Archive for the 'Una finestra sul mondo' Category

Nov 11 2008

Testimonianza: La Scuola Cilena

Pubblicato da Monica Girotto nella categoria Una finestra sul mondo

Mi chiamo Monica ed ho 17 anni.
Attualmente sto vivendo in Cile in quanto partecipante ad un semestre di intercambio con l’associazione AFS (American Field Service).
Le cose qui sono piuttosto differenti da quelle a cui ero abituata in Italia, soprattutto per quanto riguarda il mondo della scuola.
Le scuole sono divise in pubbliche o private e maschili, femminili o miste.
Le migliori sono considerate quelle private, perchè hanno uno standard elevato rispetto a  quelle pubbliche in cui vanno tutti quelli che non possono reggere i costi delle private.
Tutti devono indossare l’uniforme, che varia da ‘colegio’ a ‘colegio’ per quanto riguarda gli istituti privati, mentre è uguale in tutto il Paese per i pubblici.
L’obbligo di andare a scuola è a partire dai 4 anni, passando per varie tappe:
·    Jardin (kinder y prekinder)
·    Basica (chica y grande)
·    Media
Fino ai 18 anni.
Tutti gli alunni si ritrovano nel medesimo edificio,  che è solo diviso in settori in base all’età.
In generale le lezioni iniziano alle 8 e le ore sono da 45 min.
L’orario d’uscita è variabile e il più delle volte si mangia a scuola per fermarsi anche il pomeriggio. E il sabato è giorno libero.
Quando sono arrivata io, per la metà di luglio, la mia scuola aveva appena chiuso per le vacanze d’inverno, che sono durate 15 giorni.
In questo periodo ho approfittato per prendermi la divisa: maglia, maglione, gonna, calzini e tuta per educazione fisica.
Le scarpe devono essere rigorosamente nere. Possono essere differenti solo quando ci si veste sportivo.
Il primo giorno di scuola, qundo sono arrivata in classe, il primo pensiero è stato quello che ero capitata in una scuola degli anni ’30: il pavimento in legno, la cattedra rialzata, i tavoli e le sedie di legno e non c’era nemmeno il riscaldamento.
Poi, siamo dovuti andare in palestra perchè la direttrice (una suora) doveva fare il suo discorso di inizio settimana.
Ad un certo punto tutti si sono messi a cantare l’inno cileno, seguito da quello della scuola, mentre io li guardoavo sbalordita perchè non ne sapevo nemmeno uno!
Adesso, tutti i lunedì ci dobbiamo trovare per gli annunci e una preghiera, e un giorno alla settimana si va alla cappella.
Il mio ‘curso’ è il 3º dell’insegnanza media, ovvero il penultimo.
Le materie sono praticamente le stesse che studiavo in Italia, anche se mi si è aggiunta biologia e arte è intesa come disegno e non storia dell’arte.
Non essendoci la distinzione tra scuola media inferiore e superiore, gli alunni hanno un orario strutturato con ore in comune e alcune di ‘electivo’ che sono dedicate al ramo a cui uno si indirizza. Le possibilità di scelta sono:
·    Humanista, con ‘lenguaje’, filosofia e storia,
·    Matematico, con matematica e fisica;
·    Biologo, con chimica, fisica e biologia.
A mio parere, le materie, pur essendo le stesse, non vengono approfondite come in Italia e vengono trattate molto più velocemente.
Di positivo c’è che si fanno molti lavori di gruppo e che si passa abbastanza tempo a fare ricerche.
Il lato negativo è che i prof scrivono tutto alla lavagna e cio’ che non scrivono lo dettano, così gli alunni non partecipano attivamente alle lezioni.
Per quanto mi riguarda, la scuola qui non è male, ma preferisco il mio liceo linguistico che mi dava una preparazione più solida ed una maggiore cultura generale!

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Nov 06 2008

Obama: Una rivoluzione culturale

Barack ObamaUna rivoluzione culturale è in atto con l’arrivo di Barrack Obama.

