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	<description>Il cittadino diviene suddito quando si disinteressa dello Stato</description>
	<pubDate>Thu, 25 Dec 2008 14:23:01 +0000</pubDate>
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		<title>Appunti sull&#8217;ATTUALITA&#8217; del pensiero di MARX</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Dec 2008 14:23:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Cesaretto</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>

		<category><![CDATA[Politica]]></category>

		<category><![CDATA[Marx]]></category>

		<category><![CDATA[materialismo strorico]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella celebre Prefazione a Per la critica dell’economia politica Karl Marx dava brevemente conto della sua elaborazione intellettuale svolta a partire dal momento in cui appena ventiquattrenne s’era permesso di criticare la filosofia del diritto di Hegel.  Nella Prefazione Marx abbozzò il risultato generale fino ad allora ottenuto – «filo conduttore» degli studi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella celebre <em>Prefazione a Per la critica dell’economia politica</em> Karl Marx dava brevemente conto della sua elaborazione intellettuale svolta a partire dal momento in cui appena ventiquattrenne s’era permesso di criticare la filosofia del diritto di Hegel.  Nella Prefazione Marx abbozzò il risultato generale fino ad allora ottenuto – «filo conduttore» degli studi a venire – nei termini seguenti: «<em>nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato ordine di sviluppo delle forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura economica giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza</em>».  Prima di procedere nella lettura, occorre fissare bene l’attenzione su ciò che il filosofo ci ha detto in queste poche righe poiché è su questa intuizione che si fonda l’intera struttura del pensiero marxista. La vita di noi tutti sarebbe regolata da rapporti economici, di scambio, che sono e rimangono indipendenti dalla nostra volontà. È su questi rapporti, su questa struttura economica che si eleva («<em>in generale</em>») una sovrastruttura – che potremmo dire “istituzionale” – avente lo scopo di gestire, garantendone lo <em>status quo</em>, l’esistenza della prima. Marx ci sta dicendo in buona sostanza che ancor prima che la borghesia fondi il parlamento è il parlamento ad essere istituito per consolidare il potere della borghesia che lo ha concepito. Non solo: poiché l’uomo non è estraneo a quel contesto sociale dove egli è inserito – e che rimane regolato da determinati rapporti di produzione – è sulla base di quel contesto che egli si identifica e percepisce sé stesso. Tale riconoscimento avviene e non può che avvenire in funzione del corpo sociale che lo circonda: dunque se l’uomo del Medioevo appartiene al feudo ed è ivi inserito in una scala gerarchica che rispecchia determinati vincoli economici, quello della Rivoluzione Francese diviene socialmente “libero” allorquando si và consolidando, all’interno della struttura, la legge del mercato e l’estirpazione di ogni vincolo feudale.      Quello di Marx è un ribaltamento di campo visivo che gli viene ispirato direttamente dalla lettura antropocentrica di Feuerbach il quale ci insegna che non è Dio che inventa l’uomo ma è l’uomo che inventa Dio: per giustificare sé stesso direbbe Feuerbach, per consolidare una determinata struttura di potere, direbbe Marx. Ma se quella di Feuerbach è come detto una visione antropocentrica che tenta di spiegare la storia a PARTIRE DALL’UOMO, come è possibile che Marx arrivi a concepire una sistema filosofico dove l’azione del singolo appare così marginale?  Qui nasce il problema vero e proprio. Ancor prima di concepire la società in classi, ricalcando in senso contrario la dialettica hegeliana tesi-antitesi Marx ci dice che «<em>nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volon</em>tà» salvo poi scrivere – e passiamo qui alla lettura prima interrotta – che «<em>a un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l’equivalente giuridico di tale espressione) dentro dei quali esse forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze di produzione, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambio della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura»</em>.  Il sorgere di contraddizioni all’interno dell’ordine sociale è la causa che spinge a sovvertire quell’ordine per costituirne uno più incline a risolvere le cause delle contraddizioni stesse. Secondo Marx è la «materia» la forza motrice della storia, ma questa materia non è completamente disumanizzata; tanto è vero che la rivoluzione è «sociale» o non è. Se le catene in cui è costretto l’uomo vanno forgiandosi a partire proprio da quei rapporti di produzione che originariamente costituivano forme di sviluppo e di libertà, tali rapporti finiscono progressivamente per imbrigliare coloro che li avevano generati. In questo moto ciclico che Marx percepiva come “progresso” è impossibile non riconoscere quanto l’atto di rottura che libera l’uomo dando il via all’«epoca di rivoluzione sociale» sia atto eminentemente umano. Un atto dunque che prima di tutto deve essere di tipo “conoscitivo”, che permetta quindi all’uomo di riconoscere le catene per poterle così successivamente distruggere. Infatti, coerentemente Marx considerava un’astrazione irreale attribuire alla conoscenza un significato di contemplazione passiva; credeva piuttosto che il processo che veramente ha luogo fosse un processo volto ad AFFRONTARE LE COSE. «<em>Il problema se la verità obiettiva appartenga al pensiero umano non è un problema di teoria, ma di pratica. La disputa sulla realtà o meno di un pensiero che è fuori dalla pratica è una questione puramente scolastica […]. I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi, ma il loro vero compito è di cambiarlo</em>» (<em>Undici tesi su Feuerbach</em>, 1845).</p>
<p>Quanto di questa teoria può dirsi oggi attuale? Chi scrive non è studente di filosofia se non per diletto personale ma sa – o crede di sapere – che per quanto i filosofi abbiano ricercato la «verità» tutti siano poi ricaduti in una visione parziale e storicizzata della stessa, Marx compreso. Tuttavia Marx, a differenza di altri, ha voluto trasformare questa intrinseca e soggettiva parzialità nello sprono per cambiare oggettivamente le cose. Per questo più che filosofo a me pare essere un politico, ed è questa un’impressione che trova conferma se si considerano i fattori – la misera condizione operaia delle fabbriche dell’Inghilterra ottocentesca – che ispirarono la sua costruzione filosofica. Marx è indiscutibilmente il filosofo della prassi: prima di lui solo il Cristianesimo era riuscito ad influenzare così profondamente la storia dell’uomo occidentale. E del Cristianesimo, guarda caso, ricalca il modello escatologico di liberazione: quella visione salvifica dell’esistenza sulla quale si fonda il successo stesso di ambo le teorie, nonché la loro reciproca ostilità. Il Marxismo come il Cristianesimo seguendo vie diverse hanno tentato di liberare l’uomo da sé stesso ma entrambe hanno rimandato questa liberazione ad un momento futuro. È qui che sta la pecca del marxismo, perché se il Cristianesimo rimanda la “libertà” ad un mondo che è ultraterreno e dunque indimostrabile, il marxismo ha preteso di rendere l’uomo un dio vivente, promettendo un riscatto e una liberazione terrena. Prima di scovare possibili analogie col presente occorre procedere con alcune puntualizzazioni. Come noto Marx trasse ispirazione della sua esperienza di uomo calato in quella rivoluzione industriale che trasformava il lavoro di molti sfruttati nel guadagno di pochi. Ma paradossalmente nella sua forma realizzata il marxismo prese piede proprio laddove Marx aveva esplicitamente escluso si potesse realizzare ovvero nella Russia zarista, una società dove sì era forte il desiderio di riscatto ma la cui immaturità avrebbe al tempo stesso finito per riprodurre difetti speculari alla società che si andava disgregando. Il positivismo di Marx traslato in una società inadatta al suo recepimento dette adito alle empietà che ben conosciamo.  Come Marx sbagliò nel credere di poter eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo semplicemente capovolgendo il sistema di comando, così il comunismo storicamente realizzato ripropose, esasperandole, le sue aporie filosofiche privilegiando, fin da subito, quella visione fideistica della politica alla critica costante della struttura economica. Ma è proprio quest’ultima la parte più valida della dottrina ed è quella che per un motivo e per l’altro si è via via abbandonata. Dunque, se vogliamo approcciarci ora all’opera di questo filosofo, dovremmo fare un’opera di doppia epurazione: la prima di natura esterna, separando il pensiero di Marx da quella che storicamente gli viene attribuita come sua naturale filiazione (l’esperienza comunista). La seconda internamente alla teoria stessa: separando il Marx profeta dal Marx scienziato così da poter “gettare” il primo – una volta contestualizzato – e adoperare il secondo. È questa un’operazione di difficoltà immane, ma è l’unica che ci permetterà di comprendere il presente e COMBATTERE IL MODERNO NICHILISMO. Sbagliano coloro che oggigiorno credono che non ci sia più nulla da fare: costoro hanno chiuso gli occhi davanti alle catene che li tengono prigionieri e che oggi più di ieri sono divenute di natura mentale ancor prima che materiale. Se la catena si è allungata, se il recinto è stato allargato ciò non significa libertà acquisita; significa solamente che un giorno, all’occorrenza, la catena potrà essere ritratta: e quel giorno pare si stia avvicinando.  Marx più di ogni altro ci insegna invece che teoria e pratica sono strettamente connesse. Dunque prima di rivendicare l’azione politica occorre come si diceva poc’anzi “comprendere” le cose, andare dentro la materia, decifrare i codici dell’esistente, studiare il mutare dei rapporti di produzione (si pensi, tanto per fare un esempio di tipo metodologico, a come opera Report nelle sue inchieste e al successo che ne trae). Ma per veder la realtà bisogna anteporre la FATICA DEL CONCETTO alla facilità del discorso che fa a meno del pensiero. Rinunciare a questo vuol dire soccombere alla neodittatura mediatica, vuol dire sottomettere i nostri desideri parziali, le nostre idee di riscatto sociale ad un feticcio esposto alla stregua di «pratica universale borghese della vita». Rileggere Marx può servire proprio a questo: a <em>comprendere come opera</em> e si evolve la struttura economica che, nonostante tutto, continua ancor oggi a rispondere alle stesse logiche di accumulazione da Marx studiate. Può servire a farci ben comprendere che la crisi finanziaria che stiamo attraversando altro non è che una crisi ciclica di sovrapproduzione (di denaro, vedi mutui) che Marx concepiva come momento intrinseco alla dinamiche dello sviluppo capitalistico. Rileggere Marx può servire a convincerci del fatto che i politici che ora ci <em>rappresentano </em>sono, e non possono non essere che questi poiché ricalcati sulla legge economica che le moderne concentrazioni economiche dettano. Scrive Marx: «<em>una formazione sociale non perisce finché non si sono sviluppate le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione</em>». Che significa? Significa che per quanto sia eticamente corretto e moralmente giusto rivendicare l’uso di energie non inquinanti, il petrolio continuerà a farla da padrone finché non sarà completamente esaurito. A meno che non intervenga una forza esterna che Marx indicava come la classe dei produttori, sinonimo di progresso, e che io invece ritengo ora ancor da concettualizzare…   In sostanza, il bello del marxismo è che le sue categorie esistono e funzionano indipendentemente da Marx stesso. Sbagliano coloro che hanno voluto e vorrebbero tutt’ora usare il marxismo come metro di misura di tutte le cose. Il <em>Capitale</em> non è il libro dei sogni e Marx è un profeta troppo umano per essere attendibile. Pertanto, l’insegnamento primo che oggi rimane valido è che ad organizzazione bisogna contrapporre <em>organizzazione</em>, altrimenti si diviene soggetti passivi della storia. Chi rifiuta l’azione rifiuta il concetto ad essa congiunto, trovando comodo «non pote[r] andare oltre una nobile rassegnazione o un nobile sdegno» (Ivan Turgenev, <em>Padri e figli</em>).</p>
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		<title>Il Paese più bello del mondo, se non fosse che è pieno di italiani.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 13:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco De Mitri</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Altra Politica]]></category>

