Dic 25 2008
Appunti sull’ATTUALITA’ del pensiero di MARX
Nella celebre Prefazione a Per la critica dell’economia politica Karl Marx dava brevemente conto della sua elaborazione intellettuale svolta a partire dal momento in cui appena ventiquattrenne s’era permesso di criticare la filosofia del diritto di Hegel. Nella Prefazione Marx abbozzò il risultato generale fino ad allora ottenuto – «filo conduttore» degli studi a venire – nei termini seguenti: «nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato ordine di sviluppo delle forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura economica giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza». Prima di procedere nella lettura, occorre fissare bene l’attenzione su ciò che il filosofo ci ha detto in queste poche righe poiché è su questa intuizione che si fonda l’intera struttura del pensiero marxista. La vita di noi tutti sarebbe regolata da rapporti economici, di scambio, che sono e rimangono indipendenti dalla nostra volontà. È su questi rapporti, su questa struttura economica che si eleva («in generale») una sovrastruttura – che potremmo dire “istituzionale” – avente lo scopo di gestire, garantendone lo status quo, l’esistenza della prima. Marx ci sta dicendo in buona sostanza che ancor prima che la borghesia fondi il parlamento è il parlamento ad essere istituito per consolidare il potere della borghesia che lo ha concepito. Non solo: poiché l’uomo non è estraneo a quel contesto sociale dove egli è inserito – e che rimane regolato da determinati rapporti di produzione – è sulla base di quel contesto che egli si identifica e percepisce sé stesso. Tale riconoscimento avviene e non può che avvenire in funzione del corpo sociale che lo circonda: dunque se l’uomo del Medioevo appartiene al feudo ed è ivi inserito in una scala gerarchica che rispecchia determinati vincoli economici, quello della Rivoluzione Francese diviene socialmente “libero” allorquando si và consolidando, all’interno della struttura, la legge del mercato e l’estirpazione di ogni vincolo feudale. Quello di Marx è un ribaltamento di campo visivo che gli viene ispirato direttamente dalla lettura antropocentrica di Feuerbach il quale ci insegna che non è Dio che inventa l’uomo ma è l’uomo che inventa Dio: per giustificare sé stesso direbbe Feuerbach, per consolidare una determinata struttura di potere, direbbe Marx. Ma se quella di Feuerbach è come detto una visione antropocentrica che tenta di spiegare la storia a PARTIRE DALL’UOMO, come è possibile che Marx arrivi a concepire una sistema filosofico dove l’azione del singolo appare così marginale? Qui nasce il problema vero e proprio. Ancor prima di concepire la società in classi, ricalcando in senso contrario la dialettica hegeliana tesi-antitesi Marx ci dice che «nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà» salvo poi scrivere – e passiamo qui alla lettura prima interrotta – che «a un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l’equivalente giuridico di tale espressione) dentro dei quali esse forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze di produzione, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambio della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura». Il sorgere di contraddizioni all’interno dell’ordine sociale è la causa che spinge a sovvertire quell’ordine per costituirne uno più incline a risolvere le cause delle contraddizioni stesse. Secondo Marx è la «materia» la forza motrice della storia, ma questa materia non è completamente disumanizzata; tanto è vero che la rivoluzione è «sociale» o non è. Se le catene in cui è costretto l’uomo vanno forgiandosi a partire proprio da quei rapporti di produzione che originariamente costituivano forme di sviluppo e di libertà, tali rapporti finiscono progressivamente per imbrigliare coloro che li avevano generati. In questo moto ciclico che Marx percepiva come “progresso” è impossibile non riconoscere quanto l’atto di rottura che libera l’uomo dando il via all’«epoca di rivoluzione sociale» sia atto eminentemente umano. Un atto dunque che prima di tutto deve essere di tipo “conoscitivo”, che permetta quindi all’uomo di riconoscere le catene per poterle così successivamente distruggere. Infatti, coerentemente Marx considerava un’astrazione irreale attribuire alla conoscenza un significato di contemplazione passiva; credeva piuttosto che il processo che veramente ha luogo fosse un processo volto ad AFFRONTARE LE COSE. «Il problema se la verità obiettiva appartenga al pensiero umano non è un problema di teoria, ma di pratica. La disputa sulla realtà o meno di un pensiero che è fuori dalla pratica è una questione puramente scolastica […]. I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi, ma il loro vero compito è di cambiarlo» (Undici tesi su Feuerbach, 1845).