Il nuovo (prossimo) presidente degli Stati Uniti è nero, il nuovo (prossimo) presidente degli Stati Uniti ha “solo” 47 anni e nel suo programma un tassello fondamentale è la rinascita economica americana puntando nelle fonti energetiche rinnovabili.

Ecco le parole di Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club ed ex consulente del ministro per lo Sviluppo Economico Pierlugi Bersani : “Obama ritiene importante che gli Stati Uniti si impegnino nella lotta ai cambiamenti climatici e propone un rientro del paese nelle negoziazioni internazionali sul clima, senza attendere che Cina e India facciano altrettanto, evitando così una paralisi del processo decisionale”.

Il programma del candidato democratico non si discosta molto infatti dal pacchetto 20-20-20 elaborato da Bruxelles, ma è tarato sulla cifra 10: mettere fine entro 10 anni alla dipendenza dal petrolio, 10% di rinnovabili entro 4 anni, ridurre in 10 anni del 15% i consumi di elettricità. Per questo il successo di Obama rafforzerà inevitabilmente la determinazione europea ad andare avanti, rendendo ancora più debole e isolato il tentativo italiano di bloccare tutto. Qualche settimana fa, Berlusconi, attaccando la direttiva Ue, aveva sentenziato: “I maggiori produttori di C02, che sono Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione”.

Vero, ma solo nel senso che Washington ora intende fare ancora più di Bruxelles, riconquistando la leadership tecnologica della rivoluzione verde. Se a Roma si insiste nel denunciare i presunti costi delle politiche ambientali, la promessa elettorale di Obama è stata invece quella di creare nel giro di dieci anni 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita e di arrivare a un taglio delle emissioni di C02 dell’80% entro il 2050.

Tutto questo è una buona notizia e un cambiamento di rotta visto che noi Italiani facciamo scelte sembre in funzione degli Stati Uniti e ora che abbiamo lanciato il nucleare vediamo come andrà a finire. Purtroppo noi Itlaiani abbiamo una propensione a copiare sempre scelte molto “discutibili”.

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Ott 31 2008

Annaviva: Contro gli zar del gas

Pubblicato da Andrea Riscassi nella categoria Altra Politica, Una finestra sul mondo

Quando Garri Kasparov si è messo a parlare di Anna Politkovskaja e del suo modo di sfidare il regime, la sala della Casa della cultura è stata attraversata da un brivido. Nessuno ha potuto non pensare a cosa rischia l’ex campione del mondo di scacchi a sfidare il regime di Putin.
Annaviva ha realizzato un piccolo miracolo con il convegno “Contro gli zar del gas”.
Un’associazione con poche decine di iscritti, senza finanziamenti né santi in Paradiso, che riesce a mettere dietro lo stesso tavolo, il leader dell’opposizione russa, la figlia di Elena Bonner e due parlamentari italiani, uno dei quali al Parlamento europeo.
Questa è stata la serata organizzata minuziosamente da mesi e che ha visto 200 persone seguire per due ore e mezza gli interventi sulla dittatura strisciante che c’è a Mosca e sul silenzio dell’Europa su quel che accade.
Tatiana Yankelevich (figlia di Elena Bonner che a Boston guida la Fondazione Sakharov) ha ricordato le somiglianze anche di postura tra Putin e Mussolini. Un discorso che sarebbe piaciuto a chi è contro tutti i totalitarismi.
Pia Locatelli (eurodeputata e presidente dell’Internazionale socialista delle donne) ha parlato di Berlusconi e della sua amicizia con Putin. Matteo Mecacci (giovane deputato radicale) ha invece parlato delle connessione economiche tra l’Italia e la Russia, tra Gazprom e l’Eni.
Garri Kasparov infine ha spiazzato tutti dicendo che l’opposizione russa non ha bisogno del sostegno dei governi occidentali. Ma solo della gente. E alla casa della cultura ce n’era tanta.
Poi ha detto una frase molto significativa: “Sarkozy quando viene a Mosca, tratta per Renault e Total, la Merkel quando parla con Putin tratta per Deutsche Bank e Volkswagen, Berlusconi quando viene a Mosca tratta per Berlusconi”: Una frase talmente bella che la sala è esplosa in una risata prima che il Professor Piretto (docente di cultura russa che ha gentilmente fatto da interprete) potesse tradurre.
Annaviva prosegue la sua battaglia per la democrazia nell’Est Europa e per far sì che al più presto un albero venga dedicata ad Anna Politkovskaja nel Giardino dei Giusti. Un’iniziativa che ha il sostegno di Articolo 21.

