aggiunto il reato di prostituzione in strada e luogo aperto al pubblico, dimenticando il fatto che non è facile dimostrare questa cosa. Inoltre  è stato pensato di punire sia la prostituta che il cliente con sanzioni amministrative e carcere.
Per le sanzioni amministrative sono previste ammende da 200 Euro fino a 3000 Euro, mentre per quanto riguarda il carcere sono previsti da 5 a 15 giorni di galera.
Ragionando visto che una persona in Italia va in carcere solo se ha 3 anni di pena da scontare, dovrebbe essere catturato 73 volte e prendere il massimo della pena ogni volta. Questo dimostra che anche questo decreto non metterà in carcere nessuno anche perchè non è facile dimostrare il reato.
Una cosa comunque va detta a favore del Ministro e di questo decreto: ora nelle città c’è un po’ più di decoro visto che le ragazze della strada si mettono alla fermata del tram un po’ più vestite di prima.
Non so bene quali erano le intenzioni del Ministro, se camuffare il fenomeno o dimostrare che anche lei è capace di fare qualcosa.
Lascio a Voi lo spazio per commentare ricordando che a carico del nostro ministro c’è un’intercettazione mai pubblicata in Italia che vede protagonista Mara Carfagna e il pres. Berlusconi Silvio dove fanno riferimento a rapporti di sesso orale. L’intercettazione è sorta  in una non precisata indagine napoletana contro la corruzione. La prostituzione è un arte millenaria, non credo che questo decreto regolarizzi o fermi il fenomeno, come tutte le cose all’italiana lo abbiamo solo spostato da un’altra parte.

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Ott 14 2008

NESSI E CONNESSI DI FORMALITA’ DIPLOMATICHE

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica, Politica

Soltanto poche righe per sottoporre all’attenzione di tutti

foto tratta dal sito www.informazione.it

(foto tratta dal sito www.informazione.it)

l’intreccio di due accadimenti che ritengo importante sottolineare. Il presidente del Consiglio dei ministri del Governo italiano, vale a dire il Cavaliere On. Silvio Berlusconi, come tutti ben sanno, proprio ieri si trovava in visita dall’”amico” George W. Bush.

Accolto con gli onori che si riservano ad un capo di Stato, forse commosso dallo sparo del cannone caricato a salve, Berlusconi non si trattiene e dice: «sono convinto che la Storia giudicherà G. W. Bush come un grandissimo presidente degli Stati Uniti d’America». Intanto, dall’altra parte del mondo il premio Nobel veniva assegnato a Paul Krugman: noto economista americano, nonché editorialista del New York Times.

Attraverso le pagine di questo giornale Krugman non si è mai fatto remore nel lanciare attacchi spesso pesanti alle scelte di politica economica ed estera dell’amministrazione Bush. Davanti agli impegni elettorali che nella scorsa campagna elettorale i repubblicani avanzarono, Krugman tacciò Bush di malafede e lo accusò di occultare l’interesse politico dietro promesse che tutti sapevano non essere realizzabili. Non solo, Krugman arrivò pure a metter in discussione l’esistenza delle tanto evocate “armi di distruzione di massa” e in anticipo di anni rispetto a quanto sarebbe successo con la crisi dei mutui ebbe piu’ volte a sottolineare, citando gli esempi dei fallimenti di WorldCom ed Enron, che un sistema di libero mercato non è in grado di funzionare correttamente senza gli adeguati controlli. Alla luce di tali referenze credo sia inutile dire quanto la scelta del comitato per il Nobel non sia stata scelta neutrale.

Ora, messe da parte le frasi di rito e le formalità, quelle di Berlusconi sono parole che spiazzano per la loro estemporaneità e dimostrano una affinità che va oltre le convenienze politiche. La crisi dei mercati finanziari che il mondo intero sta oggi attraversando è il chiaro segnale che un intero sistema economico si sta sgretolando. E se ci sono responsabilità, queste non possono che essere imputate prima di tutto all’amministrazione americana che si è preoccupata di fare guerre a mezzo mondo, per “esportare” quella democrazia che nella sua patria veniva avvelenata dalla speculazione finanziaria. Certo la guerra genera ricchezza, ma qualcosa dei progetti repubblicani è andato storto provocando ciò che è ora sotto gli occhi di tutti.

Oggi la crisi del sistema americano è una concreta realtà e pure noi siamo costretti a pagarne i costi. Occorre però fare attenzione, non facendosi abbindolare de scenari catastrofici: ad essere finito non è l’Occidente. Ad essere agonizzante, è quell’ideologia “neoconservatrice” che prima dell’Iraq veniva agghindata con svolazzi tardo illuministici di stampo napoleonico, quasi ci fosse un unico modello di democrazia da esportare anche con la forza.

Ma ciò che più conta è che alla base di questa ideologia c’era la convinzione, oggi sconfessata, che il mercato e solo il mercato potesse risolvere qualsiasi male. La crisi della deriva neoliberista americana ci deve insegnare due cose. La prima: che vi sono capitalismi e capitalismi; e quello fondato sull’economia finanziaria è una trappola da cui se ne esce sconfitti se non si possiede la copertura di un economia reale basata sul lavoro. La seconda è che oggigiorno occorre riaffermare il primato della politica sull’economia; ciò significa che se i nostri politici, pur accentando i dettami dell’occidente, non sanno o non vogliono distinguere tra capitalismi di diversa matrice, beh lo scenario che si presenta sarà ancora per molti anni di “lacrime e sangue”

consigli di lettura: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=19428

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