		<category><![CDATA[Carlo Vulpio]]></category>

		<category><![CDATA[De Magistris]]></category>

		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>

		<category><![CDATA[inchiesta catanzaro]]></category>

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		<description><![CDATA[Guardando la televisione e leggendo i giornali, non possiamo che deprimerci nonostante l&#8217;imminenza delle festività. Sentiamo parlare di crisi economica, di licenziamenti e cassa integrazione, di giudici e magistrati indagati, di presidenzialismo e federalismo, ma alla fine a noi italiani nulla ci tocca veramente. Siamo troppo abili per farci fregare da queste cose, i soldi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Guardando la televisione e leggendo i giornali, non possiamo che deprimerci nonostante l&#8217;imminenza delle festività. Sentiamo parlare di crisi economica, di licenziamenti e cassa integrazione, di giudici e magistrati indagati, di presidenzialismo e federalismo, ma alla fine a noi italiani nulla ci tocca veramente. Siamo troppo abili per farci fregare da queste cose, i soldi chi li aveva li ha mandati a San Marino o li ha messi sotto il materasso; chiunque ci governi, noi siamo pronti a lamentarci, sempre e comunque. C&#8217;è un detto un po&#8217; volgare, che mi permetto di inserire tanto vuoi o non vuoi rimaniamo un paese di cattolici che usano le imprecazioni come intercalari. Il detto recita nel seguente modo (la versione originale era in dialetto, ma credo renda bene anche in italiano): &#8220;si piange il morto per inculare il vivo&#8221;.  Vuoi o non vuoi rimaniamo un paese di egoisti, rimaniamo un paese dove la furbizia, sinonimo di disonestà nell&#8217;accezione da noi utilizzata, è un pregio, un paese dove parcheggiare in divieto di sosta è positivo se non ti mettono la multa, un paese dove saltare una fila in posta è una furbata, un paese dove è normale chiedere al negoziante uno sconto se non ci serve lo scontrino fiscale, un paese dove è normale trovare lavoro tramite le amicizie &#8230;</p>
<p>Dicevamo, anzi dicevo, perché non credo ve ne siano molti che si troveranno concordi con quanto dico, un paese di egoisti. Permettetemi, un paese a cui devo tutto, la mia istruzione, il mio benessere, il mio carattere, ma un paese in cui non voglio più vivere, non immezzo a tutti voi italiani.</p>
<p>In realtà dovevo solo introdurre un articolo di Carlo Vulpio, il cui link mi appresto ad inserire alla fine del mio sfogo. Leggete questo articolo, riflettete sul fatto che oltre a rimuovere i magistrati ora ci facciamo rimuovere i giornalisti. Il blog di Vulpio  contiene tutte le informazioni per ricostruire la vicenda e perché vi facciate una vostra opinione di ciò che sta accadendo nel vostro paese, che per vostra informazione contiene anche il vostro prezioso giardino di casa, l&#8217;unica cosa a cui veramente tenete.</p>
<p>buona fortuna a tutti</p>
<p>Hic et nunc, Marco</p>
<p><a href="http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=4&amp;Source=http%3A%2F%2Fwww.carlovulpio.it%2Fdefault.aspx">Via di qui. Cattivi magistrati e cattivi giornalisti. di Carlo Vulpio</a></p>
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		<title>L&#8217;AMBIENTE, LA CRISI E L&#8217;EVASIONE. Ricercare il progresso nella trasversalità delle istanze politiche - parte 1</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 09:19:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Cesaretto</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