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Ott 27 2008

“Benedetta la Storia, quando con i suoi passi da gigante travolge la maledetta quotidianità della cronaca”

Pubblicato da Matteo Cesaretto nella categoria Altra Politica, Una finestra sul mondo

Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Gli universitari? Lasciateli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provacotori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuochi alle macchine e mettano a ferro e fuocola città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulaze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in opsedale. Non arrestateli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiateli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani certo, ma le maestre ragazzine sì.

http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/JMS/JMSRA.pdf

Quasi difficile a credersi. Queste sono le parole che Francesco Cossiga, ex presidente della repubblica, attuale senatore a vita ha rilasciato a “Il Giorno”, “Il Resto Del Carlino” e “La nazione”! il minuscolo mi sembra d’obbligo, non è un errore.

Tali parole sono ovvie provocazioni. Se Cossiga vive in una sua realtà, noi conosciamo bene la gente che oggi sente il dovere di manifestare: i violenti stanno altrove. Resta il fatto che coloro che più si proclamano per Libertà e la Democrazia, non perdono occasione per ribadirlo.

A Padova le proteste continuano, e molti corsi si svolgeranno in strada come segno di protesta. Chi voleva andare a lezione non può quindi dirsi scontento. Tutti dovrebbero rendersi conto dell’importanza del momento che stiamo vivendo…in questo caso non ci sono schieramenti politici da difendere o pregiudizi da mantenere. C’è in ballo l’autonimia e l’indipendenza del seconda Ateneo più vecchio d’Italia. Mercoledì ci sarà una marcia (con anessi lumini da cimitero) in commemorazione dell’Università morente (17:30 Palazzo del Bo - Prato della Valle), cerchiamo di esserci: riappropiamoci della Storia.

Intanto, possiamo dire che una conquistata è già stata ottenuta… certo non tutto, ma un piccolo scorcio di verità sul passato recente è ora venuto alla luce, ed il merito è tutto di Cossiga.

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Ott 22 2008

China Education Expo 2008: l’assalto della Cina alla cultura straniera

Pubblicato da Vincenzo Moccia nella categoria Una finestra sul mondo

PECHINO – Nel prestigioso China Word Trade Centre di Pechino lo scorso weekend si sono concentrati migliaia di studenti cinesi arrivati da molte città del nord per partecipare al China Education Expo 2008. Questo grande evento che ha coinvolto centinaia di università di tutto il mondo ha rappresentato un occasione importantissima per i partecipanti: da un lato migliaia di giovani cinesi interessati ad estendere l’orizzonte delle loro conoscenze e disposti a viaggiare in qualsiasi parte del mondo, dall’altra centinaia di università disposte a vendere i propri pacchetti di cultura al fine di acquisire una fetta importante di questo enorme mercato. L’importanza del salone non si è limitata al solo incontro tra domanda e offerta di cultura, è andata oltre: il China Education Expo ha impersonificato il forte interesse che la nuova Cina dimostra nei confronti della cultura straniera.