Quanto di questa teoria può dirsi oggi attuale? Chi scrive non è studente di filosofia se non per diletto personale ma sa – o crede di sapere – che per quanto i filosofi abbiano ricercato la «verità» tutti siano poi ricaduti in una visione parziale e storicizzata della stessa, Marx compreso. Tuttavia Marx, a differenza di altri, ha voluto trasformare questa intrinseca e soggettiva parzialità nello sprono per cambiare oggettivamente le cose. Per questo più che filosofo a me pare essere un politico, ed è questa un’impressione che trova conferma se si considerano i fattori – la misera condizione operaia delle fabbriche dell’Inghilterra ottocentesca – che ispirarono la sua costruzione filosofica. Marx è indiscutibilmente il filosofo della prassi: prima di lui solo il Cristianesimo era riuscito ad influenzare così profondamente la storia dell’uomo occidentale. E del Cristianesimo, guarda caso, ricalca il modello escatologico di liberazione: quella visione salvifica dell’esistenza sulla quale si fonda il successo stesso di ambo le teorie, nonché la loro reciproca ostilità. Il Marxismo come il Cristianesimo seguendo vie diverse hanno tentato di liberare l’uomo da sé stesso ma entrambe hanno rimandato questa liberazione ad un momento futuro. È qui che sta la pecca del marxismo, perché se il Cristianesimo rimanda la “libertà” ad un mondo che è ultraterreno e dunque indimostrabile, il marxismo ha preteso di rendere l’uomo un dio vivente, promettendo un riscatto e una liberazione terrena. Prima di scovare possibili analogie col presente occorre procedere con alcune puntualizzazioni. Come noto Marx trasse ispirazione della sua esperienza di uomo calato in quella rivoluzione industriale che trasformava il lavoro di molti sfruttati nel guadagno di pochi. Ma paradossalmente nella sua forma realizzata il marxismo prese piede proprio laddove Marx aveva esplicitamente escluso si potesse realizzare ovvero nella Russia zarista, una società dove sì era forte il desiderio di riscatto ma la cui immaturità avrebbe al tempo stesso finito per riprodurre difetti speculari alla società che si andava disgregando. Il positivismo di Marx traslato in una società inadatta al suo recepimento dette adito alle empietà che ben conosciamo. Come Marx sbagliò nel credere di poter eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo semplicemente capovolgendo il sistema di comando, così il comunismo storicamente realizzato ripropose, esasperandole, le sue aporie filosofiche privilegiando, fin da subito, quella visione fideistica della politica alla critica costante della struttura economica. Ma è proprio quest’ultima la parte più valida della dottrina ed è quella che per un motivo e per l’altro si è via via abbandonata. Dunque, se vogliamo approcciarci ora all’opera di questo filosofo, dovremmo fare un’opera di doppia epurazione: la prima di natura esterna, separando il pensiero di Marx da quella che storicamente gli viene attribuita come sua naturale filiazione (l’esperienza comunista). La seconda internamente alla teoria stessa: separando il Marx profeta dal Marx scienziato così da poter “gettare” il primo – una volta contestualizzato – e adoperare il secondo. È questa un’operazione di difficoltà immane, ma è l’unica che ci permetterà di comprendere il presente e COMBATTERE IL MODERNO NICHILISMO. Sbagliano coloro che oggigiorno credono che non ci sia più nulla da fare: costoro hanno chiuso gli occhi davanti alle catene che li tengono prigionieri e che oggi più di ieri sono divenute di natura mentale ancor prima che materiale. Se la catena si è allungata, se il recinto è stato allargato ciò non significa libertà acquisita; significa solamente che un giorno, all’occorrenza, la catena potrà essere ritratta: e quel giorno pare si stia avvicinando. Marx più di ogni altro ci insegna invece che teoria e pratica sono strettamente connesse. Dunque prima di rivendicare l’azione politica occorre come si diceva poc’anzi “comprendere” le cose, andare dentro la materia, decifrare i codici dell’esistente, studiare il mutare dei rapporti di produzione (si pensi, tanto per fare un esempio di tipo metodologico, a come opera Report nelle sue inchieste e al successo che ne trae). Ma per veder la realtà bisogna anteporre la FATICA DEL CONCETTO alla facilità del discorso che fa a meno del pensiero. Rinunciare a questo vuol dire soccombere alla neodittatura mediatica, vuol dire sottomettere i nostri desideri parziali, le nostre idee di riscatto sociale ad un feticcio esposto alla stregua di «pratica universale borghese della vita». Rileggere Marx può servire proprio a questo: a comprendere come opera e si evolve la struttura economica che, nonostante tutto, continua ancor oggi a rispondere alle stesse logiche di accumulazione da Marx studiate. Può servire a farci ben comprendere che la crisi finanziaria che stiamo attraversando altro non è che una crisi ciclica di sovrapproduzione (di denaro, vedi mutui) che Marx concepiva come momento intrinseco alla dinamiche dello sviluppo capitalistico. Rileggere Marx può servire a convincerci del fatto che i politici che ora ci rappresentano sono, e non possono non essere che questi poiché ricalcati sulla legge economica che le moderne concentrazioni economiche dettano. Scrive Marx: «una formazione sociale non perisce finché non si sono sviluppate le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione». Che significa? Significa che per quanto sia eticamente corretto e moralmente giusto rivendicare l’uso di energie non inquinanti, il petrolio continuerà a farla da padrone finché non sarà completamente esaurito. A meno che non intervenga una forza esterna che Marx indicava come la classe dei produttori, sinonimo di progresso, e che io invece ritengo ora ancor da concettualizzare… In sostanza, il bello del marxismo è che le sue categorie esistono e funzionano indipendentemente da Marx stesso. Sbagliano coloro che hanno voluto e vorrebbero tutt’ora usare il marxismo come metro di misura di tutte le cose. Il Capitale non è il libro dei sogni e Marx è un profeta troppo umano per essere attendibile. Pertanto, l’insegnamento primo che oggi rimane valido è che ad organizzazione bisogna contrapporre organizzazione, altrimenti si diviene soggetti passivi della storia. Chi rifiuta l’azione rifiuta il concetto ad essa congiunto, trovando comodo «non pote[r] andare oltre una nobile rassegnazione o un nobile sdegno» (Ivan Turgenev, Padri e figli).