		<category><![CDATA[ambiente]]></category>

		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>

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<p><!--[endif]-->La scorsa settimana mi è capitato di partecipare ad un incontro organizzato da Legambiente dove i locali esponenti dei vari partiti davano conto della loro azione o dei loro progetti in previsione di un prossimo futuro. Devo ammettere che sulle prime mi sono fatto travolgere dal tenore delle discussione che, seppure volesse essere calata nella realtà locale, travalicava questo confine fino a toccare interessi che locali non sono. L’impressione che ne colsi era dunque buona, ottima direi. Seppure ciascuno dei relatori esponesse il suo personale punto di vista, comune sembrava essere la sensibilità verso le tematiche ambientali.<br />
Poi però, a mente fredda, l’entusiasmo è via via scemato e riflettendoci un po’ su mi sono chiesto: ma come è possibile che tutte queste belle parole rimangano di fatto lettera morta? Se il 90% dei presenti ha manifestato questa sensibilità ambientale perché poi si giunge ad essere comandati da persone che questa sensibilità non hanno o almeno nei fatti dimostrano di non avere? Come’è possibile giustificare il comportamento che Berlusconi ha tenuto al vertice europeo volto ad implementare l’accordo di Kyoto, dichiarandosi prima disposto a mettere il veto salvo poi ratificare «per non fare la parte del cattivo che non si cura dell’ambiente e per non darla vinta alla sinistra» ?<br />
Ho cercato di formulare una risposta compiuta ma ne abbozzo qui soltanto uno spunto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione nella consapevolezza di quanto sia carente oggi un modello d’analisi che ci permetta di afferrare con buona approssimazione la realtà.<br />
L’esempio ambientale rende bene il senso di come funziona (o sarebbe meglio dire non funziona) il nostro sistema politico: poiché ci mostra chiaramente come tutto il dibattio svolto dalla societa civile risulti poi essere fine a se stesso quando addiritura non viene mistificato dai mezzi di comunicazione. Quando Berlusconi dice «non volevo passare come colui che non ha cura l’ambiente» dice una menzogna perché da quello che si legge sui giornali (Sole24ore 13/12/08) l’unico intento perseguito al tavolo delle trattative era quello di difendere alcuni settori produttivi e a tal fine si è eretto «capofila di un gruppo di Paesi che ha imposto una revisione dei meccanismi di emissione». La realtà non è mai così immediata e alla nostra “classe dirigente” poco importa dell’ambiente se non per farci su dei bei soldi. Ma ciò che differenzia Berlusconi dagli altri governanti europei è che loro hanno capito che il tema ambientale, le fonti rinnovabili e le energie alternative possono divenire un grande occasione di guadagno (soprattutto se si considera la concorrenza spietata asiatica e l’ “imperialismo” americano) Berlusconi no. Non è un caso se il vertice è stato chiuso il prima possibile senza dilungarsi troppo in discussioni che avrebbero potuto al resto del mondo far intuire infruttuose divisioni.<br />
Anche in questa trattativa il governo italiano – tenendo fede ad una tradizione che si protrae da secoli – si è dimostrato il parassita che sa sfruttare l’occasione propizia. Ma stavolta Berlusconi è andato addirittura oltre: non solo ha ottenuto quello che voleva la classe industriale, ovvero la possibilità di ottenere «una quota gratuita di permessi di emissione che parte dall’80% nel 2013 per poi fermarsi al 30% nel 2020, passando al pieno regime a pagamento solo nel 2027» con una specificazione ulteriore dei parametri per i settori a rischio delocalizzazione (carta, vetro, ceramica, tondini di ferro). Dicevo, non solo ha ottenuto tutto questo (tra parentesi bisognerebbe chiedersi chi pagherà l’inquinamento eccedente alla quota pattuita) ma addirittura ai giornalisti ha dichiarato: «non volevo darla vinta alla sinistra cosicché potessero dire che a me non sta a cuore l’ambiente»!!! È ovvio quanto tale dichiarazione sia studiata a tavolino e detta al solo scopo di ribaltare - grazie alla televisone - le parti in causa. Se fosse davvero così vorrebbe dire che il tema non era così importante al punto tale da concedere la possibilità a Berlusconi di cambiare idea solo per togliersi lo sfizio di non darla vinta all’opposizione. Ma così ovviamente non è, e Berlusconi è riuscito a dare un colpo al cerchio e uno alla botte! L’opposizione prenda nota e gli ambientalisti esultino!<br />
Personalmente la vicenda mi dice due cose; entrambe presuppongono un idea assai elastica del cosiddetto “progresso”, ovvero che il procedere con il tempo non implica per forza di cose un miglioramento delle condizioni sociali economiche e politiche.<br />
<em>La prima</em>. Il capitalismo italiano si conferma lo straccione di sempre: quello per intendersi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione degli utili. Difatti, chi in una situazione economica come l’odierna si limita a barattare scaglioni di anidride carbonica senza proporre un serio piano di riammodernamento energetico e industriale non si può dire abbia il pregio della lungimiranza. Di certo si sbaglia nel credere che le vacche siano sempre grasse e che l’operato di Berlusconi sarà efficace per sempre.<br />
<em>La seconda</em>. Il nostro sistema partitico ha fatto il suo tempo e non è più valido per l’attuale momento storico in cui viviamo. Mi convinco sempre di più che il partito moderno per come è attualmente strutturato, finanziato è concepito, per i mezzi di comunicazione attraverso cui è obbligato a veicolare il suo messaggio politico non è – e non può essere – uno strumento di vera democrazia. Il partito per come è oggi non è niente di più che un sistema lobbystico di promozione di determinati interessi e che, rispondendo a dinamiche di tipo economico, non può far coincidere gli interessi di chi lo dirige con quelli di quanti sono esclusi dalla direzione del partito stesso.<br />
Si valuti poi che la questione ambientale è soltanto uno delle centinaia di possibili esempi, ma non è l’unica. Altro esempio: quest’anno l’evasione fiscale ha raggiunto una cifra astronomica: 316 miliardi di euro! (fonte <a href="http://www.contribuenti.it/">http://www.contribuenti.it/</a>) di questi solo 3,4 miliardi, pari al 7,37% vengono effettivamente riscosse dai Concessionari; mentre il 92,63% delle imposte iscritte a ruolo pari a 42,73 miliardi di euro non verranno mai incassate. Non è una casualità ce ciò avviene: il governo Berlusconi ha dato segnali ben precisi che gli addetti ai lavori hanno giustamente inteso come forme di permissivismo. «Ma, stranamente, (cito il comunicato stampa di contribuenti.it) invece di analizzare, individuare e risolvere le inefficienze degli agenti della riscossione, si preferisce premiare gli stessi con l’aumento dell’aggio». Infatti, «il “decreto legge anticrisi” (185/08) premia con un contributo una tantum di 50 milioni di euro Equitalia e prevede l’innalzamento al 10 per cento dell’aggio per tutti i Concessionari che riscuotono tributi. Una maggiorazione che sarà a carico dei contribuenti italiani». Che vuol dire? Lobby che spingono, la politica che risponde, il cittadino che volente o nolente paga.<br />
Spiace di essermi dilungato troppo e di non avere neanche accennato alla “trasversalità delle istanze politiche” cui si riferisce il titolo…appuntamento dunque alla prossima puntata.</p>
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		<title>Antonio Piarulli, P.P.A.</title>
		<link>http://www.movimento97.com/2008/12/antonio-piarulli-ppa/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 14:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Movimento 97</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