Discorso incomprensibile all’epoca della Rivoluzione Culturale quando, con una “cortina di bambù”, la Repubblica popolare Cinese si chiuse al suo interno isolandosi, anche culturalmente, dal mondo. Oggi le cose vanno diversamente. La fabbrica del mondo, la padrona dei XXIX giochi olimpici, la  madre di un quinto degli abitanti di questo pianeta ha capito che per continuare la sua espansione non deve contare solo sui grandi numeri e sulle sole conoscenze produttive ma anche su quelle culturali. Solo attraverso tali conoscenze potrà migliorare le relazioni con gli altri Paesi, esportare la propria cultura e ridefinire gli spazi del proprio potere. Alla manifestazione ha partecipato anche l’Italia con l’Università Bocconi, il Politecnico di Torino, l’Università di Bologna, l’Università Stranieri di Perugia, La Sapienza, la Cattolica di Milano la Fondazione Unitalia e naturalmente l’Istituto Italiano di Cultura dell’Ambasciata. Un flusso di studenti cinesi ha letteralmente invaso i nostri stand  chiedendo in tantissimi di studiare in Italia. Questo trend positivo conferma il forte interesse che da sempre i cinesi mostrano verso la nostra cultura, in particolar modo verso le belle arti, la lingua e la storia.  Tale interesse deve portare ad  un analisi riflessiva sulle nostre effettive capacità di rispondere a una sempre maggiore richiesta di studio presso le università italiane da parte dei tanti studenti cinesi e in particolar modo sull’adeguatezza delle strutture al fine di garantire efficienza e professionalità. In breve è necessario tenere il passo rispetto alle richieste che giungono dall’altra parte del mondo, mostrarci competitivi con gli altri paesi che da anni offrono canali privilegiati agli studenti cinesi senza lasciarci sfuggire questa grande opportunità.

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Lug 15 2008

Riflessioni da Caracas

Pubblicato da Roberto Trevini Bellini nella categoria Una finestra sul mondo

Sono in Venezuela da più di due mesi, e vorrei provare a tracciare un breve ritratto del sistema mediatico di questo Paese, basato principalmente sulla mia percezione, ma anche sullo studio che sto conducendo per il tirocinio. Innanzi tutto vorrei sottolineare che questo è uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, con un’economia basata essenzialmente sull’esportazione di petrolio, e gestito da una ristretta élite politica, formata da due partiti (Acción democrática, socialdemocratico, e COPEI, democristiano) che si sono alternati al potere per quasi quaranta anni, con il favore del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Ciò ha costituito la condizione per il tipico fenomeno di stratificazione estrema del tessuto sociale, creando una enorme massa di poveri in cerca di fortuna ai margini della capitale (negli enormi “barrios”) e una piuttosto esigua classe di benestanti, i quali hanno perlopiù abbracciato i modelli culturali e di consumo nordamericani ed europei.

Con l’avvento al potere di Hugo Chavez le cose hanno cominciato lentamente a cambiare, ma non in modo radicale come potrebbe apparire da fuori. Il paese ha scelto di intraprendere un cammino differente, basato su valori diversi, essenzialmente risalenti ad un socialismo “aggiornato” e ad un nazionalismo d’ispirazione bolivariana.

Questo ha modificato alcune delle dinamiche fondamentali del sistema economico, in particolare lo sfruttamento della risorsa petrolifera e l’uso dei proventi di tale attività. La compagnia di Stato PDVSA è diventata il “motore della rivoluzione”, attuando uno stretto controllo sullo sfruttamento dei giacimenti, sulla vendita del crudo, e soprattutto ridistribuendo gran parte delle ingenti somme di capitale ricavate attraverso progetti di sviluppo sociale, sanitario e educativo.

Questi sviluppi hanno ovviamente irritato la classe media e medio alta venezuelana, che si è vista sottrarre il controllo economico delle risorse più importanti e del potere politico esclusivo. Legata a questo settore della popolazione è sempre stata gran parte della stampa quotidiana e del sistema televisivo nazionale. L’opinione pubblica “rappresentata” dai media privati (i più diffusi e influenti) ha sviluppato negli anni un fervore antichavista ben marcato, producendo attacchi virulenti contro ogni attività del governo, spesso senza dare nemmeno delle informazioni precise, ma piuttosto trasformando i servizi di informazione in propaganda.

D’altro canto, il governo ha inteso difendere se stesso e la “rivoluzione bolivariana” da questi attacchi, creando una rete di mezzi di comunicazione statali, ben legata alle strutture ministeriali e presidenziali, che a sua volta più che rappresentare un servizio pubblico si comporta come rete di propaganda governativa e di diffusione ideologica del discorso chavista (si veda il famoso programma domenicale “àlo presidente”, trasmesso dal canale statale VTV, tipico esempio di populismo e megalomania presidenziale).

L’impressione è quindi che i mezzi di comunicazione e informazione di massa in Venezuela siano diventati, piuttosto che degli osservatori critici ed indipendenti della realtà politica, sociale ed economica, dei veri e propri attori politici, attivi in prima linea nelle battaglie e nelle contese che infiammano il paese. Complice anche l’inconsistenza delle strutture partitiche tradizionali, che si sono dissolte in una opposizione senza direzione politica (a parte quella esercitata dalle strutture di infiltrazione propagandistica statunitense, come la NED) e in un Partito Socialista Unito (PSUV), che non è altro che la struttura di sostegno a Chavez e al suo progetto, senza un effettivo radicamento nelle realtà locali.

Non mi azzardo a fare paragoni con l’Italia, anche se la tentazione ce l’ho, perché mi sembrerebbe forzato e forse anche un po’ pedante, visto il palese stato di indecenza in cui langue il sistema mediatico italiano e il basso livello raggiunto dalla cultura politica del nostro amato Bel Paese…

Lascio al lettore il piacere di riflettere su questi temi, e mi rendo disponibile per eventuali richieste d’approfondimento, riservandomi il diritto di esprimere qualche parere più personale.

Caracas, 15/07/2008

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Giu 30 2008

Parlano di Noi.. male

Pubblicato da Diego Novo nella categoria Politica, Una finestra sul mondo

Il Financial Times del 26.06.08

Oh no, non ancora.
Ancora una volta il focus di Berlusconi è sé stesso e non gli italiani.
Silvio Berlusconi è in carica in Italia da 50 giorni. Guardare il suo nuovo governo in azione è un po’ come mettersi a sedere per guardare un cattivo vecchio film ancora una volta. Quando il leader di Forza Italia governò l’Italia dal 2001 al 2006, spese troppo tempo a legiferare per proteggere sé stesso dai procedimenti giudiziari e troppo poco per riformare l’economia italiana. E’ presto per dare giudizi definitivi, naturalmente. Ma l’ultima prova di governo di Berlusconi assomiglia già a un altro film dell’orrore.
Ancora una volta, il settantunenne primo ministro sta spendendo molta della sua energia politica per fare leggi che lo proteggano dai pubblici ministeri italiani. Vuole fare approvare una legge che sospenderebbe per un anno molti processi per i quali è prevista una condanna inferiore ai 10 anni. Se la legge sarà approvata verrà affondato il processo previsto per l’inizio del mese prossimo nel quale Berlusconi è accusato di aver pagato 600.000 dollari al suo avvocato inglese, David Mills. L’opposizione ha soprannominato la legge: “salva premier”.
Berlusconi non si ferma qui.
Sta anche cercando di introdurre una legge che garantirebbe l’immunità dai processi alle principali cariche dello Stato, inclusa la sua. Una tale legge sarebbe impensabile nella maggior parte degli Stati occidentali ed è stata giudicata incostituzionale dalla Corte costituzionale quando Berlusconi cercò di introdurla nel 2004. Ora che è ritornato, Berlusconi ci prova un’altra volta.
Tutto questo sarebbe di modesto interesse se Berlusconi spendesse la stessa quantità di energia per riformare la declinante economia italiana. Ma anche qui le paure stanno crescendo. L’ultima volta che ebbe il potere, uno de peggiori errori di Berlusconi fu di lasciare fuori controllo il deficit italiano e la spirale dei debiti. Ci si interroga se stiamo per rivedere la stessa situazione.
Il governo Berlusconi ha introdotto una previsione finanziaria con una crescita del deficit pubblico dall’1,9% del prodotto interno lordo del 2007 al 2,5% del 2008. La crescita può essere giustificata dalla bassa crescita economica; ma non si sono ancora segnali che questo governo stia mantenendo una stretta presa sulla spesa pubblica.
Per la salute dell’Italia, le cose devono migliorare da qui. Il Paese ha una delle crescite più basse nell’area dell’euro. C’è bisogno di un governo serio e responsabile per invertire il processo economico. Ieri Berlusconi ha detto che i pubblici ministeri italiani lo hanno costretto a un “Calvario” senza fine. Ma l’unico “Calvario” sofferto in questa storia è quello sopportato dall’Italia, che ha bisogno di una drammatica inversione di tendenza delle sue fortune politiche ed economiche.”