		<category><![CDATA[Antonio Piarulli]]></category>

		<category><![CDATA[dibattito]]></category>

		<category><![CDATA[movimento]]></category>

		<category><![CDATA[P.P.A.]]></category>

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		<description><![CDATA[Movimento97 pubblica il seguente articolo continuando a ritenere prioritario offrire ai cittadini una pluralità di voci nella speranza che li aiuti a conoscere e quindi decidere. L&#8217;articolo in oggetto non è stato modificato dai gestori del sito, con la precisazione che la sua pubblicazione nel sito non necessariamente dimostra l&#8217;affinità tra la linea del movimento97 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Movimento97 pubblica il seguente articolo continuando a ritenere prioritario offrire ai cittadini una pluralità di voci nella speranza che li aiuti a conoscere e quindi decidere. L&#8217;articolo in oggetto non è stato modificato dai gestori del sito, con la precisazione che la sua pubblicazione nel sito non necessariamente dimostra l&#8217;affinità tra la linea del movimento97 e le opinioni espresse dall&#8217;autore. La pubblicazione avviene con la speranza di stimolare un dibattito che aiuti e contribuisca ad un Nostro progresso continuo.</p>
<p>Buon dibattito a tutti</p>
<p>Movimento97</p>
<p>&#8220;I cittadini devono sentire in particolar modo quanto sia importante l&#8217;impostazione data alla struttura dello stato,affinché possa la stessa affermare nella realtà della vita sociale e politica una concezione cristiana.</p>
<p>Basti considerare come è avvenuto in Italia, ed ancor più in Germania, mediante il concorso degli organi costituzionali, il passaggio del regime da democratico a totalitario.</p>
<p>Tutti noi, ricorrendo ad un minimo di ragionamento razionale comprendiamo che la forma nuova di assolutismo, espressa dai diversi tipi di totalitarismo, rivestita dai paludamenti di un governo costituzionale, è la più drastica, è cioè quella che annulla la democrazia e che più stritola ed annienta l&#8217;uomo.</p>
<p>L&#8217;elemento esteriore attraverso il quale si prospetta costituzionalmente il passaggio da un regime democratico a un regime totalitario è soprattutto caratterizzato dal passaggio da una pluralità di partiti al partito unico;ed il partito unico è precipuamente lo strumento con il quale lo stato totalitario afferra l&#8217;uomo per assorbirne la personalità.</p>
<p>Proprio da ciò deriva la necessità di contenere le mire espansionistiche dei partiti, di qui la necessità di rintuzzare con momenti di grande partecipazione popolare la tendenza totalitaria di taluni partiti e conseguentemente agire al fine di imporre il metodo democratico. In considerazione di ciò nel campo politico diviene necessario un grande movimento di centro, che costituisca la spina dorsale di un&#8217; autentico modello democratico.</p>
<p>Di qui nel campo costituzionale il valore delle autonomie attraverso le quali germoglia la spontaneità della vita pubblica.</p>
<p>I partiti politici sono oggi più che mai (seppur a gestione oligarchica) i protagonisti della vita politica democratica: questa ultima però potrà ravvivarsi solo alimentandosi dell&#8217;apporto di quelle sorgenti che stanno al di là dei partiti, società civile e organismi pre politici.</p>
<p>Noi cittadini nella visione integrale della personalità umana (fuori da egoismi), nella visione ordinata di cui questa personalità si integra e si espande, sentiamo vivo nella sua naturalità questo spontaneo articolarsi della vita pubblica nei diversi organismi della nostra società.</p>
<p>La nostra partecipazione alla vita pubblica deve essere quindi particolarmente attiva, animata da volontà di far si che le istituzioni diventino effettivamente costume. Quel costume politico in cui il rapporto tra la vita dei partiti e quella dei diversi organismi della società si risolva nella sua spontaneità, con quello spirito di servizio necessario alla costruzione del bene comune.</p>
<p>È qui opportuno ricordare l&#8217;apporto determinante della cosiddetta &#8221;commissione dei 75&#8221; , che ebbe a procedere alla stesura del testo base, oggetto poi di discussione dell&#8217;assemblea costituente. Figure con grande personalità e lungimiranza quali Dossetti, La Pira, Moro, Mortati, Fanfani, Vanoni solo per ricordare alcuni dei cattolici che concorsero alla stesura, che si distinsero per competenza, progettualità e spirito di servizio.</p>
<p>Uomini, nostri padri, che individuarono tre momenti fondamentali:</p>
<p>-il personalismo, inteso cioè come la centralità della personalità umana, nella struttura della società e nella edificazione stessa dello stato democratico;</p>
<p>-il pluralismo inteso come modello per il superamento dello stato uniforme e accentratore in nome di un diffuso riconoscimento delle variegate realtà dei corpi sociali;</p>
<p>-il garantismo, inteso come la necessità di dotare i diritti dell&#8217;uomo di quei meccanismi di garanzia che non erano contemplati in precedenti testi costituzionali e più specificamente non erano contemplati nello statuto Albertino.</p>
<p>Emerge con grande forza un dato incontrovertibile, sinonimo di saggezza e democrazia: la costituzione repubblicana venne approvata dall&#8217; assemblea costituente a larghissima maggioranza(90%).</p>
<p>Si da il caso che in piena crisi economica il Governo taglia i fondi per l&#8217;Istruzione.<br />
Se solo i partiti facessero un gesto di responsabilità, riunciando ai rimborsi elettorali derivanti dalle ultime<br />
elezioni politiche del 2008, recupereremmo circa 450 milioni di Euro, pari all&#8217;intero importo messo a disposizione per la Social Card. La sovranità appartiene al Popolo, cosi recita l&#8217; artt. 1 della Costituzione. Ora dobbiamo chiederci se il Popolo, titolare della sovranità, la eserciti effettivamente, perchè non basta enunciare solennemente tale principio per renderlo effettivo. Libertà è Partecipazione!</p>
<p>un caro saluto,cordialità&#8221;.</p>
<p>Antonio Piarulli. <a href="http://it.youtube.com/watch?v=5YlZSLkKgL4">http://it.youtube.com/watch?v=5YlZSLkKgL4</a></p>
<p>* Antonio Piarulli, segretario nazionale P.P.A.</p>
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		<title>Open Source e risparmio</title>
		<link>http://www.movimento97.com/2008/12/open-source-e-risparmio/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 06:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirko Romanato</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Ambiente e Nuove Tecnologie]]></category>

		<category><![CDATA[Governo Locale]]></category>

		<category><![CDATA[linux open condivisione]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo innumerevoli sollecitazioni dell&#8217;animatore di questo portale mi piego a scrivere un piccolo articolo. Cos&#8217;è l&#8217;open source? In soldoni si tratta di un modo di intendere il software e più in generale la conoscenza umana. Il concetto che sta alla base è quello di &#8220;condivisione&#8221;. Tutti possono copiare tutto, modificarlo, lasciare che altri copino le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo innumerevoli sollecitazioni dell&#8217;animatore di questo portale mi piego a scrivere un piccolo articolo. Cos&#8217;è l&#8217;<em>open source</em>? In soldoni si tratta di un modo di intendere il software e più in generale la conoscenza umana. Il concetto che sta alla base è quello di &#8220;condivisione&#8221;. Tutti possono copiare tutto, modificarlo, lasciare che altri copino le loro modifiche sempre indicando la paternità intllettuale dell&#8217;opera. Esistono moltissimi articoli online e libri che, a chi sia interessato, illustrano nel dettaglio questo modo di vedere il mondo. Qui per brevità indicherò acune applicazioni reali. Il primo: <em>Wikipedia</em>. Chi non la conosce? E&#8217; uno degli esempi più vasti di condivisione. Certo, con luci ed ombre ma pur sempre nel segno dell&#8217;unione degli sforzi per un avanzamento della conoscenza. Il secondo, e per me più interessante: <em>Linux</em>. Linux è una valida alternativa a Windows che vi permette di non spendere un euro in licenze e un minuto a cercare su emule i programmi. Avete a vostra disposizione più di 24.000 programmi pronti per essere installati e funzionare. Sono stati sviluppati da volontari ma anche da ditte che pensano che lasciando la libertà di apportare modifiche al proprio lavoro anche esse ne traggono beneficio. Qualche nome? IBM. Chi dice che Linux non funziona? Microsoft. Da anni esiste in Italia una associazione che si chiama Assoli che si batte per la diffusione dell&#8217;Open Source specialmente nella pubblica amministrazione. Ogni pc installato in Comune ha una media di spesa di 400 euro in licenze. Se i pc funzionassero solo con Linux avremmo un netto risparmio e un allontanamento dello Stato dalle politiche ricattatorie delle multinazionali.</p>
<p>In poche righe ho messo molta carne al foco ma mi riprometto di approfondire in seguito magari seguendo gli spunti dei vostri commenti.</p>
<p>Link utili:</p>
<p>- <a href="http://faberlibertatis.org/wiki/Filmati_per_conoscere_il_mondo_GNU/Linux">http://faberlibertatis.org/wiki/Filmati_per_conoscere_il_mondo_GNU/Linux</a></p>
<p>- <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Creative_Commons">http://it.wikipedia.org/wiki/Creative_Commons</a></p>
<p>- <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Stallman">http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Stallman</a></p>
<p>- <a href="https://www.softwarelibero.it/">http://www.softwarelibero.it/</a></p>
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		<title>PIER PAOLO PASOLINI. Poeta &#8220;ebbro d&#8217;erba e di tenebre&#8221;</title>
		<link>http://www.movimento97.com/2008/12/pier-paolo-pasolini-poeta-ebbro-derba-e-di-tenebre/</link>
		<comments>http://www.movimento97.com/2008/12/pier-paolo-pasolini-poeta-ebbro-derba-e-di-tenebre/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 06:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Cesaretto</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Altra Politica]]></category>