Riporto anche l’immagine della scansione dell’articolo.

Financial Times

Si preoccupano loro di Noi e noi niente, gli italiani lo rivotano.. come è possibile..

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Feb 01 2008

QUESTA E’ AFRICA

Mi é stato regalato da una cara persona un libro su cui mi accingo ora a scrivere una breve riflessione.
Si tratta di “ABC Africa. Guida pratica per un genocidio (con la gentile complicità della comunità internazionale)”, edito da Becco Giallo Ed., 2007.

abc_africa.jpg

Il libro si presenta sullo stile di una graphic novel, anche se con un tocco di originalità poiché, attraverso ironia viene raccontato il genocidio che ha investito il Ruanda ed i paesi circostanti nel 1994.
Da amante di questo genere letterario mi permetto di dire che questo libro riesce a raccontare una tragedia dell’umanità in modo particolarmente ironico, pur lasciando toccare con mani nude la sofferenza che ha colpito queste terre e le persone che vi vivono.

Non condivido la scelta di colpevolizzare la comunità internazionale nel suo complesso, ma sono d’accordo nel dire che gli uomini che potevano fare qualcosa non l’hanno fatto. Spesso dimentichiamo che i vertici degli Stati, le Nazioni Unite, le ONG, non sono altro che un gruppo di persone, singoli individui che hanno il potere di agire. Spetta a queste persone valutare i pro ed i contro, raccogliere il coraggio e prendere una decisione. Se sbagliano sono loro da indicare con l’indice, non l’organizzazione di cui fanno parte.

Il libro si conclude con delle interviste a due giovani scappati dal Ruanda, che si sono reinventati una vita in Kenya, a Nairobi. Queste persone parlano del Kenya come di un’isola felice dove lo scontro etnico é qualcosa che appartiene al loro passato in Ruanda.
La frase mi ha colpito in modo particolare per il semplice motivo che da ormai un mese assistiamo al delirio universale in Kenya, un caos scoppiato per motivi elettorali, ma alimentato su base etnica.

Io questo non lo posso capire. Com’é possibile che nessuno impari mai dalla Storia?

Mi viene in mente la Nigeria, dove generali golpisti vengono eletti democraticamente anni dopo. Come se le persone si aspettassero che dei dittatori, per il semplice fatto che si presentino vestiti da civili siano diventati degli amanti della democrazia.

Sembra che la “memoria corta” sia una caratteristica che unisce nelle loro diversità i paesi africani o per lo meno questo é quello che comprendo io con occhi non certo da esperto, ma desiderosi di vedere, comprendere.

Consiglio la lettura di “ABC Africa” a tutti, é un piccolo sassolino da aggiungere al nostro castello del sapere.
Grazie S.
Marco

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Gen 08 2008

STATI UNITI: PRIMARIE E DEMOCRAZIA

Pubblicato da Marco De Mitri nella categoria Una finestra sul mondo

 

Inauguro la mia opera come “autore” di questo sito con un contributo che vuole tentare di porre un po’ di chiarezza sulle elezioni presidenziali statunitensi e sulle primarie che in questo mese sono iniziate.