		<category><![CDATA[Letteratura e Poesia]]></category>

		<category><![CDATA[genocidio culturale]]></category>

		<category><![CDATA[giovani]]></category>

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		<description><![CDATA[

L’intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager otterrai da una delle milioni d’anime della nostra nazione un giudizio netto, interamente indignato.
Irreale è ogni idea, irreale ogni passione di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere e non lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movimento97.com/wp-content/uploads/images.jpg" mce_href="http://www.movimento97.com/wp-content/uploads/images.jpg"><br />
</a></p>
<blockquote><p>L’intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager otterrai da una delle milioni d’anime della nostra nazione un giudizio netto, interamente indignato.<br />
Irreale è ogni idea, irreale ogni passione di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere e non lo ha mai liberato. Mostrare la mia faccia, la mia magrezza, alzare la mia sola puerile voce non ha più senso. La viltà, avvezza a vedere nel modo più atroce gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio e anche questo mi nuoce.</p>
</blockquote>
<p>Se Pasolini avesse ritenuto puerile alzare la voce non in prossimità della sua morte ma all’inizio della sua carriera, agli albori della sua ispirazione di poeta ed artista, oggi la mia esistenza potrebbe dirsi menomata. Fortunatamente Pasolini ha scritto, ha detto, ha insistito ed ha pianto. Tutto ciò gli è costato molto, ed il prezzo che sul finire ha dovuto pagare è stato assai elevato: la vita. Spiace contraddirlo ma la sua opera ha un senso, almeno per me.<br />
Pasolini è stato il regista che troppo s’è calato nel suo soggetti. Il poeta che bagnava di lacrime le pagine che imbrattava. La sua vita, la sua tragica fine ben si potrebbe inserire nell’ambientazione di uno dei suoi racconti. Ironia della sorte. Squallide periferie che covano odio e che lo barattano quasi fosse l’unica merce che possiede valore.<br />
Ieri una “passione irreale” lo uccise, oggi l’ ”obbiettività” della storia lo seppellisce di nuovo. Eppure Pasolini aveva capito, aveva combattuto ed è per questo che è morto. Di una morte spirituale,&nbsp; fiacca, che si ripete ogni giorno e che lenta logora scottando sotto la brace.<br />
Ad una anno dalla morte, il 7 settembre 1974, subito dopo gli esiti del referendum sul divorzio, Pasolini disse:</p>
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<p><!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;" mce_style="text-align: justify; line-height: 150%;">«È in corso nel nostro paese questa sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora non sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di <i>genocidio culturale</i> per due terzi almeno degli italiani. Visti in questa luce, anche i risultati del 12 maggio contengono un elemento di ambiguità. Secondo me ai «no» ha contribuito potentemente anche la televisione, che ad esempio in questi vent’anni ha nettamente svalutato ogni contributo religioso: oh sì, abbiamo visto spesso il Papa benedire, i cardinali inaugurare, processioni e funerali, ma erano fatti controproducenti ai fini della coscienza religiosa. Di fatto, avveniva invece, almeno a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei mass-media e attraverso questa ideologia reale del potere, all’edonismo del potere consumistico.</p>
<p>Per questo mi è accaduto di dire – in maniera troppo violenta ed esagitata, forse – che nel «no» vi è una doppia anima: da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un italiano che accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del potere borghese, perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore. Ecco perché, per amore di verità e per senso dolorosamente critico, io posso giungere anche a una previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se dovesse prevalere nella massa dei «no», la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia c’è un forte partito comunista, c’è una intellighentsia abbastanza avanzata e progressista; ma il pericolo c’è. La distruzione dei valori in corso non implica una immediata sostituzione di altri valori, col loro bene e il loro male, col necessario miglioramento del tenore di vita e insieme un reale progresso culturale. C’è, nel mezzo, un momento di imponderabilità ed è appunto quello che stiamo vivendo; e qui sta il grande, tragico pericolo. Pensate a cosa può significare in queste condizioni una recessione, e vi corre un brivido se vi si affaccia anche per un istante il parallelo – forse arbitrario, forse romanzesco – con la Germania degli anni Trenta. Qualche analogia il nostro processo di industrializzazione degli ultimi dieci anni con quello tedesco di allora ce l’ha: fu in tali condizioni che il consumismo aprì la strada, con la recessione del ’20, al nazismo.</p>
<p>Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione che ha visto la guerra, i nazisti, le SS, che ne ha subito un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i modelli imposti del capitalismo, e rischiano una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una assenza di capacita critiche, una passività, ricordo che erano le forme tipiche delle SS e vedo stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda dalla croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che lo produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che <i>esiste la possibilità di lottare contro tutto questo</i>, semplicemente non sarei qui<!--[if gte mso 9]><xml> <w:WordDocument> <w:View>Normal</w:View> <w:Zoom>0</w:Zoom> <w:HyphenationZone>14</w:HyphenationZone> <w:PunctuationKerning /> <w:ValidateAgainstSchemas /> <w:SaveIfXMLInvalid>false</w:SaveIfXMLInvalid> <w:IgnoreMixedContent>false</w:IgnoreMixedContent> <w:AlwaysShowPlaceholderText>false</w:AlwaysShowPlaceholderText> <w:Compatibility> <w:BreakWrappedTables /> <w:SnapToGridInCell /> <w:WrapTextWithPunct /> <w:UseAsianBreakRules /> <w:DontGrowAutofit /> </w:Compatibility> <w:BrowserLevel>MicrosoftInternetExplorer4</w:BrowserLevel> </w:WordDocument> </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> <w:LatentStyles DefLockedState="false" LatentStyleCount="156"> </w:LatentStyles> </xml><![endif]--> ».<a href="http://www.movimento97.com/wp-content/uploads/images.jpg" mce_href="http://www.movimento97.com/wp-content/uploads/images.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-409" title="images" src="http://www.movimento97.com/wp-content/uploads/images.jpg" mce_src="http://www.movimento97.com/wp-content/uploads/images.jpg" alt="" width="86" height="129"></a></p>
<p>(Cfr. P. Pasolini, Verso il genocidio, in Rinascita – Dialogo con Pasolini. Scritti 1957-1984, Editrice «l’Unità», Roma 1985, pp. 130-132).</p>
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		<item>
		<title>IL NOSTRO COMPITO SOVRAUMANO. In risposta a &#8220;Un buon risarcimento&#8221;</title>
		<link>http://www.movimento97.com/2008/12/il-nostro-compito-sovraumano-in-risposta-a-un-buon-risarcimento/</link>
		<comments>http://www.movimento97.com/2008/12/il-nostro-compito-sovraumano-in-risposta-a-un-buon-risarcimento/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 07 Dec 2008 14:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Cesaretto</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Altra Politica]]></category>

		<category><![CDATA[democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo concepito queste righe come commento all&#8217;ultimo articolo di Diego, ma visto che mi sono dilungato un po&#8217; troppo lo metto qui alla stragua di articolo autonomo. Si tenga presente che queste considerazioni traggono ispirazione dallo spunto che Diego mi ha offerto, pertanto mi sento in dovere di ringarziarlo.
Nel discutere di questi argomenti credo sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo concepito queste righe come commento all&#8217;ultimo articolo di Diego, ma visto che mi sono dilungato un po&#8217; troppo lo metto qui alla stragua di articolo autonomo. Si tenga presente che queste considerazioni traggono ispirazione dallo spunto che Diego mi ha offerto, pertanto mi sento in dovere di ringarziarlo.</p>
<p>Nel discutere di questi argomenti credo sia importante fissare bene nella testa un dato di fatto: la storia del principio di maggioranza non coincide con la storia della democrazia come forma di governo. «Il secolare dibattito intorno alla natura, alla funzione, alle modalità della regola della maggioranza si svolge in modo completamente indipendente dal dibattito intorno alla democrazia e alle forme di governo, e il suo campo di applicazione è esclusivamente quello della natura, della funzione, della modalità di funzionamento dei corpi collegiali, la cui esistenza non è minimamente connessa alla forma di regime politico, <strong>ed è perfettamente compatibile con regimi non democratici</strong>» (Bobbio, 1999). Bastino queste ultime parole a vincere il luogo comune e a “spaventare chi legge”. Utilizzare il principio di maggioranza non vuol dire che il corpo colleggiale che lo adopera sia democratico: caso emblematico è la caduta di Mussolini avvenuta nel luglio del ’43 per un voto espresso secondo la regola della maggioranza dal Gran Consiglio del Fasciamo, organo questo che non era di un regime democratico, era anzi l’organo costituzionale fondamentale di un regime che aveva fatto della lotta contro la democrazia uno dei motivi principali della sua esistenza e del suo successo.<br />
Tutto questo per dire che democraticamente, con un voto a maggioranza, questa, potrebbe addirittura decidere di distruggere la democrazia stessa (abrogando la costituzione o sterminando le minoranze). Ecco con quale repentinità si sfascia d’un tratto il luogo comune di cosa noi s’intende per “democrazia”. Ed ecco perché esiste una carta costituzionale che segna il limite oltre il quale la maggioranza non dovrebbe spingersi.<br />
Lecito è chiedersi quali siano i motivi che mantengono valido questo principio di maggioranza. Ve ne sono molteplici: di natura <em>assiologica </em>(il principio della maggioranza permette meglio di ogni altro la soddisfazione di alcuni valori fondamentali, come la libertà e l’uguaglianza); e di natura <em>tecnica </em>(lo scopo della regola è di raggiungere una decisione collettiva tra persone che la pensano in maniera diversa, dunque permette di governare). La regola della maggioranza in sostanza è principalmente una <strong>procedura </strong>che funziona bene quando la democrazia è sana, e che diviene arma pericolosa quando la democrazia è malata. A parer mio ( e sottolineo a parer mio) la democrazia funziona bene quando ogni singolo cittadino è disposto a liberarsi dei suoi interessi parziali per ricercare di soddisfare l’interesse generale. Così posto questo obiettivo appare facile e persino bello a dirsi, nella realtà dei fatti comporta una difficoltà “sovraumana” nel senso che compete più a Dio che all’uomo. L’uomo per sua natura è essere parziale che persegue il suo singolo, infimo e meschino tornaconto personale (la mia non è considerazione di valore ma vuole essere il più obiettiva possibile) pertanto neppure gli riesce di concepire quale sia l’interesse generale. Una volta concepito rimane poi da dimostrare se sarebbe disposto ad anteporlo al suo interesse personale. In sostanza la democrazia è il regime politico di chi si accontenta di poco, del popolo che ambisce a porre in equilibrio il maggior numero possibile di interessi personali, e che si impone di non andare oltre: il suo segreto sta tutto qui!<br />
A parer mio è il potere parziale più forte che &#8220;impone&#8221; alla totalità la sua decisione. Ciò non è un male in senso assoluto, nel senso che se le regole sono condivise e accettate anche dai poteri parziali più deboli (magari però numericamente maggiori) il sistema può funzionare e può dare la possibilità di cambiare sistema di comando. Quando quel potere maggioritario non offre questa possibilità i suoi sudditi hanno tutto il diritto di combatterlo. Il problema vero nasce quando questo potere impone la sua decisone non in maniera chiara o condivisa ma arrogandosi il compito “parlare a nome di tutti” , quando cioè subdolamente utilizza tutte le maniere per falsare le regole del gioco e usa il suo potere allo solo scopo di confermare sé stesso. Quando ciò accade in democrazia, il sistema inizia a degenerare, i poteri costituzionali (legislativo e giudiziario) si combattono, l’esecutivo interferisce con le attività delle associazioni dei cittadini (non regolandole ma influenzandole) e la parte segreta del potere (<em>arcana imperii</em>) inizia ad operare non per la conservazione dello stato e della democrazia dalle minacce esterne, ma per la conservazione di una sola parte politica: quella che detiene il potere. In sostanza, a ben veder mi pare sia quello che sta succedendo da un bel pezzo in Italia; il fatto che il principio di maggioranza sia usato come arma di guerra è sintomatico dello stadio di degrado nel quale la democrazia italiana è piombata: per capirlo non occorrono tanti giri di parole, basterebbe rileggersi Tocqueville che della democrazia moderna fu valido “analista”.<br />
Mi permetto di fare un’ulteriore considerazione: tra i tanti insegnamenti che Tocqueville ci offre ce n’è uno, forse il più banale, che però mi ha colpito: il passaggio da una forma di governo all’altro storicamente è sempre avvenuto attraverso sconvolgimenti violenti. Ciò mi fa pensare questo: la nostra democrazia per come oggi la vediamo è nata dalla guerra al fascismo: quella lotta rappresentò il valore condiviso su cui fondare e salvaguardare la repubblica e i diritti fondamentali dei suoi cittadini. Più si allontanano dalla memoria i sentimenti di quella fondazione e più quella condivisone di valori perde il deterrente etico che l’aveva contraddistinta. L’interesse parziale prevalente si afferma e larvatamente si erge a despota onnipotente continuando tuttavia ad usare la parola “democrazia” alla stregua di un feticcio senza significato. È questo significato che si dovrebbe ora riscoprire così da poter generare un percorso nuovo.<br />
Personalmente aspiro a vivere in un regime politico dove, <strong><em>democraticamente</em></strong>, si decide di affidare il potere ai migliori e non ai mediocri, comprendo però come la strada per arrivare a questo sia impervia o ancora da costruire (per il solo fatto che non si capisce chi siano questi migliori). Ovvero: la democrazia bisogna guadagnarsela, il cittadino deve essere “educato” ad adoperarla. Per come vanno le cose, le strade che ci troviamo davanti sono almeno due: o ci mettiamo in testa di compiere quello «sforzo sovraumano» per riscoprire ciascuno dentro sé, onestamente, l’interesse generale (e teniamo presente che mai come ora l’umanità ha usufruito di strumenti per farlo, si pensi solo alla tv o a internet), oppure attendiamo il prossimo sconvolgimento violento e vediamo cosa succede (in quel caso gli stessi strumenti diverranno l’ennesima arma che i più forti adopereranno per sottometterci)…</p>
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		<title>UN BUON RISARCIMENTO</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 08:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego Novo</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Riporto qui un articolo tratto dal sito “http://www.cascinamacondo.com” di Pietro Tartamella:
Nelle ultime elezioni politiche del 9/10 aprile 2006 lo schieramento di sinistra ha vinto per un pugno di voti. 
Tutti i politici hanno saputo dire soltanto: &#8220;L&#8217;Italia è spaccata in due&#8221;. 