Comincio col dire che le elezioni per il 44mo presidente degli Stati Uniti d’America si terranno il 4 Novembre 2008 e che George W. Bush resterà in carica fino al 20 Gennaio 2009. Nonostante manchi ancora molto alle elezioni, è cominciata il 3 Gennaio la gara per vedere chi sarà a succedergli come comandante in capo degli Stati Uniti d’America.

Le primarie sono un meccanismo leggermente più complicato rispetto a quello che possiamo pensare e si basano su un’elezione indiretta e non diretta. In ogni Stato, gli elettori sono chiamati ad indicare dei delegati i quali appoggiano un determinato candidato, o attraverso un’elezione diretta o attraverso una sorta di assemblea elettiva (caucase); i delegati si recheranno poi ad Agosto e Settembre 2008 alle convention dei partiti ad eleggere il candidato del Partito Repubblicano e quello del Partito Democratico. Il numero dei delegati varia in base al numero degli abitanti e alla grandezza di ogni Stato.

“Non sarebbe stato più semplice votare direttamente per un candidato o un altro e sommare poi tutti i voti ottenuti nei diversi Stati?”

La risposta è certamente si, ma la più grande democrazia di tutti i tempi (così vengono considerati gli Stati Uniti dai paesi occidentali) ha un altrettanto curioso modo per eleggere il loro Presidente una volta designati i candidati dei due partiti.

L’Art.II della Costituzione degli Stati Uniti d’America prevede che ogni Stato designi dei grandi elettori, che a loro volta esprimeranno il loro candidato di favore alla presidenza. La motivazione sta nel fatto che i padri fondatori non ritenevano i “cittadini comuni” intellettualmente degni e preparati per compiere un gesto così importante come l’elezione del loro Presidente ed ecco che si escogitò il meccannismo delle elezioni indirette per filtrare “l’ignoranza” delle masse.

Questa particolare sistema elettorale permette che a volte si verifichino delle storture, situazioni in cui il candidato che ha ottenuto la maggioranza dei voti popolari perda le elezioni perchè ha ottenuto un inferior numero di grandi elettori (538 in totale).

Le attuali primarie si presentano con un segno distintivo nella storia del paese, poichè sono le prime elezioni dal 1928 in cui il Presidente o il vice Presidente in carica non corrono per ottenere la nomination del proprio partito. La scelta dell’attuale amministrazione è indicativa su quello che si presuppone sia il giudizio degli elettori circa il loro operato.

I principali candidati per la nomination dei Democratici sono 3:

  • Hilary Clinton, senatrice e ovviamente ex First Lady
  • John Edwards, candidato alla vice presidenza al fianco di John Kerry nel 2004
  • Barack Obama, senatore dell’Illinois (i mezzi di comunicazione americani non mancano mai di precisare che Obama è di colore nero: come se, tutto d’un tratto, l’essere nero fosse divenuta un’indispensabile qualità politica per governare).

I canditati Repubblicani sono i seguenti:

  • Rudy Giuliani, ex sindaco di New York
  • Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas
  • John McCain, senatore dell’Arizona
  • Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts.

E’ presto per poter azzardare chi saranno i candidati alle presidenziali del 2008, visto che le primarie sono appena iniziate. Mentre in casa dei Conservatori tutti i contendenti sembrano alla pari, tra i Democratici sembra spiccare Obama, la situazione però potrebbe ancora essere capovolta da un solo grande Stato.

Al momento i sondaggi rivelano che il partito con maggiori possibilità di esprimere il futuro Presidente è quello Democratico: proiezione del malcontento generato dall’amministrazione Bush. Tuttavai non possono escludersi capovolgimenti di fronte dovuti all’intervento di un terzo candidato indipendente che sottragga voti ad uno dei due partiti, creando un vantaggio per l’altro.

Non mi resta che concludere con la frase che tutti i politici americani amano dire, sperando che voi lettori la prendiate con l’opportuna ironia e vi chiediate: “perchè mai Dio dovrebbe benedire soltanto l’America?”

“Good Bless America!”

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