Un commento di nessun spessore intellettuale. Ciò che è emerso davvero in queste elezioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-size: x-small;"><span><span style="font-size: small;"><em>Riporto qui un articolo tratto dal sito “http://www.cascinamacondo.com” di Pietro Tartamella:</em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Nelle ultime elezioni politiche del 9/10 aprile 2006 lo schieramento di sinistra ha vinto per un pugno di voti. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Tutti i politici hanno saputo dire soltanto: <em>&#8220;L&#8217;Italia è spaccata in due&#8221;.</em> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Un commento di nessun spessore intellettuale. Ciò che è emerso davvero in queste elezioni (e qualunque fosse stato il vincitore) è la profonda contraddizione insita nell&#8217;idea di Maggioranza. L&#8217;Italia non è assolutamente spaccata in due.<span>  </span></span></span><span><span style="font-size: small;">La verità profonda è che la <strong>metà degli italiani + uno</strong>, non può, non ha nessun diritto (se non in virtù di un principio di forza, e quindi totalitario e prevaricatore) di decidere della vita dell&#8217;altra <strong>metà degli italiani – uno!<span>  </span></strong></span></span><span><span style="font-size: small;">Un conto è decidere quale film andare a vedere stasera, altro conto è decidere della nostra vita. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">La Costituzione all&#8217;articolo 1 recita: </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;"><em>&#8220;<span>L&#8217;Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. </span></em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;"><em><span>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione&#8221;.</span></em><span> </span></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Non dice che la sovranità appartiene a &#8220;<em>metà popolo</em>&#8220;. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Ragionare in termini di &#8220;maggioranza&#8221; è fuorviante, perché preclude all&#8217;altra <em>metà del popolo</em> <em>di essere sovrana!</em> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">I commenti banali fatti dai politici hanno avallato, in sostanza, il concetto che l&#8217;altra metà del popolo non può essere sovrana!<span>  </span>Ci troviamo di fronte ad una insana e mastodontica contraddizione logica. Il concetto di Maggioranza risulta alla fine essere un pensiero totalitario. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Eppure la nostra sensibilità, il nostro buon senso, fa echeggiare nella nostra coscienza questa contraddizione.<span>  </span></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Ma affrontarla è troppo complicato, troppo difficile: meglio relegarla nell&#8217;ombra dei nostri recessi più profondi e continuare per sentieri conosciuti e famigliari, anche se insensati e contraddittori. </span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">C&#8217;è un modo per risolvere questa contraddizione: seguire la via che hanno usato i Nativi Americani. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Metterla in pratica significherebbe dare ai Nativi Americani (che l&#8217;uomo bianco ha sterminato con la sua arroganza,<span>  </span>i suoi fucili, le sue coperte intrise di vaiolo) il più alto risarcimento morale, etico, culturale. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Presso i Nativi Americani non esisteva il concetto di &#8220;maggioranza&#8221;. Esisteva il concetto di &#8220;<strong><span>unanimità</span></strong>&#8220;. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Le decisioni importanti venivano prese sempre all&#8217;<span>unanimità</span>. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Cresciuti con questo pensiero, tutti i membri della tribù, quando si riunivano per votare, se emergevano posizioni divergenti, rifacevano semplicemente, poco dopo, un&#8217;altra assemblea. Il sistema obbligava ogni votante a prendere in considerazione le posizioni avversarie e tutti, nella riunione successiva, avevano <strong>l&#8217;obbligo</strong> (per cultura, per atteggiamento mentale, per vocazione morale, per rispetto delle altre esigenze)<span>  </span>di modificare la propria posizione. Dopo alcune votazioni trovavano in fine <em>&#8220;l&#8217;<span>unanimità</span></em>&#8220;. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Il processo aveva smussato le posizioni rigide avendo ciascuno tenuto conto delle idee contrarie. Via via, per successivi compromessi e aggiustamenti, si raggiungeva un accordo unanime. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Per poter praticare con piacere questo atteggiamento mentale occorre allenarsi. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Conosco il pensiero dei più: <em>&#8220;è impraticabile nel nostro sistema occidentale, occorrerebbero troppo tempo e troppe riunioni per approdare ad un accordo condiviso&#8221;.</em> Cadono in errore, perché stanno ragionando con una mentalità tradizionale, non con una mentalità nuova che ha cominciato ad allenarsi. In verità il tempo impiegato per prendere decisioni con questo sistema democratico sarebbe minore del gran tempo che si spreca con il sistema attualmente in uso. Il popolo tutto avrebbe inoltre la sensazione di essere davvero un popolo. </span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span><span style="font-size: small;">E inoltre cadrebbe il concetto di &#8220;<strong>opposizione</strong>&#8220;, terminologia anch&#8217;essa fuorviante, in quanto suggerisce che il ruolo dell&#8217;opposizione deve essere quello di fare appunto &#8220;<strong>opposizione</strong>&#8220;. </span></span><span><span style="font-size: small;">La verità è che occore governare davvero.</span> </span></span></p>
<p> </p>
<p><span><span style="font-size: small;">Non resta che cominciare ad allenarsi usando il sistema, diffondendolo, praticandolo sul serio in tutte le sedi dove gli uomini e le donne si incontrano per prendere decisioni che riguardano la nostra vita. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Accogliamo nella nostra esperienza quotidiana questa pratica degli Indiani delle Praterie: è l&#8217;unico modo, grande e importante, per farci perdonare il male immenso che gli uomini bianchi hanno fatto a quel popolo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Se condividi il contenuto di questo messaggio copia incolla inoltra ai tuoi contatti. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Che i politici sappiano che cittadini qualunque possono produrre cultura, </span></p>
<p><span style="font-size: small;">e che i Nativi Americani possono insegnarci qualcosa di veramente democratico.</p>
<p><em> Lascio a Voi ogni libero commento.</em></span></p>
<p></span></span></span></span></span></p>
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		<title>SINDACALISMO MISCREDENTE ovvero perchè il sindacato è morto.</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 19:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Conrado de Vita</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Altra Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Se c&#8217;è una cosa che - seppur suoni piuttosto blasfemo - mette d&#8217;accordo me e i taliban, è il fatto che loro la televisione l&#8217;avevano bandita. L&#8217;era catodica coincide con la definitiva morte del sogno Illuminista, con la legittimazione dell&#8217;incondizionata delega popolare ai signorotti della prima serata di dettare le linee guida, addirittura di PLAGIARE [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;è una cosa che - seppur suoni piuttosto blasfemo - mette d&#8217;accordo me e i taliban, è il fatto che loro la televisione l&#8217;avevano bandita. L&#8217;era catodica coincide con la definitiva morte del sogno Illuminista, con la legittimazione dell&#8217;incondizionata delega popolare ai signorotti della prima serata di dettare le linee guida, addirittura di PLAGIARE LA SOCIETA&#8217; di domani.<br />
Oggi non vi parlo da politicante nè da Indignato, nemmeno da pseudo-erudito quale spesso mi definisco. Vi parlo da uomo di fabbrica, da operaio che si appresta ad affrontare l&#8217;avventura sindacale: vedete, è proprio nell&#8217;assemblea sindacale che spesso assistiamo a questo plagio. Una comunità di lavoratori elegge la sua RSU perchè crede nelle persone - almeno questa è l&#8217;idea di fondo - e nelle idee: ma la realtà oggi è ben diversa. (Vedete, la maggior parte degli operai di una fabbrica si crede ignorante, ma questa umiltà così amata da Pasolini spesso fa risaltare proprio la loro accortezza, un pò come succede per i bambini.)</p>
<p>E&#8217; opinione condivisa - verità? Sinceramente non lo so&#8230; - che nella maggior parte dei casi i membri di una RSU seguano direttivi di sigla, e abbiano forse un certo interesse nel sottolineare che la propria sigla è quella della salvezza e/o della rottura, e/o quella della voce grossa. Questo, a costo di non difendere le idee giuste, ma piuttosto fabbricarle, e venderle in quantità massicce sotto forma di tessere.</p>
<p>La tessera, certo, in ogni genere di vita associativa, è lo strumento che permette ad un&#8217;associazione di sopravvivere; ma io, Conrado de Vita Berlinck, candidato &#8216;miscredente&#8217; - non fraintendetemi, parlo di sindacato e non di parrocchia - , sento per l&#8217;ennesima volta il dovere di Indignarmi di fronte ad una prassi dove si fa sindacato dall&#8217;alto.</p>
<p>Per il suscritto sindacalista miscredente, compito del sindacato è informare il lavoratore, renderlo capace di giudicare una determinata situazione, dargli gli strumenti necessari a far sentire la propria voce, creare un territorio di scambio dove dal primo all&#8217;ultimo ci si senta liberi di dire la propria, scremare il risultato di tale dibattito e dunque mostrare al pianeta Impresa, coi dati alla mano, l&#8217;OPPORTUNITA&#8217; che sorge dall&#8217;ascolto dei lavoratori, privo di interesse e demagogia alcuna.</p>
<p>La realtà è invece quella che i miei colleghi di lavoro ben conoscono: un&#8217;ora di assemblea che dovrebbe servire ad informare e decidere - contemporaneamente, che paradosso! - se ne va tra le urla di delegati esterni l&#8217;uno contro l&#8217;altro, per beghe lontane miglia e miglia, laggiù a Roma, nei meandri di quei palazzoni che ci hanno dimenticato&#8230;</p>
<p>Per questo il sindacato è morto. Si è dimenticato dei lavoratori, accecato dai riflettori della politica, filogoverno o filopposizione che sia, più impensierito dalle funzioni della liturgia catodica che non del proprio nutrimento spirituale che lo fece scaturire quando i minatori morti erano cibo per i topi. Il sindacato rischia di allontanarsi dai lavoratori come la politica si è allontanata dalla gente.</p>
<p>Nessun albero si è mai dimenticato di affondare le sue radici nella buona terra, di trarre tutta la sua forza da ciò che sta sotto il suolo, invisibile all&#8217;occhio nudo.</p>
<p>Per dirla come la direi in fabbrica, ragazzi miei: Un albero trasforma la merda in fiore.</p>
<p>E&#8217; questo che io, sindacalista miscredente, voglio difendere.</p>
<p>Il mio lavoro, se mai inizierà, non consisterà in accontentare nessuno: il mio lavoro, se mai inizierà, non sarà quello di imporre le idee della sigla.</p>
<p>Il mio lavoro sarà rendere tutti scontenti, perchè COSCIENTI. Il mio lavoro sarà quello di non aver niente da fare, perchè chi si rivolgerà a me avrà già fatto il principale. Ci pensate? Non più il lavoratore che chiede al sindacato CHE COSA PENSARE, ma il lavoratore che pensa PER il sindacato, PLASMA il sindacato, CREA il sindacato.</p>
<p>Che bisogno avremmo di figure carismatiche, di leader che ci portino a milioni a Roma, di scioperi generali, se ogni lavoratore avesse la sua coscienza e vi potesse fare affidamento? Se il sindacato, anzichè plagiarle con ideologie obsolete o con sacrifici imposti da amicizie potenti, non fosse altro che ciò che è nato per essere: il portavoce dei lavoratori?</p>
<p>Ecco, questo doveva essere il commento ad un articolo sulla gioventù che non si fa avanti rispetto ai vecchi poteri, ed invece diventa un articolo su tutt&#8217;altra cosa: sul lavoratore che non si fa avanti rispetto ai vecchi poteri. Ma che volete, mi piace divagare&#8230;</p>
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		<title>Che fare? Un paese di sessantenni dove la gioventù è scomparsa.</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 06:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco De Mitri</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Questo articolo esula un po&#8217; dallo stile che ho tentato di perseguire in questo sito, in questo movimento, stile volto allo sviluppo di una maggiore informazione che porti ad un&#8217;adeguata conoscenza ed infine ad una scelta consapevole dei cittadini, dell&#8217;elettorato. Un elettorato che allo stato attuale delle cose si limita a rimbecillirsi di fronte alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo articolo esula un po&#8217; dallo stile che ho tentato di perseguire in questo sito, in questo movimento, stile volto allo sviluppo di una maggiore informazione che porti ad un&#8217;adeguata conoscenza ed infine ad una scelta consapevole dei cittadini, dell&#8217;elettorato. Un elettorato che allo stato attuale delle cose si limita a rimbecillirsi di fronte alla scatola, ormai un foglio, emettitrice di immagini e suoni. Questa volta vorrei cimentarmi in una riflessione ad alta voce, con oggetto un tema che mi sta particolarmente a cuore: il che fare? Il come farlo?<br />
E&#8217; il caso di fare un passo indietro, è obbligatorio per me delineare la questione che cercherò di trattare. In più di un occasione in questo sito, nella piazza, nei giornali, abbiamo letto e condiviso la necessità di divenire soggetti attivi della vita politica del nostro comune, della nostra università, del nostro paese.<br />
Riprendiamo la frase messa in evidenza nel nostro sito &#8220;il cittadino diviene suddito quando si disinteressa dello Stato&#8221;, ma quando il suddito diviene cittadino?<br />
E&#8217; sufficiente guardare il telegiornale, leggere un giornale o magari due, parlare di politica con gli amici per essere dei Cittadini?</p>
<p>L&#8217;articolo 4.2 della Costituzione italiana afferma:<br />
&#8220;<em>Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un&#8217;attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società</em>.&#8221;</p>
<p>La questione sul &#8220;<em>che fare?</em>&#8221; trova il suo esaurimento, almeno a livello parziale, in quanto appena scritto, compito come cittadini è quello di concorrere al progresso materiale o spirituale della società, l&#8217;accento si deve necessariamente ora spostare sul &#8220;<em>come?</em>&#8220;.<br />
Viviamo in una situazione difficile, non solo per la crisi finanziaria, ma per lo stato della nostra economia, del nostro grado di civiltà, ciò nonostante siamo ancora immobili; nonostante le lamentele aumentino, continuiamo a essere bloccati. Siamo degli esseri paradossali, siamo delle bambolette che sbraitano e si sbracciano ma che evitano anche solo di compiere un passo in avanti.<br />
Vivo a Jesolo, una località turistica del veneziano e conosco bene cosa sono le lamentele degli imprenditori locali; ogni stagione si apre nelle aspettative più ampie, ma basta un fine settimana piovoso per permettere agli illustri esponenti del motore economico di questa località di urlare: &#8220;quest&#8217;anno c&#8217;è crisi! Mai cominciata così male una stagione!&#8221; Guardo sorridendo queste scenette e penso: &#8220;avete mai provato a svincolare il turismo dal sole? Lavorare per creare delle integrazioni alla sabbia e all&#8217;ombrellone?&#8221;.<br />
Viviamo, a mio parere, un periodo storico dove l&#8217;individuo è diventato come lo jesolano, pronto alla lamentela quotidiana, ma incapace di compiere quel passo, a sollevare il piede dall&#8217;aiuola, timorosi che se non ci stiamo sopra qualcuno ce la possa rubare da sotto il naso.<br />
Continuo però a domandarmi quando si diventa veri Cittadini, è forse sufficiente iscriversi ad un partito politico per poter contribuire al benessere comune, al benessere di tutti?<br />
Ho partecipato recentemente ad un incontro del Partito Democratico di Jesolo in cui mi guardavo attorno e cercavo di capire come avrebbero definito i partecipanti il loro Partito Democratico. Più passava il tempo e  più le domanda dentro la mia testa si sommavano l&#8217;una con l&#8217;altra senza trovare nessuna risposta. Alla fine esco dalla sala imbarazzato dalla situazione che ha visto uno degli invitati d&#8217;onore parlare del PD come di un grande partito riformista e la maggior parte dei presenti nemmeno domandarsi cosa volesse dire quella parola: riformismo. Forse non è nemmeno sufficiente iscriversi ad un partito per essere Cittadini, soprattutto se lo si fa con la sete di successo e non con la fame del progresso accompagnata da una profonda consapevolezza.<br />
Credo una riflessione simile sia possibile anche nell&#8217;altro schieramento, dove il Popolo delle Libertà viene partorito dall&#8217;iniziativa del suo padre e padrone, per riportare la politica al servizio dei cittadini. Un uomo che urla di voler portare al parlamento europeo solo professionisti e la mia memoria salta alle europee passate, quelle in cui Iva Zanicchi e Cecchi Paone svidavano la Gruber e Santoro. La velocità della mia memoria mi riconduce prontamente alla realtà, realtà dove la memoria storica si fa offuscare dai reality show.<br />
Spesso sentiamo che l&#8217;Italia è un paese governato da sessantenni, un  paese che deve aprirsi e dare spazio ai giovani. In questo periodo ho riflettuto molto su tale questione e mi permetto ora di criticare i miei coetanei, coloro che in questo momento vivono un benessere conquistato dai nostri genitori, coloro che danno per scontato il cellulare, lo spritz e la pizza il sabato sera e forse solo quando questo benessere apparente ci crollerà addosso saremo disposti a tirarci su le maniche.<br />
Un uomo noto al pubblico come Che Guevara, che per me è semplicemente un uomo e quindi giudicabile per le sue azioni ed i loro risultati e non per le sue idee, ha parlato dei giovani come di quegli individui contraddistinti dalla passione ed imprevedibilità del pensiero. La gioventù per Che Guevara deve fare ciò che pensa, buttarsi anima e corpo in progetti campati in aria, ma in cui crede, pensiero rivolto ad un&#8217;azione.</p>
<p>Se riteniamo le parole del Che portatrici di una verità in questo caso, ed io lo credo, dovremmo chiederci dove si trova la gioventù di oggi, che fine abbiano fatto coloro a cui spetta di dar vita e forma al <em>Che fare? Al come fare?</em></p>
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